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Genderless: i designer che hanno sfidato gli stereotipi

La globalizzazione imponente, la riorganizzazione della struttura sociale e la costernazione culturale sono oggi molto attuali. L’industria della moda sposa gli ideali di un sistema più inclusivo con una criticità superiore rispetto al tempo passato: la coscienza critica si manifesta in maniera del tutto chiara nel momento in cui il settore denuncia l’esistenza di categorie, in questo caso maschile-femminile. Che cosa si intende per genderless o agender nel campo della moda? Letteralmente tradotto in italiano “genderless” significa “senza genere”. In questo ambito ci si riferisce al possesso di capi o accessori che non rientrano in una identità di genere precisa.

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Per fare qualche esempio pratico e attuale possiamo prendere in considerazione Damiano David, cantante dei Maneskin, gruppo rock del momento, che ha vestito Etro con uno stile molto particolare, tendente all’androginia e caratterizzato da un elemento curioso: il tacco.

Gucci, Alessandro Michele e la tematica genderless

La casa di moda fiorentina è stata fondata da Guccio Gucci nel 1921, un uomo dalle idee chiare: a soli 17 anni decide di lasciare l’Italia per Parigi e poi Londra, qui soggiorna per quattro anni fino a quando decide di fare ritorno in patria. Apre un negozio dove vende valige in pelle e un piccolo laboratorio che produce articoli da viaggio e selleria per l’equitazione, tutti prodotti artigianali. Dopo una serie di faide famigliari, nel 1994 viene assunto il designer Tom Ford che risolleva le sorti della maison attraverso un lavoro creativo che segnerà la storia della moda. Il giovane designer rivisita completamente lo stile di Gucci: la donna diventa sensuale, provocatrice, porta inserti in pelle e metallo; altrettanto provocatorie sono le campagne pubblicitarie, come quella che ritraeva il logo con peli pubici appartenenti a una modella.

Nel 1998, il marchio viene acquistato da Kering, uno dei più grandi gruppi finanziari francese. Da questo momento vengono nominati diversi creativi, in ordine: Alessandra Facchinetti, Frida Giannini e Alessandro Michele.

 Genderless: un nuovo capitolo

La moda dovrebbe essere senza genere. Il mondo in cui ti vesti è il modo in cui ti senti, il modo in cui vivi, ciò che leggi, le tue scelte

Una riflessione molto attuale quella che Alessandro Michele porta avanti da quando Marco Bizzarri lo ha nominato, nel 2015, direttore creativo di Gucci.

Sono passati ormai cinque anni dalla prima sfilata autunno/inverno 2015 preparata in tempi impossibili -15 giorni prima della Fashion Week-, ed è in questo contesto che il tema gender si fa sempre più spazio. L’evento ha segnato una nuova era per la maison fatta di colore e creatività, senza tutti quei preconcetti legati al passato.

La donna Gucci in questa settimana della moda è cittadina del mondo, autonoma e sicura di sé, lo stile si ritrova nelle stampe e nei tagli, spesso di ispirazione orientale; gonne sempre lunghe e scarpe basse, per una moda semplice e comoda.

Una collezione persuasiva, desiderosa di lanciare un messaggio nuovo attraverso i tagli puliti e dritti dei tailleur-pantalone e giacche, ma insieme romantica e malinconica per via delle stampe floreali che richiamano l’epoca di Frida Giannini, e ai pizzi e colori che vanno dal rosso al grigio. Il tutto si consuma in un mix & mach in cui tutto sembra mescolarsi: stili, epoche, colori.

Io amo rompere le regole ma le regole me le regole servono anche. Sono assolutamente aperto, non voglio diventare un’isola, voglio semplicemente che la nostra sia un’overture per una conversazione. Noi siamo comunque parte di un sistema. Questo è un dialogo, siamo aperti alla comunicazione, ma certo non presenteremo da soli senza nessun vicino, spiega Alessandro Michele

La sezione senza genere di Gucci 

L’anno scorso Alessandro Michele ha annunciato la creazione della sezione genderless, Gucci Mix, la prima della storia del marchio; qui si può attivare un’opzione che consente di vedere tutti i settori e le peculiarità della collezione Pre-Fall indossato da modelli o modelle gender netural.

La casa di moda italiana negli ultimi anni ha posto al centro delle sue creazioni e della sua moda la fluidità di genere come priorità, inserendola come valore fondamentale in molte campagne pubblicitarie e collezioni. In apparenza potrebbe sembrare qualcosa di assolutamente spontaneo, in realtà si tratta di un’idea innovativa per il settore della moda haute couture, dove il tema agender non viene preso in considerazione con la frequenza che si meriterebbe.

Il primo accessorio presentato su Gucci Mix è l’iconica borsa Jackie 1961 che ha avuto molto successo negli anni Sessanta e Settanta quando Jackie Kennedy l’ha dichiarata come uno dei suoi modelli favoriti.

