La Ragazza dello Sputnik

La Ragazza dello Sputnik rinasce con “Kiku”: l’intervista

Un progetto complesso, intimo e profondo. Kiku, l’album d’esordio de La Ragazza dello Sputnik, è questo e molto di più. I riferimenti alla cultura giapponese s’intersecano a esperienze personali, fatte di fragilità, ostacoli e anche di voglia di andare avanti. Il risultato è quello di un disco onesto e veritiero, che non ha paura di raccontare l’artista che c’è dietro. Oltre alla capillare attenzione ai testi, Kiku coinvolge e trasporta l’ascoltatore grazie alle sue sonorità ricercate ed eleganti. Abbiamo chiesto a Valentina di parlarci della sua visione musicale e di svelarci qualche retroscena su questo album davvero originale che merita di farsi conoscere.

L’intervista

Ciao! Innanzitutto, complimenti per il tuo ultimo lavoro, Kiku. Cominciamo con una curiosità che crediamo abbiano in tanti: chi è La Ragazza dello Sputnik? Hai scelto questo nome d’arte in onore all’omonimo romanzo di Haruki Murakami?

Ciao! Grazie a voi per l’interesse nei confronti di Kiku e del mio progetto. La Ragazza dello Sputnik è tante cose diverse, alcune di queste si trovano sicuramente nel romanzo di Haruki Murakami che mi ha regalato la grazia di trovare tanti modi per riconoscermi tutti racchiusi in un’unica storia. Ma La Ragazza dello Sputnik non è solo questo, ci sono altri mondi che tengo ancora nascosti.

Quali sono i tuoi principali punti di riferimento nel mondo della musica?

I miei punti di riferimento principali sono sicuramente i grandi cantautori italiani con i quali sono cresciuta e ho imparato ad amare le molteplici sfaccettature che la lingua italiana sa regalare. In più, i Bon Iver, un progetto che mi ha regalato un equilibrio musicale e interiore incredibili. I miei ascolti sono molti e variegati e tutti mi hanno in qualche modo influenzata.

In giapponese, Kiku significa “crisantemo”, simbolo di rinascita per la cultura orientale. È il tema centrale dell’album: come è Kikunata questa idea?

L’album è stata una costruzione improvvisa e imprecisa, ma spontanea e vera. L’idea è nata da diverse cose che, incredibilmente, hanno trovato posto in poche mosse. Il mio sentire, la mia esteriorità, la creazione e la scelta di questi brani mi hanno fornito l’occasione per rinascere. Così ho pensato che non ci fosse modo migliore per esprimerlo se non dedicare l’intero lavoro a questo fiore e a questo suo incredibile significato.

Dal titolo del disco al brano Origami, ritroviamo tanti accenni alla cultura giapponese. Ti vedi in qualche modo legata a essa?

Sì, anche solo per i racconti, la tradizione e le abitudini che conosco di questa cultura. A volte mi immagino di poter raggiungere la pace interiore che la cultura tradizionale giapponese mi trasmette attraverso il suo simbolismo, la sua dedizione e la sua ritualità. Mi sento legata a questo mondo lento, nonostante una parte di me sia l’opposto rispetto ad essa.

Kiku è un album complesso sia per le sonorità che a livello di scrittura. Sembra che tu voglia raccontare te stessa senza alcun timore. Quanto pensi sia importante vedere la musica come un mezzo “catartico” per esporre le proprie fragilità?

Credo sia molto importante, almeno lo è per me e lo è stato durante questo lavoro. Era un percorso di cui avevo bisogno e che spero possa diventare voce anche per chi fatica a riconoscersi o sta affrontando storie piene di nodi e ha bisogno di questa catarsi e di accettare ogni cosa, per poi ripartire.

Tra le canzoni più forti e toccanti di Kiku, c’è sicuramente Mancanze. Nel testo parli del riconoscimento dei propri limiti ma anche della voglia di andare avanti. A tuo avviso, qual è la chiave per riuscirci?

Non sono brava a risolvere i problemi, non credo, mi ci sono sempre trovata e in qualche modo ne sono uscita. Spesso con più fatica di quanta non ne fosse necessaria, forse è questa la mia chiave: spingermi oltre, prendere tutto ciò che mi riserva la strada davanti a me e affrontarla a cuore aperto e denti stretti, curandomi di quello che sento.

In diverse tracce, come In riva al male oppure Technicolor, troviamo molti riferimenti al mare. Lo intendi come una metafora per i vari stati d’animo oppure è uno scenario che ti ispira particolarmente?

I riferimenti al mare sono quasi inconsci e naturali. È l’acqua l’elemento che mi intriga, il suo scorrere e la sua trasparenza assieme alla sua complessa fragilità sono sicuramente fonte di ispirazione. Tutto ciò che mi regala immagini ed è in grado di spiegare i miei stati d’animo in maniera pura diventa “mio” quando scrivo.

Siamo ancora curiosi. 27 è il titolo del penultimo brano ed è ricorrente per tutto il brano. C’è un significato che ci puoi svelare dietro a quel numero?

Il 27 è un’ossessione. È un numero che è tornato più volte nella mia vita e per diverse ragioni, crea un filo tra diversi momenti e mi accorgo sempre di lui nella quotidianità. Nasconde in sé malattie, paure, inadeguatezze ma anche soluzioni.

Se potessi scegliere, con quale artista ti piacerebbe collaborare per un prossimo progetto?

Se potessi sceglierei avrei una lista parecchio lunga, ma sono certa che, dovendo scegliere, tra gli artisti italiani mi piacerebbe molto poter collaborare con Venerus e La rappresentante di lista.

Che cosa dobbiamo aspettarci da La Ragazza dello Sputnik in futuro?

Mi auguro di poter portare Kiku live e dare finalmente vita a questo progetto anche fuori dallo studio, ho in mente tante cose, tante parole e spero di poterle realizzare tutte.

 

FONTI

Materiale gentilmente offerto da Costello’s

CREDITS

Copertina e immagine gentilmente offerte da Costello’s

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