La cerimonia dei Grammy è stata spostata a marzo 2021, ma la redazione di musica de «Lo Sbuffo» non può che continuare il suo viaggio alla scoperta dei candidati che più sarebbero stati meritevoli dei vari premi dell’Academy. Dopo il miglior album pop dell’anno, è l’ora del genere che, da sempre, più ci fa scatenare: il rock! Come candidature ufficiali, stavolta abbiamo:

A Hero’s Death, Fontaines D.C.
Kiwanuka, Michael Kiwanuka
Daylight, Grace Potter
Sound & Fury, Sturgill Simpson
The New Abnormal, The Strokes

Dimitra Gurduiala, Caposezione

Set My Heart on Fire Immediately, Perfume Genius

Perfume Genius, nome d’arte di Mike Hadreas, non poteva farci regalo migliore per l’anno funesto che è stato il 2020. Hadreas è infatti tornato, il 15 maggio, con un album che si potrebbe tranquillamente ritenere come suo testamento artistico. La scrittura di Set My Heart on Fire Immediately è brillante, da pezzi orecchiabili come On The Floor a ballad semplici quanto poetiche come Without You. 

Come afferma anche nella struggente opening track Whole Life, Mike si rende conto di aver vissuto quasi mezzo secolo di vita, ed è anche così che nasce il suo capolavoro; si guarda alle spalle, raccoglie i suoi pensieri e racconta tutta una vita in musica, senza particolare nostalgia né freddezza. Perfume Genius è consapevole dei traguardi raggiunti così come delle sconfitte, e non ha paura di mostrarlo mettendo a nudo la sua anima. Il tutto, ovviamente, in sonorità sperimentali che potrebbero essere comprese nel rock progressivo, ma vanno oltre ogni definizione possibile. Qui l’Academy ha davvero sbagliato, e di tanto.

Stefania Berra, Redattrice

Gigaton, Pearl Jam

Sarà che sono un po’ di parte ma, inevitabilmente, se devo ricordare i grandi assenti di questi Grammy, non posso non menzionare i Pearl Jam. Tra la categoria Best Rock Album infatti, avrei visto bene il loro undicesimo album in studio Gigaton, uscito il 27 marzo scorso e prodotto in collaborazione con Josh EvansHa debuttato al primo posto nella classifica Fimi italiana come disco più venduto della settimana, segnando il grande ritorno della rock band di Seattle dopo ben sette anni di assenza. La copertina accattivante è il miglior biglietto da visita del disco: immortala l’immagine suggestiva di una calotta di ghiaccio durante lo scioglimento, fotografata da Paul Nicklen in Norvegia. Gigaton, del resto, indica l’unità di misura per quantificare il distacco del ghiaccio ai poli. Ma veniamo al disco.

È certamente un prodotto ben riuscito e ragionato incastonato in un rock contemporaneo dove non mancano sperimentazioni nuove, temi attuali e intensi come la crisi ambientale e politica. Dance of the Clairvoyants ha anticipato l’intero album composto da dodici tracce tra ballate lente come Alright, rock classico alla Pearl Jam come Never Destination e un punk rock come quello in Take the long WayAvrebbero dovuto iniziare il loro tour l’estate scorsa ma, causa pandemia, hanno rinviato al 2021. Avremmo almeno potuto vederli esibire ai Grammy

Giulia Ascione, Redattrice

Rough and Rowdy Ways, Bob Dylan

Dopo otto anni di attesa, Bob Dylan ci ha regalato nel 2020 il suo 39° album in studio e non potevamo che rimanere un po’ delusi dalla sua esclusione dalle categorie principali dei Grammy, nonché dalle nomination riguardanti il rock. Registrato tra gennaio e febbraio, uscito a giugno come miraggio dopo il primo lockdown, Rough and Rowdy Ways è la prova di come il cantautore premio Nobel continui a regalarci sorprese. Ascoltandolo, troviamo in alternanza ballad dalle sonorità nostalgiche, come I Contain Multitudes, e brani che puntano ai sound rockeggianti e blues, con massimo esempio in Goodbye Jimmy Reed.

Non manca una certa continuità con gli ultimi lavori di Dylan, soprattutto per quanto riguarda le atmosfere cupe e tetre che donano all’album un aspetto noir che non allontana l’ascoltatore, anzi lo affascina e lo coinvolge. Arrivato quasi a 80 anni con più di sei decadi di carriera alle spalle, forse lo stesso Bob Dylan non fa più caso ai riconoscimenti che gli vengono attribuiti, ma ciò non toglie che per noi rappresenti con rammarico uno dei grandi esclusi dai Grammy 2021. 

Francesco Pozzi, Redattore

Father of All Motherfuckers, Green Day

Tredicesimo album in studio del terzetto statunitense, Father of All Motherfuckers è il loro progetto più corto e probabilmente il più controverso. La ultratrentennale carriera della band di Berkeley ha vissuto momenti di gloria e numerose rinascite. Con diciotto nomination ai Grammy, è comprensibile come un progetto simile possa non essere menzionato tra i migliori del gruppo. Tuttavia, questi ventisei minuti di puro rock registrati nell’estate 2019 rappresentano un nuovo punto di svolta musicale per il gruppo californiano.

Orientato verso uno stile vicino all’alternative rock e al garage punk, l’album riesce nell’intento di suonare rock, con testi crudi e chitarre graffianti. Il suono ci riporta al triplo album uscito nel 2012 Uno! Dos! Tres!, anche se il rock da stadio che caratterizza l’ultimo atto della trilogia viene messo da parte per uno stile più vicino al power pop e al garage rock. I dieci pezzi sono un concentrato di riff di chitarra, melodie pungenti e spunti di riflessione, seppur la critica sociale e politica è accantonata in favore di un mood da live. Sarà un album che farà divertire quando si potrà tornare a ballare. Per ora, è ingeneroso azzardare confronti con i più iconici lavori dei Green Day, ma i ventisette minuti di ascolto sono comunque un piacevole tuffo nei primi anni duemila. 

Andrea Ciattone, Redattore

Notes On A Conditional Form, The 1975

Un album che poteva richiedere maggior attenzione da parte della giuria è sicuramente Notes On A Conditional Form, della band britannica The 1975. Il progetto si presenta come una commistione tra rock e pop che ben si adatta alle orecchie del pubblico mainstream, spaziandosi tra pezzi più energici come People e If You’re Too Shy (Let Me Know) e pezzi più introspettivi come Playing On My Mind e Don’t Worry.

È giusto anche apprezzare l’impegno del gruppo nel tirar fuori un album composto da ventidue brani per la durata totale di circa un’ora e venti minuti, caratteristica non scontata di questi tempi dove la durata media dei pezzi è scesa drasticamente. Guardando ai freddi numeri possiamo notare come Notes On A Conditional Form abbia ottenuto gran successo nei paesi anglofoni, ottenendo la prima posizione nel Regno Unito la seconda posizione in Australia. Negli Stati Uniti, invece, ha debuttato alla quarta posizione della Billboard 200 vendendo, cinquantaquattromila unità nella prima settimana.

FONTI

Academy

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