i pesci non hanno le gambe

“I pesci non hanno gambe”: un prezioso scrigno di poesia e umanità

Una storia lineare? No di certo. Un libro leggero, adatto a conciliare il sonno serale? Tantomeno. I pesci non hanno gambe di J. K. Stefànsson non è una lettura semplice e non deve esserlo: le sue righe disegnano il ritratto di un’umanità scostante, volubile ed enigmatica, e questa eterogeneità si riversa inevitabilmente sulla narrazione. Ma nel momento stesso in cui il lettore, boccheggiando tra le onde di questa trama in tempesta, crede di esalare il suo ultimo respiro, è proprio allora che scorge la riva, il vero forziere del libro: pillole di vita e di poesia disseminate lungo tutto il racconto, così potenti da relegare la trama a un piano secondario.

Il filo d’Arianna

Immergersi nella lettura de I pesci non hanno gambe, edito da Iperborea, è come salire sulle montagne russe: un brutale saliscendi di emozioni, variazioni repentine di piani temporali, storie di vita che si intrecciano le une con le altre. Ma l’adrenalina perdura molto più di qualche frazione di secondo. La voce che narra la storia di Ari e della sua famiglia penetra nelle origini di una sofferenza atavica, di un dolore innato che affonda le proprie radici molto lontano. Quella di Ari, in fondo, è la storia di ogni essere umano.

Ma qual è il filo conduttore di questo gomitolo di personaggi che agisce sullo sfondo di un’Islanda gelida e ostile? Ancor prima dei legami di sangue, sono i sentimenti dei personaggi ad accomunarli, riflesso speculare dell’immenso spettro emotivo di cui ciascun essere umano è dotato. Amore, dolore, bellezza declinata in ogni sua sfaccettatura: sono questi gli effettivi protagonisti de I pesci non hanno gambe.

L’amore: «un’esplosione solare che distrugge la vita, che rende abitabili i deserti»

Questa è la forza che tiene i pianeti al loro posto, che fa dilatare l’universo e forma i buchi neri. […] La chiamiamo amore, è l’unica parola che ci è venuta in mente. […] Da sempre la storia dell’uomo si è concentrata sul cercare questa forza, goderne, odiarla, sentirne la mancanza, sfuggirle, che però è inutile, è una fuga che ci amareggia e ci fa disperare […]. Davanti a lei sono tutti uguali, non ha rispetto per nessuno, non sei mai al sicuro, sempre indifeso; […] con la stessa facilità si insinua in una ragazza di sedici anni dal cuore che salta come un cervo e in un vecchio ottantenne con il cuore che ricorda un rinoceronte centenario. […] Non chiede nemmeno se sei sposato, se sei felice, se mantieni un invidiabile equilibrio; si può introdurre a forza dentro di te come un barbaro, un selvaggio – un’esplosione solare che ti distrugge la vita, che rende abitabili i deserti.

I nonni di Ari, Margrèt e Oddur, sono poco più che ragazzini quando questa forza dirompente li travolge. Il loro amore è giovane, selvatico, carnale. Nel momento stesso in cui scorge Margrèt, “più bella di tutto quello che lui abbia mai visto o pensato“, Oddur serra i pugni: è questa la sua dichiarazione d’amore, il segnale che lui la ama e che lei può cominciare ad amarlo a sua volta. E Oddur continuerà a stringere i pugni durante tutta la loro vita insieme, nonostante le sue lunghe peregrinazioni in mare lo terranno spesso lontano da casa. Giorno dopo giorno reciterà comunque il suo poema d’amore, e sarà proprio questo a salvare Margrèt da un destino di inesorabile solitudine.

Voglio diventare vecchio sotto la luna e le stelle, e amare ancora mia moglie con tanta passione da doverla abbracciare, e non desiderare nient’altro che vivere altri cent’anni con lei, amare ancora le sue labbra e i suoi occhi. Ecco come voglio diventare, vecchio e felice nel chiaro di luna.

È l’amore il vero artefice dello sviluppo dell’intreccio, il nocchiere che traghetta i personaggi da un luogo all’altro, che pilota le loro azioni; è lui che li danna per sempre, come nel caso di Ari, o che li tiene aggrappati alla vita, come per Margrèt. È un morbo che si può provare a prevenire, ma al quale non si sarà mai certamente immuni. D’altronde, lo diceva anche Dante Alighieri già nel XIV secolo:

L’amor che move il sole e l’altre stelle.

(Commedia, Paradiso, XXXIII, v.145)

“Un dolore di cui non parliamo mai, di cui non ci curiamo, con il tempo diventa una lesione profonda e inguaribile”

Il dolore mi sta cacciando via da qui, mi opprime il cuore, me lo guasta. Cos’è una persona con un cuore inservibile? Me ne vado per salvarmi.

E così aveva fatto Ari. Poeta di vocazione ed editore di successo, aveva improvvisamente posto fine al suo matrimonio in un banale martedì. Un urlo improvviso in cucina, e niente era stato più come prima. La vita lo aveva sputato fuori: la quotidianità, le cose irrisolte, quelle che non aveva affrontato, tutti quei piccoli episodi che si accumulano senza che vi si presti la giusta attenzione. E così aveva tradito la moglie, abbandonato i tre figli e lasciato l’Islanda. Come è possibile che l’amore, quell’ “esplosione solare che ti distrugge la vita e rende abitabili i deserti”, si riduca tutto d’un tratto ad un banale martedì?

