Dubai: l’inferno dei lavoratori stranieri immigrati nel paese

Nessun altro paese in Medio Oriente ha mai lavorato tanto come gli Emirati Arabi per essere considerato alla pari con l’Occidente. In questa cornice Dubai è il simbolo del mito della modernità e del lusso, una città d’oro che non ha competitori. La città degli Emirati Arabi ha conosciuto una crescita esponenziale, resa possibile dagli ingenti investimenti esteri e dalla sua robusta industria del turismo. Nel 2020 Dubai si è aggiudicata oltretutto il primo posto alla prima edizione dei Country Brand Awards nella categoria di promozione turistica, grazie anche al suo impegno dimostrato verso la sicurezza dei viaggiatori.

Ma questo mito del benessere si alimenta in realtà di una finzione che ricorre alla schiavitù, nascondendo spesso l’illegalità dietro a una facciata di legalità e sfarzo. Gli enormi grattacieli di Dubai e le isole artificiali sono stati costruiti dagli sforzi di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri, ed è solo attraverso questo afflusso che è possibile l’espansione della città. Secondo il Government of Dubai Statistics Centre, il 96% della popolazione della città è composta da lavoratori immigrati.

Il lato oscuro di Dubai

Il prezzo del lusso di Dubai è pagato dalle vite umane che vedono spesso violati i propri diritti, soprattutto nel settore edilizio. I lavoratori immigrati nel Paese sono impiegati in condizioni di semischiavitù, trattati come merce attraverso un sistema di sfruttamento che condivide alcune caratteristiche con la tratta degli esseri umani. Il maggior numero di immigrati nella città sono infatti lavoratori migranti intrappolati in campi di lavoro affollati in situazioni disperate.

DubaiI migranti sono costretti a rimanere legati al datore di lavoro che ha permesso loro l’ingresso nel Paese. Se riescono a sfuggire ai loro superiori e a farsi assumere altrove, il loro visto viene considerato automaticamente scaduto, affiancato da una multa salata. Per gli immigrati che non hanno soldi né un modo per tornare a casa è dunque difficile uscire dallo sfruttamento, soprattutto dopo il colpo economico inflitto dalla pandemia.

Modernità fittizia

In questo contesto chi si trova in difficoltà è costretto a rivolgersi alle agenzie per il lavoro, con la promessa di un impiego ben retribuito e di documenti validi. Ma nonostante le promesse, nel giro di poco tempo coloro che si trovano nel mezzo di questo percorso finiscono per essere usati come carburante per alimentare i grattacieli e gli eccessi di Dubai, come dimostra la storia di Hassan, uno fra i tanti pachistani bloccati a Dubai. Per un decennio Hassan è stato impiegato come operaio edile, ma quando la pandemia è dilagata si è trovato a dover svolgere lavori manuali per dodici ore al giorno, tutti i giorni, senza passaporto e documenti.

Hassan e i suoi colleghi sono stati abbandonati a loro stessi in un campo di lavoro alla periferia della città dal loro ex datore di lavoro, senza la possibilità di poter comunicare all’esterno. La maggior parte degli stipendi mensili dei lavoratori migranti viene spesso inviata all’estero alle famiglie nei loro Paesi di origine. Ma posti a queste condizioni, gli operai non riescono più a garantire un aiuto stabile e questo aumenta lo stress fiscale e il sacrificio famigliare.

È passato più di un anno da quando ho potuto inviare denaro a casa. Poiché sto morendo di fame, non posso inviare nulla. Siamo malati e stanchi di questo posto e vogliamo scappare. Ma non posso tornare indietro senza niente.

Questa è la condizione di Ansar Abbas, ma come lui sono molti coloro che vivono sotto stress a causa dei loro obblighi finanziari e dei sacrifici, non potendosi permettere di presentarsi a casa a mani vuote.

Dubai: schiavitù e servitù

A Dubai però la schiavitù non si ferma allo sfruttamento del lavoro edile. La maggior parte delle ricche élite manipolano i processi di immigrazione per mantenere le donne immigrate come domestiche personali, sottoponendole a una condizione di servitù a contratto e schiavitù. Il commercio del sesso è diffuso anche a Dubai, dove molte donne arrivano firmando contratti per diventare lavoratrici domestiche o per lavorare in aziende della città. Al posto della stabilità trovano però soltanto datori di lavoro che confiscano loro i passaporti e che le costringono a lavorare come prostitute.

Come nel caso dei lavoratori sfruttati, le donne in situazioni di abuso raramente trovano aiuto dal governo locale o dalla polizia. Dubai è un luogo pericoloso anche per denunciare uno stupro. Dopo aver denunciato un abuso, la polizia ha arrestato diverse donne per “atti sessuali illegali”. Queste forme di schiavitù sono rese possibili oltre che dalle organizzazioni criminali internazionali e dalle imprese corrotte, anche dalla corruzione e dal malessere interno di un emirato apparentemente ricco e redditizio, ma che in realtà si sta rivelando luogo di disfacimento.

Un intervento necessario

Secondo gli attivisti per i diritti umani è necessario intervenire per aiutare coloro che soffrono a causa di un sistema burocratico basato sullo sfruttamento, che impone la sua crudeltà a centinaia di migliaia di persone. Dovrebbero essere introdotte delle riforme per aiutare chi è schiavo e punire i responsabili. Possibili riforme includerebbero una maggiore applicazione dei reati di tratta di esseri umani e il perseguimento dei trafficanti e degli agenti di reclutamento.

L’istituzione di procedure formali più chiare per identificare le vittime di tratta dovrebbe essere uno strumento per fornire loro la massima protezione. Inoltre la città di Dubai dovrebbe avere la responsabilità di assicurarsi che le pratiche commerciali delle società siano legali e non di sfruttamento. Sarebbe responsabilità del governo degli Emirati Arabi Uniti e dell’amministrazione locale attuare queste riforme, ma anche gli altri stati e investitori internazionali dovrebbero fare pressione sull’amministrazione e sulle imprese di Dubai per garantire una reale libertà e una giusta cooperazione.

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