Quanto i bot influenzano le nostre idee?

Siamo capaci di distinguere un computer da un essere umano? Quella che può sembrare una domanda di facile e immediata risoluzione, in realtà cela una verità del nostro tempo tanto fondamentale quanto, a tratti, preoccupante. Lo sviluppo tecnologico e il sempre maggiore impiego di robot e programmi informatici per le più diversificate attività quotidiane hanno reso sempre più promiscuo il rapporto individuo-macchina, così che, ad oggi, non si differenzia ciò che è umano dal prodotto di codici e calcoli. I bot, in particolare, svolgono un ruolo di primo piano nelle nostre vite, anche se spesso non ne siamo del tutto consapevoli.

Con il termine bot si intendono dei programmi creati per poter sostituire gli umani nello svolgimento di specifici compiti, come rispondere in automatico a richieste dei clienti, pianificare attività di marketing su diverse piattaforme simultaneamente o smistare la posta elettronica. Il ruolo di questi automi, però, non si limita a scopi commerciali leciti, dato che l’ambito in cui vengono maggiormente utilizzati è la politica. Oggi la rete, infatti, è il principale luogo di discussione riguardo temi etici o economici e, nella moltitudine di messaggi, post e commenti, i bot manipolano i dibattiti, modificando la percezione degli utenti. Le modalità di intervento sono le più disparate, come diffondere fake news, utilizzare un linguaggio violento e offensivo o, ancora, aumentare la schiera degli utenti al seguito di un determinato candidato. Spesso basta poco per incidere nelle opinioni di un individuo, ma la programmazione può essere anche molto complessa, tanto da rendere difficilmente comprensibile se chi scrive sia umano o meno.

Nel 2019 i bot hanno rappresentato un terzo del traffico online complessivo, un dato preoccupante. Che si tratti della Brexit, delle Primavere arabe o dell’elezione di Donald Trump, i più grandi avvenimenti mondiali dell’ultimo decennio sono stati influenzati, se non addirittura creati, dal mondo digitale, un luogo che dobbiamo necessariamente conoscere di più. In particolare, dopo le elezioni presidenziali statunitensi del 2016, in cui sono state sollevate accuse di un intervento di bot russi in favore del candidato repubblicano, l’attenzione degli esperti circa il problema è sicuramente aumentata, così come sono diventati più sofisticati i programmatori nel loro lavoro, rendendo sempre più plausibili i loro finti profili online. Nel 2016 circa il 15% degli utenti statunitensi attivi su Twitter, cioè 400.000 profili, erano bot, responsabili del 20% degli interventi complessivi sulla piattaforma social.

Ma come fare a smascherare questi finti utenti? Secondo Ben Nimmo, direttore del settore di ricerca di Graphika, sono tre le coordinate principali per poter riconoscere un bot: innanzitutto osservarne l’attività complessiva sul social, ad esempio quanto e cosa posta, poi prestare attenzione al livello di anonimato, alle informazioni personali rese disponibili. Infine, un ultimo indice di affidabilità riguarda la tipologia di contenuti pubblicati, in quanto una continua condivisione di post altrui potrebbe essere indice di una incapacità del bot di creare contenuti propri. Infatti, nella maggior parte dei casi, l’operato dei bot consiste essenzialmente in attività estremamente semplici e basilari, come la creazione di hashtag, retweet di post di provenienza inaffidabile o commenti brevi e denigratori. Quando leggiamo i cinquanta retweet più influenti del 2019, siamo consapevoli che ben l’82% di essi sono opera di bot? Siamo sicuri di pensare idee nostre o di un computer?

La questione deve essere affrontata, ma le difficoltà sono molte. Da una parte non è chiaro chi debba intervenire, tanto che governi e società del settore si confrontano spesso scaricando la responsabilità gli uni sugli altri, senza arrivare ad un punto di incontro comune. Eppure la strada sembra essere segnata, come anche la nuova normativa europea sul mondo digitale, di cui abbiamo parlato qui, testimonia. In questi anni gli interventi nel settore, sia dei gestori dei social network che delle amministrazioni locali, stanno aumentando riscuotendo un discreto successo, dato che, lentamente, le reti dei bot sono sempre più piccole e meno influenti.

In attesa di un proficuo intervento legislativo, occorre che gli utenti siano consapevoli degli strumenti che utilizzano quotidianamente. Riconoscere le fake news e i profili inaffidabili è un primo passo verso l’educazione digitale, oggi tanto fondamentale quanto le regole di convivenza civile più comuni. Le nostre idee vengono costantemente influenzate da ciò che leggiamo, ascoltiamo e vediamo su Internet, perciò una maggiore attenzione circa le fonti delle nostre informazioni può essere fondamentale per prevenire errori di giudizio ei confronti delle notizie con cui veniamo in contatto. Il mondo digitale non è, infatti, una dimensione slegata dalla realtà, bensì un nuovo mezzo per poter interagire con il mondo che ci circonda: un insulto espresso su un social network ha lo stesso disvalore di uno non virtuale, un’informazione deve essere verificata comunque. L’attività dei bot ha la capacità di modificare la nostra percezione della realtà attorno a noi, per cui occorre chiederci se siamo disposti a barattare la verità per la comodità. Impegnarsi per una comunicazione virtuale rispettosa, affidabile e condivisibile è l’unica via per evitare di pensare non ciò che vogliamo, bensì ciò che un programmatore ignoto ha predisposto per noi.

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