Identità di genere: il Cinema negli ultimi vent’anni

Il cinema è sempre stato specchio della società. Ne ha mostrato punti di forza e debolezza, storia, tendenze e rivendicazioni. Ecco perché non stupisce che anche la delicata tematica dell’identità di genere abbia trovato molto spazio sul grande e sul piccolo schermo. Essa ha assunto forme e toni diversi, emergendo talvolta in modo deciso e battagliero, ripercorrendo pagine di vita reale, raccontandoci storie spesso poco conosciute, nascoste, celate come polvere sotto al tappeto.

Ragion per cui è forse opportuno provare a evidenziare come soprattutto negli ultimi vent’anni la settima arte sia riuscita, con coraggio e costanza, a dare voce agli emarginati, ai più deboli, agli esclusi. Una voce che sa di speranza, dolore, lotta; una voce che sa libertà e soprattutto normalità.

Identità di genere a cavallo del secolo, tra sogno e incubo

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Anno 2000. Il terzo millennio si apre con Billy Elliot. Un film ispirato a una vicenda reale, un film che all’interno di una struttura semplice nasconde una complessità socio-culturale di particolare rilievo. Diretta da Stephen Daldry, la pellicola si sofferma a raccontare la storia di William Elliot, Billy, undicenne inglese con il sogno della danza classica. Billy vive in un piccolo paesino del Regno Unito, nella prima metà degli anni Ottanta. Persa la madre appena due anni prima, il ragazzo cresce con il padre e il fratello, entrambi minatori alle prese con scioperi, crumiri, sindacati e violente proteste. La sua quotidianità si divide tra scuola e palestra, dove, come ogni ragazzo del paese e come suo padre prima di lui, prende lezioni di pugilato. Finché qualcosa, dentro di lui, lo conduce su una via inaspettata.

Cioè, sento che tutto il corpo cambia, ed è come se dentro avessi un fuoco, come se… volassi. Sono un uccello. Sono elettricità. Sì, sono elettricità.

Billy Elliot è un film dalle molteplici sfaccettature. Sociale, politico, culturale. L’identità di genere, in apparenza solo sottesa, suggerita, ha al contrario un ruolo decisivo nelle sorti dell’intreccio narrativo. Essa ha il volto del piccolo Billy, eterosessuale che sogna di ballare e non di tirare pugni; si nasconde negli occhi del suo migliore amico Michael, alle prese con un’omosessualità che lo spaventa, spingendolo a nascondersi; si cela dietro la trasformazione del padre Jackie e del fratello Tony, prima attoniti e disturbati, poi simbolo forte dell’unione familiare. Perché Billy Elliot è prima di tutto storia di speranza, di coraggio, di consapevolezza e crescita umana. Una luce tenue, circondata dal buio dell’odio e dal sonno della ragione.

Un sonno di goyana memoria; lontano dal ristoro, dalla dolcezza del riposo notturno; un sonno che è chiusura, ottenebramento, generatore di mostri. Mostri dalle fattezze umane, massiccia componente di una società da rifondare; mostri che trovano spazio anche tra le pieghe di sceneggiatura di Boys Don’t Cry.

La pellicola, diretta nel 1999 da Kimberly Pierce, si fa doloroso racconto della vera storia di Brandon Teena, ragazzo transgender di 21 anni all’inizio degli anni Novanta. Le sue vicissitudini, divise tra le cittadine di Lincoln e Falls City, nello stato del Nebraska, sono emblema di una dolorosa e disperata ricerca. La ricerca di un amore, di un posto del mondo, ma ancor prima della propria identità.

Boys Don’t Cry è un coraggioso inno all’accettazione. Un film che a partire dal suo titolo rappresenta un duro attacco alla mascolinità tossica che spesso ancora avvelena il nostro sguardo, irrigando i terreni del pregiudizio e dell’esclusione. Hilary Swank dà volto a un ragazzo spaventato, nato biologicamente femmina, estraneo nel proprio corpo. I mostri lo giudicano un mostro, uno sbaglio, un errore della natura da cancellare, sopprimere, eliminare. Al di là gli occhi di Lana, occhi diversi, in grado di oltrepassare le sbarre, la paura, la morte. Perché Boys Don’t Cry è un film crudo, fin troppo realistico, manifestazione limpida del dualismo più antico di sempre: c’è chi sceglie di odiare, c’è chi sceglie l’amore.

Dalla lotta alla vita

Amare non significa piegare la testa, arrendersi, lasciare che ti schiaccino. Amare significa anche combattere per ciò in cui si crede, per il diritto di essere se stessi, per mostrare al mondo i muscoli di una causa nobile e giusta. Uno dei principali volti di questa grande lotta è stato quello di Harvey Milk, primo uomo omosessuale a riuscire nell’impresa di ricoprire una carica politica americana, dopo anni in prima linea per i diritti gay.

Se non ti mobiliti per difendere i diritti di qualcuno che in quel momento ne è privato, quando poi intaccheranno i tuoi, nessuno si muoverà per te. E ti ritroverai solo.

Sean Penn frasi recenti (13 frasi) | Citazioni e frasi celebriAlla storia di Harvey, Gus van sant ha dedicato Milk, pellicola del 2008 con cui il regista ha cercato di ripercorrere vita e sogni di un uomo diverso dagli altri, mai domo, dal sorriso e dalla temperanza incrollabili. Gus van sant lascia che i suoi flashback riportino il pubblico nel bel mezzo degli anni Settanta. Il regista ci conduce al fianco di Harvey e del suo primo compagno Scott tra le vie di San Francisco, scintilla di un fuoco pronto a divampare. Da un semplice negozio di fotografia, all’affetto di una comunità, fino alla decisione di candidarsi a consigliere comunale.