La rivoluzione giapponese

Quando ho iniziato a disegnare, volevo realizzare abiti da uomo per le donne. mi chiedo sempre chi abbia deciso che dovessero esserci differenze nell’abbigliamento di uomini e donne. Forse lo hanno deciso gli uomini

Come quelle di Alessandro Michele, le parole di Yohji Yamamoto portano a una riflessione profonda relativa al percorso che il mondo della moda attualmente sta intraprendendo. Il designer nipponico è uno dei creatori più importanti e autorevoli della scena odierna, nonché uno dei maggiori sostenitori del gender fluid insieme ai suoi colleghi Rei Kawakubo, fondatrice di Comme des Garcons (con la sua moda concettuale/astratta ha sempre messo in discussione l’eurocentrismo che per secoli ha influenzato la moda) e Issey Miyake uno dei primi stilisti che ha introdotto i particolarismi delle grammatiche sartoriali giapponesi nelle linee occidentali.

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Maison Margiela e J.W Anderson

John Galliano è una figura estremamente controversa ma allo stesso tempo geniale. Nasce a Gibilterra da genitori spagnoli, durante l’infanzia si trasferisce a Londra e qui inizia a frequentare la Wilson’s School. Nel 1983 si laura alla Saint Martins College of Art and Design presentando la collezione Les Incroyables ispirata alla Rivoluzione Francese; nel 2014 è stato nominato direttore creativo di Maison Margiela. Il  designer ha mantenuto il DNA della maison e con il tempo ha sempre più assottigliato il confine tra generi, estendo il tema e  la sua creatività anche nel mondo degli accessori con la creazione di “Snatched”: una borsa genderless che omaggia e sostiene i valori come la diversità e l’inclusività.

I vestiti sono solo vestiti, Chiunque può indossarli

Un altro stilista, Jonathan Anderson, sposa l’idea di Galliano e sin dalla fondazione del suo brand, nel 2008, non ha mai posto importanza alla divisione tra abito maschile e femminile. Il suo stile si basa su costanti rielaborazioni in chiave pop che includono i dettagli, i volumi dettando così la tematica del fuori schema senza confini.

Tra i stilisti italiani che si uniscono a questa “schiera” troviamo Stefano Pilati con la sua Random Identities, linea di abbigliamento agender.

Random rappresenta la casualità dell’esistenza, e Identities è la risposta a quella casualità. I due termini definiscono lo spazio in cui le persone possono identificarsi non con i trend, ma con la personalità, la funzione, la qualità e il design

Ultimi anni: il design genderless

Le tendenze delle passerelle degli ultimi cinque anni confluiscono sempre più in quella che viene definita democratizzazione dell’abbigliamento: una moda accessibile a tutti, più funzionale, priva di costrizioni. Da qui parte quel legame, quel fil rouge caratterizzato dall’imprescindibile che incoraggia ad abbattere qualsiasi stereotipo nel vestire.

Dior in questo senso è uno dei protagonisti: coloro che conoscono bene la maison e possiedono un occhio più attento, sapranno cogliere l’impeccabile lavoro svolto da Kim Jones nella direzione creativa della linea Dior Homme, qui l’intero retaggio storico degli archivi femminili viene ricostruito, reinventato attraverso delle interpretazioni fluide.

Ritengo che con la necessaria e sempre maggiore accettazione del concetto di genere da una caratteristica atomica a una più complessa e personale percezione del sé, sia naturale che l’abbigliamento, uno dei principali mezzi di espressione della propria identità, rifletta questa fluidità e si adatti per rappresentarla

Il design agender crea un tipo di modello globale che influenza gli schemi della società e persino i codici del mercato.

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Gender Fluidity e Thom Browne

Thom Brown è un altro designer del momento pilastro della moda gender fluid: fonde capi, tessuti e stampe femminili con quelli maschili.

Per non incorrere a equivoci è importante sottolineare che nel mondo della moda gender fluidity non indica “donne che si vestono da uomo” o viceversa, piuttosto si riferisce al processo che da anni diversi designer hanno intrapreso nell’eliminare la divisione tra abiti femminili e maschili. Pertanto, una persona gender fluid non vuole essere etichettata entro nessun schema di genere, in questo senso la sua identità è in cambiamento fluido tra le varie possibilità: donna, uomo, no-gender.

 I colossi del fast fashion

Fondamentali, in questo contesto, sono state le grandi aziende multinazionali del fast fashion che hanno interpretato la questione genderless a loro modo: Zara ha lanciato una linea Ungender, mentre H&M la linea Demin United, una collezione di jeans che realizzati  seguendo i principi dell’eco-sostenibilità con cotone organico e riciclato; i modelli possono essere indossati sia da uomini che da donne.

Ormai l’unisex fa parte del nostro quotidiano, quindi apparentemente questi brand non hanno compiuto alcuna operazione innovativa. Quello che è interessante osservare in questo contesto è la valorizzazione e il riconoscimento di questa categoria che viene raccontata in passerella attraverso l’incredibile creatività di moltissimi designer, che si impegnano costantemente a essere più inclusivi.

L’orientamento creativo di molti designer sta definitivamente rompendo le regole intessute nella nostra società ormai da secoli, dal lontano Quattrocento, quando gli abiti iniziarono a differenziarsi a seconda del genere. Non sappiamo dove questa dissoluzione di confini porterà la moda o più in generale la società, sicuramente a una maggiore libertà di espressione, una presa di coscienza utile per lo sviluppo di una criticità in grado di far dialogare le diversi parti all’interno del sistema societario ed economico entro cui siamo immersi.



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