“Hamlet” – Parte 1, la nuova produzione del Piccolo Teatro

Il Piccolo Teatro riapre le sue porte dopo infiniti mesi di chiusura con uno spettacolo tanto classico e acclamato, quanto misterioso e indecifrabile. Hamlet, la nuova produzione firmata dal controverso regista Antonio Latella, fa subito parecchio parlare di sé. Uno spettacolo che sembra l’inizio di una rinascita per il teatro, per la prima volta sui palchi italiani.

In effetti, la pandemia ha ritardato di più di un anno la messa in scena che ora sembra trovare perfetto coronamento nella cornice del Teatro Studio Melato. Un’atmosfera intima, quella che si celebra tra le mura del teatro, probabilmente enfatizzata dalla necessità di una riduzione dei posti in sala. Nonostante questo, però, resta inconfondibile il brusio del pubblico poco prima l’inizio dello spettacolo. Un sottofondo magico, come di preghiera. Lo spazio sacro del teatro si riempie di musica, anticipando qualcosa di grande.

Hamlet, della durata complessiva di sei ore, può essere fruito in due parti oppure, nel weekend, in modo intero. Antonio Latella torna per la terza volta sull’Amleto. Per lui è un appuntamento fisso, che si ripete negli anni. Afferma infatti:

È una promessa che feci a me stesso quando misi in scena Hamlet per la prima volta: ripensarlo ogni dieci anni […], per capire di volta in volta dove mi trovo, non solo rispetto alla regia shakespeariana, ma alla professione stessa di regista.

Hamlet: una messa in scena filologica

In effetti, Amleto è il testo teatrale più teatrale di tutti, l’opera per eccellenza che parla di teatro e lo mette in scena. La sua esemplarità lo rende un metro di paragone importante per tutti i professionisti del teatro, dai registi agli attori. Misurarsi con un tale caposaldo significa fare i conti con sé stessi, prima ancora che con lo stesso genio shakespeariano. La sua infinita complessità lo rende infatti vaso sgorgante di interpretazioni e possibili messe in scena.

Latella realizza una regia filologica, che evoca e ricrea l’ambientazione shakespeariana. La scelta di portare in scena integralmente il testo di Hamlet (conservando anche scene piuttosto sfortunate e raramente rappresentate nel teatro contemporaneo) non è condivisa oggi. Tale approccio filologico si associa però a una traduzione fedele ma molto moderna, affidata a Federico Bellini.

L’ambientazione e la scenografia riproducono il teatro di Shakespeare. Ciò è visibile sin dal primo momento in cui lo spettatore mette piede in teatro. Il pubblico viene infatti allocato su balconate, presentate in diversi piani, attorno a uno spazio circolare. Si tratta infatti di un utilizzo del palcoscenico non frontale, ma a 270°: gli attori si muovono in uno spazio scenico più basso e lo spettacolo è correttamente visibile da tutte le prospettive possibili.

Ciò provoca un’inevitabile rottura della quarta parete. Gli attori in effetti si accorgono degli spettatori, anzi ne sono contornati e spesso si rivolgono a loro in una continua dialettica attore-personaggio. Ciò è in effetti tipico del teatro shakespeariano, in cui il pubblico, rappresentante della cittadinanza, viene posizionato in uno spazio circolare e frequentemente interagisce con gli attori, rievocando dinamiche quotidiane.

Scenografia e costumi per un teatro povero e minimale

La scenografia è minimale e pochi oggetti vengono utilizzati. La sobrietà della rappresentazione fa riferimento a un teatro povero di mezzi in cui l’unica vera ricchezza sono le voci e i corpi degli attori sulla scena. Molto interessante è l’importante utilizzo dell’inginocchiatoio da parte di Amleto. Tale simbolo di preghiera occupa una posizione centrale a livello pratico (sul palcoscenico) e a livello simbolico (è rappresentazione dell’anima del personaggio). Pochi sono, inoltre, gli effetti spettacolari che considerano rilevante l’utilizzo del colore. Unica eccezione è considerata la scena dedicata al lungo monologo di Amleto, che parla del lavoro dell’attore. Latella sembra infatti aver dato parecchia rilevanza a tale riflessione sul teatro, forse proprio per sottolineare il suo impegno in quanto regista e il suo coinvolgimento nel testo dal punto di vista professionale.

Al centro del palcoscenico si trova una botola, utilizzata per rappresentare scenograficamente il “teatro nel teatro”. Questo elemento, così come quelli precedentemente menzionati, afferisce al teatro shakespeariano. Inoltre lo spettacolo non sembra presentare un “dietro le quinte”. Al contrario gli attori sono tutti contemporaneamente in scena, anche quando non stanno effettivamente recitando come personaggi.

I costumi sono sobri e moderni: la scelta del regista sembra infatti distanziarsi dal contestualizzare il dramma di Amleto. La storia appare infatti senza tempo e quasi senza spazio, proprio per evocare il reiterarsi della tragedia nell’anima degli uomini e dei personaggi. Il bianco e il nero rappresentano i colori dominati: il lutto e la colpa, accanto all’innocenza e alla purezza dell’animo sembrano infatti cifre determinanti del capolavoro di Shakespeare.

Così, l’Amleto di Latella si conferma uno spettacolo a tutto tondo. Da guardare, prima di tutto, ma anche da sentire e percepire. Lo spettatore può farsi guidare dalle voci e dai corpi degli attori, professionisti veramente rilevanti. Menzione d’onore infine per Federica Rosellini, un Amleto donna, affascinante e ambiguo che, con la sua energia e forza scenica, è in grado di trasportare gli spettatori in un “universo altro”, al di là di ogni stereotipo di genere.


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