Non c’è molta giustizia nel fatto che l’amore non viva a lungo quanto le persone, e che impallidisca con gli anni, si raffreddi, perda il suo volto. […] Com’è possibile vivere il corso della propria vita senza mai esplodere se così tante cose si usurano, le passioni scemano, i baci si raffreddano?

La drammatica verità è che viviamo nel secolo dell’amore fulmineo, della insaziabile fame di novità, della noia repentina. Un secolo nel quale le storie terminano in un battito di ciglia e i matrimoni si spezzano perché l’amore – che dovrebbe essere “la prima, la seconda e la terza meraviglia del mondo” – si trasforma in ordinaria abitudine, in sterile affetto. Quand’è che il sentimento svanisce, refluisce come la marea, così lento da non destare sospetti e così dirompente da far crollare ogni cosa? È questo il martellante interrogativo di Ari, sospeso tra il desiderio implicito di quel gesto e l’attonita constatazione della disgregazione di un’intera vita famigliare. La morale? Il dolore esige di essere vissuto, perché se non si affonda nella sofferenza, se non la si attraversa con anima e corpo, se non la si assapora fino a renderla propria, l’uomo cessa di essere uomo. E questo Ari lo sa bene: chiunque, privato delle lacrime, è un essere perduto, pietrificato dentro.

Ricorda con me: un uomo dev’essere provvisto di due cose per mantenersi abbastanza saldo sulle proprie gambe, per camminare a testa alta, per conservare lo scintillio dello sguardo, il vigore del cuore, la musica del sangue – una schiena forte e lacrime.

E che cosa, più di tutti, rammenta all’uomo la propria umanità? Che cosa gli ricorda di avere lacrime e di poterle usare; che cosa gli impedisce di cadere in pezzi, di trasformarsi in pura e semplice crudeltà?

La creazione letteraria, la musica: l’arte. […] È questo il motivo per cui riusciamo, nonostante gli opposti inconciliabili dentro ciascuno di noi, a vivere senza impazzire, senza andare in pezzi, senza diventare una ferita, una sventura, un’arma. Il motivo per cui ognuno può, nonostante tutto, perdonare a se stesso di essere un uomo.

Specchio d’umanità, scrigno di poesia

I pesci non hanno gambe è il ritratto di un’umanità sfaccettata e volubile, è vero, ma è anche e soprattutto uno scrigno di poesia. Poesia intesa come versi, strofe e ritornelli che cadenzano la narrazione, sì, ma non solo: la grande magia di Stefànsson risiede nella capacità di descrivere con bruciante delicatezza situazioni universali, che risultano al tempo stesso intimamente personali. Immagini capaci di donare coesione alla confusione delle nostre esistenze, di restituire loro, sorprendentemente, un senso.

I pesci non hanno gambe per camminare, possono soltanto nuotare. Ma gli uomini sì, le gambe le hanno. È solo che a volte non sono in grado di utilizzarle, intrappolati come sono nelle loro reti – domestiche, relazionali, geografiche – che li spingono a compiere atti impulsivi e, puntualmente, a pentirsene subito dopo.

Tira un calcio alla porta: non si apre, come del resto non si apre la felicità. Si gira, guarda il mare, non ricorda quand’è stata l’ultima volta che ha pensato alla felicità. E allora si rende conto, adesso che forse è troppo tardi, che la gente perde le cose a cui non pensa, che non coltiva.

È per questo che chiunque (o meglio, chiunque sia dotato di una sensibilità tale da comprenderlo) dovrebbe leggere I pesci non hanno gambe: un’esortazione a inseguire quella luce che brilla dentro ogni essere umano e che fin troppo spesso viene soppressa; una spinta ad assecondare quella universale bramosia vorticosa di raggiungere una meta. La stessa smania che ci fa amare, sbagliare, bruciare di vita.

Tutti noi prima o poi dobbiamo bruciare, consumarci di passione, di felicità, di gioia, giustizia, desiderio, […] affinché tu non dimentichi di vivere, di sentire, non diventi un quadro appeso alla parete […]. Dobbiamo bruciare perché il fuoco non si smorzi, non si estingua, non si raffreddi, e il mondo non diventi un luogo gelido, sul lato oscuro della luna.

I pesci non hanno gambe è un romanzo da leggere in riva al mare, con il vento che scompiglia i capelli e l’odore di salsedine che solletica il naso. Insegnamenti da assimilare (e assaporare) lentamente, con gentilezza, nel delicato suono delle onde marine in sottofondo. D’altronde, è lo stesso Stefànsson a sostenerlo: “i momenti più belli della vita raramente sono chiassosi”.


FONTI

Jon Kalman Stefànsson, I pesci non hanno gambe, Iperborea, 2017.

Dante Alighieri, La Divina Commedia. Paradiso, a cura di E. Malato, Salerno Editrice, 2021.

CREDIT

Copertina scattata dall’autrice dell’articolo

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