Quella di Harvey è una vita donata all’altro; una vita che non può prescindere dalla sua voglia di trasformare la società, renderla più bella, inclusiva, colorata. L’ideale della non violenza, la leggerezza e la spontaneità a guidare le sue scelte, le sue sfide, talvolta avventate, il suo desiderio di cambiamento, premiato da chi incoraggiato dal suo sorriso di battaglia non ha esitato a seguirne le orme.

Magicamente interpretato da Sean Penn, Harvey Milk è stato un grande condottiero, armato solo di allegria e speranza. Un condottiero che difficilmente verrà dimenticato, puro come il proprio sentimento, candido come il suo sguardo gioioso.

A spasso nella settima arte

Queste sono solo alcune delle numerose storie che il cinema ha proposto per approfondire e raccontare il mondo della comunità LGBT, per rivelarne le diverse componenti e gli ideali che la muovono. Storie a cui la settima arte ha lasciato uno spazio costante nel corso degli ultimi vent’anni senza mai venir meno al suo ruolo socio-culturale prima ancora che di intrattenimento. Per ricordare alcuni dei prodotti di maggior impatto e successo potremmo partire dall’annata 2005, dal regista Ang Lee e dal suo I segreti di Brokeback Mountain, oltre che dai volti di due grandissimi interpreti come Heat Ledger e Jake Gyllenhaal. Il racconto di un amore che dev’essere mascherato, allontanato, taciuto anche se mai dimenticato. Uno struggente segreto confinato tra i pascoli del Wyoming, culla di una pericolosa passione e di un dramma umano dalla delicata violenza.

Il fatto è che certe volte mi manchi così tanto che ho paura di non farcela…

Una violenza che, cinque anni dopo, lascia il posto all’armonia familiare di I ragazzi stanno bene, la dramedy di Lisa Cholodenko che pone al centro dell’intreccio Annette Bening e Julianne Moore, coppia lesbica con due figli adolescenti la cui quotidianità viene improvvisamente stravolta da Paul Hatfield, padre biologico dei ragazzi. Un’occasione particolarmente stimolante che la Cholodenko utilizza per investigare un incontro atipico, recante spunti di riflessione sull’amore di coppia e genitoriale, nonché su dinamiche ai più sconosciute, frutto di un bizzarro menage a troi. 

Da un amore all’altro, da una coppia matura ad una appena nata, spontanea. Il 2013 si attesta come uno dei momenti più significativi all’interno del panorama cinematografico legato all’identità di genere. Abdellatif Kechiche dirige infatti La vita di Adèle – Capitoli 1 & 2, pellicola vincitrice della palma d’oro a Cannes e foriera di 180 minuti di vita vera, di formazione ed educazione sessuale. Al centro Adèle, una giovane in cerca di risposte, i cui occhi intercettano presto l’elettricità di Emma. Uno spaccato amoroso di alto livello, lontano dalle love story di bassa categoria e da uno scontato happy ending. Abdellatif Kechiche porta sul grande schermo una relazione che sa di quotidianità, con i suoi pregi, le sue difficoltà e la maturazione che porta seco.

Mi piace, è strano perché mi somiglia e contemporaneamente non mi somiglia.

Una maturazione di cui anche il cinema si fa interprete attivo, proseguendo sulla strada apparecchiata da Kechiche e offrendo al pubblico nuovi prodotti sui generis, inziando da The Danish Girl (2015), passando per Moonlight (2016), arrivando al nostrano Chiamami col tuo nome (2017) e a Girl, pellicola del 2018. 

Normalità

Una strada ininterrotta, che dal grande schermo è giunta al piccolo, alla televisione e ai suoi siti streaming che da qualche anno monopolizzano i nostri salotti. Una strada che partita dai sogni, dagli incubi, passata per le lotte di rivendicazione prova oggi finalmente a conquistarsi quella normalità che le compete. È il caso di prodotti innovativi come Sex Education, capace di appassionare e, per l’appunto, assolvere a una funzione pedagogica mai banale e non scontata. È il caso di una comedy quale Modern Family, ammirevole connubio tra apertura mentale e risata, o ancora di tutte quelle serie (da Le regole del delitto perfetto a Sense 8) all’interno delle quali omosessualità, transessualità o qualsiasi altro tipo di orientamento non occupano più il nucleo della narrazione, ma risultano sue logiche componenti. Il clamore e i riflettori hanno lasciato il posto alla bellezza di una nuova quotidianità.

Il cinema è sempre stato specchio della realtà, ma talvolta, purtroppo, ciò che grande e piccolo schermo raccontano sembra riflettere solo una parte di essa. Ancora oggi identità di genere e orientamento sessuale sono elementi centrali in quel processo di discriminazione che prende di mira l’altro, il diverso. Una tendenza che, senza voler semplificare in modo inappropriato, trae evidentemente origine da quel maschilismo che tutt’ora avvelena la nostra società.

Un maschilismo da cui talvolta anche l’arte fatica ad affrancarsi, così come dimostra la musica o, almeno, un suo specifico genere come il rap. Per approfondire la questione «Lo Sbuffo» vi aspetta con un articolo dedicato il prossimo 28 giugno.

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