Il collegamento tra selfie e autoritratto nella storia dell’arte

Si dice che ogni giorno nel mondo vengano  scattati all’incirca 93 milioni di selfie, molti dei quali condivisi sui social per ottenere like, come se volessimo a tutti i costi fornire al mondo esterno la versione che consideriamo migliore di noi stessi.

Il selfie e l’autoritratto

Dalla notte dei tempi l’uomo ha sempre avuto l’esigenza di far conoscere sé stesso attraverso l’arte,  necessità  che man mano è venuta ad affermarsi durante il Rinascimento, attraverso quello che viene e veniva chiamato autoritratto (ovvero il ritratto di sé stesso). Proprio nel Rinascimento infatti, si è notevolmente sviluppato il genere artistico dell’autoritratto, che mano a mano si è diffuso e ha conquistato sempre più dignità artistica autonoma, soprattutto in Italia e nell’Europa del Nord.

Tre sono le cause  principali del nuovo interesse che gli artisti cominciano a nutrire verso la raffigurazione del proprio volto. La prima è tecnica, rappresentata dalla comparsa dello specchio, che ha facilitato il compito dei pittori nell’atto di autoritrarsi. La seconda causa è culturale, rappresentata dalla centralizzazione filosofica del ruolo dell’uomo rispetto al creato (basti pensare al sistema Copernicano e alle scoperte di Galileo Galilei), operata dalla cultura umanistica, che ha generato un notevole accrescimento nella sensibilità artistica dell’interesse per il volto umano,  per i suoi tratti fisionomici e per le sue molteplici espressioni e sfumature,  con un conseguente incremento nella produzione di ritratti e, di conseguenza, di autoritratti. Infine, una causa sociale, per cui la figura dell’artista è passata  da una dimensione tecnico-artigianale a una più marcatamente creativa e culturale.

Rembrandt e gli autoritratti

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Rembrant all’età di sessantatre anni

Esempi emblematici di autoritratti sono quelli dell’artista seicentesco Rembrandt: utilizzando vari abbigliamenti, maschere ed oggetti simbolici, l’artista ha avuto l’agio di impersonare diversi soggetti; il pittore si raffigurava nella divisa del soldato, nei distintivi abiti del borghese o nei panni del mendicante, proponendo man mano una nuova identità. Secondo Rembrandt la realizzazione dell’autoritratto è la situazione ideale per sperimentare le possibilità espressive del colore e delle pose, un vero esercizio o laboratorio di ritrattistica, che spogli i soggetti da quell’eccesso di idealizzazione e di solennità in favore di una maggior naturalezza.

L’espressione in Van Gogh

Nell’Ottocento, nonostante la Seconda Rivoluzione Industriale che ha portato alla nascita della macchina fotografica, Van Gogh con i suoi autoritratti ha voluto rappresentare a pieno la nuova consapevolezza del modo in cui l’artista concepisce il suo ruolo: un personaggio marginale rispetto alla società, non integrato in essa, ma proprio per questo capace di vedere più lontano. Egli dipinse spesso sé stesso perché considerava la sua persona centrale rispetto alla propria pittura, tanto da dedicare un autoritratto ad ogni passo della sua evoluzione artistica. Questi quadri non gli servirono soltanto come esercizio pittorico ma, al contrario, cercò di imprimere nella tela tutto il proprio malessere, cogliendo ogni volta diversi lati di sé e della propria personalità. Quindi, il celebrare la propria immagine e il proprio corpo non fu più un modo per elevare la propria figura, ma divenne una sorta di vero e proprio esercizio terapeutico.      

   

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Van Gogh, Autoritratto con cappello

Autoritratto come sofferenza fisica                               

Per ultimi ma certamente tra i più emblematici a rappresentare questo parallelo fra arte e psicologia, sono i ritratti di Frida Kahlo. La pittrice messicana infatti, con i suoi autoritratti vivaci e colorati ha certamente portato l’autoritratto al di là della semplice rappresentazione di sé stessa, dipingendo così la sua  sofferenza fisica e psicologica durante il corso della sua vita.

Mi dipingo perché sono così spesso da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio.

 

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Frida Kahlo, Autoritratto con collana, 1933

Tuttavia, la sostanziale differenza tra le due forme d’espressione, sta nel fatto che il selfie riesce naturalmente a cogliere nell’immediato l’atto che si vuole catturare e dunque fotografarlo nella sua totale dinamicità rispetto al ritratto, che non solo poteva essere manipolato e riadattato sulla base di un’idea originaria del pittore, ma anche da persone esterne.

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