L’antefatto

Venerdì 12 febbraio, alle ore 11:57, al Palazzo del Quirinale, i membri del Governo Draghi hanno giurato di fronte al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La cerimonia è stata sobria, come di consueto, anche se ancor più “limitata” dalle specifiche normative legate all’attuale grave situazione sanitaria.

Tra le consuetudini del giuramento, oltre alla foto di gruppo, scattata in questo caso in un’ampia sala vuota, di modo che i ministri potessero stare distanziati, vi sono anche i corteggiamenti che i giornalisti fanno ai neo-ministri, sperando di carpire sin da subito qualche informazione legata ai progetti di governo, oppure di conservare le loro prime impressioni dopo un momento istituzionalmente e personalmente tanto importante.

Alle lusinghe dei giornalisti ha ceduto, tra i pochi in questa occasione, il neo-ministro dell’istruzione, il professor Patrizio Bianchi, economista e celebre accademico italiano di origine emiliana. Le sue parole, a brevissima distanza, sono rimbalzate sui principali social network e sulle versioni online di vari media italiani. Per quale motivo?

Il “caso”

Diversi italiani, magari di fronte alla televisione in quel momento, o forse solo per sentito dire, si sono messi le mani nei capelli dopo che il Ministro, alla domanda dei giornalisti su quando fosse venuto a sapere della sua nomina, ha risposto “l’ho imparato ieri”. Ma non è finita qui. A una seconda domanda sui progetti del nuovo Governo e sull’esperienza appena avviata, il professor Bianchi ha risposto: “Ho trovato della bella gente, speriamo che faremo tutti bene”.

Apriti cielo! Gli italiani, ormai abituati a prendere il posto dei più eminenti esperti in virtù della loro “esperienza di vita”, si sono in buona parte scagliati contro il professor Bianchi che, ignaro di tutto, si è nel mentre recato alla prima riunione del Consiglio dei Ministri, lasciando tra le mani dei giornalisti una notizia che ha solleticato più di un lettore. E così si sono visti alcuni invocare il ritorno dell’ex ministro Azzolina, o della predecessora Fedeli, tanto criticata all’epoca poiché non in possesso di una laurea. Altri invece hanno preferito attaccare i giornali, rei di non aver a sufficienza infierito su quello che è stato definito uno “scivolone” grammaticale.

La cosa più divertente però, è che in realtà le critiche o le accuse di ignoranza ai danni del Ministro non hanno alcun fondamento, perché i due “scivoloni” non sono tali agli occhi di chi ha studiato la lingua italiana o di chi la conosce in una maniera più approfondita, oppure semplicemente a chi proviene da Ferrara, come il Professore, o dall’Emilia e dai territori circostanti.

“L’ho imparato ieri”

Un buon linguista, o un appassionato della lingua, sa bene che ci sono alcuni dizionari più “influenti” nella materia. Tra questi possiamo sottolineare il Sabatini-Coletti, lo Zingarelli, il Garzanti e il Devoto-Oli. Anche il Vocabolario Treccani è un valido strumento, facilmente accessibile online, attraverso il quale approfondire la conoscenza della nostra lingua, e può esserci utile per andare a comprendere la correttezza di quell’errore imputato al neo-Ministro.

imparare v. tr. [lat. *imparare, comp. di in1 e parare «procurare»; propr. «procacciarsi una nozione», o sim.]. – 1. a. Acquistare cognizione di qualche cosa, o fare propria una serie di cognizioni (relative a un’arte, a una scienza, a un’attività, ecc.), per mezzo dello studio, dell’esercizio, dell’osservazione, della pratica, attraverso l’esempio altrui, ecc. […] b. Con a e l’infinito, apprendere a saper fare qualche cosa. […] c. Acquistare esperienza di qualche cosa. […] 2. region. Venire a sapere, avere notizia di qualche cosa. […] 3. Nell’uso pop. (erroneo ma largamente diffuso), insegnare.

