Hegel e la reciprocità del riconoscimento

La prima teorizzazione esplicita del riconoscimento (Anerkennung) risale all’epoca dell’idealismo tedesco, prima con Fichte, e poi con Hegel. Quest’ultimo si è confrontato a più riprese con questo tema fin dai suoi scritti giovanili e ne ha dato un’importante definizione all’interno del capitolo IV della sua opera più celebre: la Fenomenologia dello spirito. Si tratta di un concetto fortunato, soprattutto rispetto ai suoi sviluppi più recenti, non solo nella filosofia contemporanea, ma anche nella psicologia, nelle scienze sociali e in quelle cognitive. Secondo il filosofo tedesco riconoscersi significa ritrovarsi nell’altro, “essere se stessi in un estraneo”. Riconoscimento è quel processo che lega insieme identità e alterità. La persona può sapersi come tale, cioè libera, indipendente e responsabile, soltanto nell’incontro con gli altri individui, cogliendosi in un orizzonte relazionale. Non a caso Paul Ricoeur scriveva:

È infatti proprio la nostra identità più autentica, quella che ci fa essere ciò che siamo, a chiedere di essere riconosciuta.

La Fenomenologia dello spirito

Pubblicata per la prima volta nel 1807, è, nella produzione hegeliana, il luogo più celebre di teorizzazione del riconoscimento, forse anche a causa della grande risonanza che ha avuto nella storia il rapporto signoria-servitù. È un’opera che illustra il cammino che la coscienza compie per giungere al sapere scientifico o assoluto. La coscienza è l’Io: un’attività consapevole di sé in quanto soggetto contrapposto a un mondo di oggetti. È nota la definizione hegeliana di tale percorso come via del dubbio e della disperazione. Questo perché la coscienza, tentando di volta in volta di fondare la verità in qualcosa di esterno a se stessa, deve necessariamente attraversare la negatività, cioè tutte le forme difettive del proprio sapere denominate figure. In altri termini la Fenomenologia è il racconto del processo di formazione della coscienza.

L’autocoscienza

Il capitolo quarto è dedicato all’analisi dell’autocoscienza: con questo termine si intende la coscienza riflessa in se stessa. Questa, dopo aver visto sgretolarsi, nei primi tre capitoli dell’opera, i suoi modi di rapportarsi agli oggetti a lei esterni, diviene certa di sé soltanto nell’unità della propria individualità. L’oggetto, quindi, da esteriore diviene ora quell’altro che è interno alla soggettività stessa. Le caratteristiche che definiscono l’autocoscienza, oltre all’autoriflessività, sono l’indipendenza e l’autosufficienza. Ma quest’ultime non verranno pienamente raggiunte. Anzi, lo svolgersi del capitolo demolirà l’idea di un’autosufficienza chiusa in sé stessa e legata unicamente alla propria riflessività. Infatti, l’orizzonte di vera indipendenza non può che essere intersoggettivo.

Il desiderio dell’altro

Il primo passo verso la relazionalità è dato dal carattere fondamentale dell’autocoscienza: l’appetito, Begierde. Questo consiste in un desiderio, una sorta di brama di ricondurre l’altro a sé. In altri termini, è un’attitudine desiderosa nei confronti del mondo e dei suoi oggetti, un movimento di assimilazione che mira innanzitutto all’appagamento. Quindi l’autocoscienza, pur essendo rivolta verso oggetti esterni con il suo desiderio, guarda sempre a se stessa e alla sua soddisfazione, in questo senso essa si può definire egoistica. Tuttavia, la cifra dell’appetito resta l’insoddisfazione:

L’autocoscienza non può togliere l’oggetto, anzi non fa che produrlo di nuovo.

Questo significa che la consumazione dell’oggetto è un processo senza fine che riproduce sempre un vuoto davanti a sé. Perciò l’appagamento è destinato a rimanere insoddisfatto.

Questa ricerca inquieta può avere fine nel momento in cui l’oggetto non è più una semplice cosa del mondo ma un altro soggetto. Infatti soltanto un’autocoscienza può resistere alla volontà di assimilazione dell’altra e, allo stesso tempo, essere occasione di soddisfazione del desiderio:

L’autocoscienza raggiunge il suo appagamento solo in un’altra autocoscienza.

riconoscimento

Il riconoscimento

Nella dinamica tra le due autocoscienze entra in gioco il concetto di riconoscimento. Riconoscere qualcuno significa autonegarsi di fronte ad esso, farsi dipendente. L’autocoscienza non basta a se stessa perché per realizzarsi ha bisogno dell’azione dell’altro: è così che il desiderio dell’una può raggiungere un equilibrio. Solo di fronte ad un soggetto che le si offre negandosi l’autocoscienza può vedersi con gli occhi dell’altro e finalmente ritrovare se stessa. L’identità è relazione. Hegel stabilisce quindi un rapporto vincolante fra coscienza di sé e intersoggettività. La libertà astratta del pensiero e dell’interiorità chiusa in se stessa, esemplificata dalla coscienza stoica, la quale si sente libera sia “nel trono che in catene”, si rivela, secondo il filosofo tedesco, un falso. Ma non è tutto: per riconoscere bisogna essere riconosciuti, e così viceversa. Il riconoscimento, infatti, è un processo reciproco. È un movimento sempre duplice:

Ciascuna vede l’altra fare proprio ciò ch’essa stessa fa; ciascuna fa da sé ciò che esige dall’altra; e quindi fa ciò che fa, soltanto in quanto anche l’altra fa lo stesso; l’operare unilaterale sarebbe vano, giacché ciò che deve accadere può venire attuato solo per opera di entrambe.

Lo spirito

Ciò significa che le due autocoscienze devono necessariamente negarsi e offrirsi l’una all’altra, altrimenti non è possibile sentirsi autenticamente riconosciuti. In questo modo i due soggetti si conferiscono vicendevolmente dignità. Quel che si verifica alla fine di questo processo è un rovesciamento paradossale, per cui la vera indipedenza si ottiene soltanto nella dipendenza, cioè nella relazione, concedendosi all’altro.

Quel che per la coscienza si viene istituendo, è l’esperienza di ciò che lo spirito è, questa sostanza assoluta la quale, nella perfetta libertà e indipendenza della propria opposizione, ossia di autocoscienze diverse per sé essenti, costituisce l’unità loro: Io che è Noi, e Noi che è Io.

Il concetto di spirito che emerge qui non ha un’accezione religiosa-soprannaturale ma indica l’ambito dell’umano, tutto ciò che dell’esperienza umana non può essere ridotto alla natura organica; in altri termini, la cultura. Lo spirito rappresenta il termine medio del riconoscimento: esso è allo stesso tempo risultato della relazione, e, in quanto rappresenta la comunità e l’insieme delle istituzioni umane, è anche lo sfondo che garantisce l’unità e la reciprocità del processo del riconoscimento.

Il conflitto

Ma, ci avverte subito Hegel, questo era il puro concetto del riconoscere. Il riconoscimento effettivo invece avviene in modo diseguale, questo perché nessuna autocoscienza vorrà negare se stessa, anzi, pretenderà che sia sempre l’altro a farsi da parte. È un rapporto conflittuale che prende il nome di lotta per il riconoscimento. La sua forma è quella dell’assoggettamento, del quale la morte è l’esito più estremo.

Come la vita è la posizione naturale della coscienza, l’indipendenza senza l’assoluta negatività, così la morte è la negazione naturale della coscienza medesima, la negazione senza l’indipendenza, negazione che dunque rimane priva del richiesto significato del riconoscere.

La morte non può essere un luogo del riconoscimento perché negando la vita di una delle due autocoscienze non può evidentemente soddisfare il requisito della reciprocità.

Il rapporto servo-signore

Lo stesso vale, in modo diverso, per il rapporto tra signore e servo. Infatti, sebbene il servo riconosca il signore come suo padrone e dunque proietti la sua essenza nell’autocoscienza che lo domina, dall’altro lato il signore vede il servo come un semplice strumento: non un altro soggetto suo pari ma piuttosto un oggetto.

C’è un’ineliminabile asimmetria nel rapporto: da un lato la coscienza dipendente, quella servile (e riconoscente), e dall’altro quella indipendente del signore (e riconosciuta). Questa relazione però a un certo punto si rovescia in virtù del diverso legame con la cosa che intercorre fra le due autocoscienze. Infatti il servo è colui che lavora non per sé stesso ma per un altro. Egli sviluppa una indipendenza rispetto al frutto del suo lavoro perché è in grado di trattenere il proprio appetito. Il signore invece gode della cosa soltanto in modo immediato, grazie all’operare del servo: è invischiato in un’esistenza naturale. Egli perciò si rivela essere la vera coscienza dipendente, in quanto dipende dal lavoro di colui che credeva di dominare in ogni aspetto.

Il rovesciamento del rapporto

La coscienza servile, da parte sua, diviene la vera coscienza indipendente al seguito di tre esperienze fondamentali: la paura della morte, per cui ha scelto di cedere al signore relativo piuttosto che a quello assoluto; il servizio presso il signore, il quale, attraverso il contenimento del desiderio immediato, gli ha consentito di sollevarsi dalla propria naturalità. Infine, il lavoro vero e proprio con il quale il servo immettendo la sua identità nei prodotti della sua fatica si riconosce in essi. Così la coscienza servile: “andrà in se stessa come coscienza riconcentrata in sé, e si volgerà nell’indipendenza vera”. Diventa quindi autonoma, un soggetto indipendente, ma questo solo in parte. Infatti, quello del rapporto servo-signore resta un riconoscimento mancato:

Ma al vero e proprio riconoscere manca il momento per il quale ciò che il signore fa verso l’altro individuo lo fa anche verso sé stesso, e per il quale ciò che il servo fa verso di sé lo fa verso l’altro. Con il che si è prodotto un riconoscere unilaterale e ineguale.

È assente l’elemento essenziale della reciprocità. Sebbene il servo sia emancipato rispetto all’oggetto del suo lavoro, ciò non è sufficiente: il lavoro non può sostituire il processo intersoggettivo di riconoscimento. In fondo il servo resta nella sua condizione di sudditanza; è ancora una relazione asimmetrica: egli serve il padrone ma il padrone non serve lui. Da qui il percorso da fare è ancora lungo, infatti il riconoscimento pieno si raggiungerà soltanto nel capitolo VI della Fenomenologia dello spirito nella reciprocità di un nuovo atto: il perdono.


 

FONTI

G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito vol. I, La nuova Italia, Firenze 1973

A cura di Jamila M.H. Mascat e Sabina Tortorella, Hegel & Sons, Filosofie del riconoscimento, Edizioni ETS, Pisa 2019

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.