Il significato al punto due è quello “incriminato”. Segnalato come regionale ma non, a differenza invece di quello al punto successivo, come erroneo. Non si tratta nemmeno, come alcuni giornali hanno voluto fare intendere, di una derivazione da una forma dialettale, quanto piuttosto da una corretta forma dell’italiano marcato diatopicamente, ovvero in relazione al luogo di origine o di residenza del parlante. Una varietà della lingua che è influenzata dalla lingua di sostrato, ovvero dal dialetto, e che al tempo stesso ha come base di partenza l’italiano standard.

L’utilizzo di una varietà linguistica regionale, marcata diatopicamente, non può essere considerato un errore, sopratutto nel parlato, dove si tende a utilizzare una lingua meno curata e meno formale, anche in virtù dell’impossibilità per la nostra mente di progettare un discorso precedentemente. L’uso di simili forme, frequentissimo, può violare una norma che è differente da quella grammaticale ma spesso è più rigida: la norma sociale. Con questa espressione si indica in linguistica il giudizio, l’accettabilità, che la comunità dei parlanti di una determinata lingua esprime in relazione a determinate forme; spesso corrette, ma non entrate frequentemente nell’uso o relegate a territori specifici.

La frase del Ministro è stata da molti ritenuta inadeguata, confusa con un tratto di agrammaticalità o di ignoranza del lessico. Ci si sarebbe aspettato forse che un ministro, anche in una circostanza simile, usasse un registro non informale, esprimendosi tramite la varità dell’italiano standard, che pure è pochissimo affermata nell’oralità. Ci saremmo potuti aspettare “l’ho saputo”, “l’ho scoperto”, “l’ho appreso” (in maniera anche troppo formale per l’oralità), ma l’espressione naturale del Ministro ci ha dato occasione di scoprire un tratto forse “nuovo” alle nostre orecchie di una parola utilizzata ampiamente da tutti noi.

“Speriamo che faremo tutti bene”

Anche di fronte alla seconda risposta dell’ormai noto professor Bianchi si sono scatenati gli animi di diversi utenti, grandi esperti di grammatica. La loro esperienza non li ha però evidentemente portati a incontrare questo uso del verbo sperare. Ci affidiamo anche in questo caso al Vocabolario Treccani, facilmente consultabile, il quale riporta:

sperare1 v. tr. [lat. spērare, der. di spes spei «speranza»] (io spèro, ecc.). – 1. a. Attendere con animo fiducioso il realizzarsi di qualcosa da cui ci si ripromettono soddisfazioni e vantaggi, o esiti comunque positivi; anche, ritenere, senza averne la certezza, che qualcosa possa essere o verificarsi in modo conforme ai proprî desiderî. È per lo più seguito da un infinito, che esprime la cosa sperata, retto dalla prep. di; […] nell’uso letter., la cosa sperata può essere espressa anche da un semplice infinito; […]

Infine il Vocabolario porta alla luce proprio quel che ci era utile per spiegare l’espressione del Ministro, un utilizzo specifico del verbo sperare, del quale riporto anche alcuni esempi:

Seguito da una prop. oggettiva o dichiarativa introdotta da che, con il verbo al futuro o al congiuntivo: spero che vorrai riconoscere i tuoi errori; spero che verrai a trovarmi più spesso; speriamo che tutto si accomodi; spero che l’arrosto non si sia bruciato.

Ecco che l’arcano è svelato, si scopre quindi che la “scelta” linguistica del professor Bianchi è in realtà perfettamente allineata alle norme grammaticali italiane. La frase può forse risultare più insolita fuori dal contesto, perché il soggetto della principale e quello della subordinata appaiono come gli stessi; la scelta potrebbe anche essere consapevole, con l’utilizzo della prima persona plurale volto a sottolineare l’azione comune nella pluralità del Governo.

L’epilogo

Così come è più frequente l’utilizzo delle forme interferite a livello locale, anche se poco ce ne accorgiamo, alla stessa maniera è più frequente l’uso della particella di a seguire il verbo sperare (“speriamo di fare tutti bene”). La frequenza maggiore di una forma rispetto all’altra non può però essere alla base della norma. Certo, può fortemente influenzare la nostra percezione della “correttezza”, ovvero la nostra accettabilità. Sta a noi essere meno frettolosi nell’analizzare il parlato altrui e affidarci ai “custodi” della nostra lingua, i dizionari, per qualsiasi dubbio o necessità.