Quarantaquattro giorni.
Quarantaquattro giorni di odio.
Viscerale, crudo, nato non da un amore sfiorito, come spesso capita, o da una relazione condita da tradimenti, ma da un rancore profondo, coltivato per anni da un cuore malato di calcio e da un desiderio morboso di vincere.
Il Maledetto United di Tom Hooper è una storia che fa di quest’odio il suo motore, proiettandoci nell’annata di Premier League inglese datata 1974, con la macchina da presa alle spalle di un certo Brian Clough, interpretato magistralmente da Michael Sheen, mentre i suoi piedi varcano per la prima volta le porte di Elland Road, casa del Leeds United.

Chi era Brian Clough

Descrivere nella sua totalità la figura di Clough non è semplice, per via di un palmares fuori dal comune e di tutta una serie di controversie e leggende che avvolgono un genio sportivo capace di vincere a discapito dei pronostici e del blasone. Visionario, arrogante, bisbetico, senza dubbio molto più di un semplice allenatore: in grado di portare una squadra abituata al fondo della seconda divisione, come il Derby County, a vincere il suo primo titolo nella massima divisione nel 1971-72. Capace soprattutto di condurre alla storica vittoria della Coppa dei Campioni, per due volte consecutive, una squadra come il tutt’altro che prestigioso Nottingham Forest, impresa sportiva che ancora oggi è ricordata come unica e irripetibile.

Don Revie e il maledetto Leeds United

La pellicola si apre con una serie di immagini di repertorio che ci raccontano il fallimento della Nazionale di calcio Inglese e la mancata qualificazione ai Mondiali del 1974. Salta inevitabilmente la panchina dell’allenatore Alf Ramsey e la Federazione Inglese è costretta a guardarsi attorno, alla ricerca di un nuovo profilo capace di rilanciare la nazionale dei tre leoni. Quell’uomo verrà identificato in Don Revie, allora manager del Leeds United, squadra di prima fascia in Premier League, che sotto la sua guida aveva fatto incetta di successi e trofei. Revie accetta l’incarico propostogli dalla Federazione e questo innesca il valzer di panchine che condurrà un giovane allenatore di provincia, Brian Clough, a prendere le redini del famigerato club giallo-blu.

La stretta di mano

Sembrerebbe una bella favola sportiva fin qui, ma non è assolutamente così. C’è un piccolo dettaglio non proprio irrilevante. Clough odia a morte il Leeds. Detesta tutto ciò che quella squadra rappresenta, il modo scorretto di interpretare il calcio che hanno i suoi giocatori e soprattutto detesta Don Revie, il padre spirituale di quegli sporchi ragazzi, che anni addietro, durante un match di coppa, osò negargli una stretta di mano.

L’unico nome che verrà nominato nei pub dello Yorkshire quando porteranno gli stracolmi boccali di birra nelle loro fetide bocche, sarà Brian Clough, Brian Clough sopra ogni fottuta cosa!

I quarantaquattro giorni 

Quarantaquattro giorni.
Otto misere partite.
Tanto durò la sua avventura su quella maledetta panchina.
Senza il suo fedele vice Peter Thomas Taylor.
Senza nessuno accanto.
Accusato dai suoi stessi giocatori di remare volontariamente contro la squadra, fischiato dal pubblico allo stadio e disprezzato da una intera città. Solo contro tutti.
Con una solo dannata certezza: la consapevolezza di essere il migliore allenatore al mondo.
Ciò che accadrà dopo quel mese e mezzo è storia del calcio.

Uno sguardo oltre il calcio inglese

Il film di Tom Hooper è una meravigliosa perla per gli amanti del cinema sportivo e non solo.  L’interpretazione di Michael Sheen, come spesso capita, è sontuosa e magnetica. Le atmosfere della Premier League degli anni Settanta sono state ricreate con un’attenzione ai dettagli maniacale e messe al servizio di una sceneggiatura perfetta per ritmi e fedeltà al romanzo, Il maledetto United di David Peace, a cui si ispira. La fotografia fredda, il fango, la pioggia e le risse continue trascinano lo spettatore in un calcio d’altri tempi che, per fortuna o sfortuna, non esiste più, mettendolo al centro di una delle diatribe sportive più famose di sempre. La scelta di inserire filmati di repertorio arricchisce il tutto di un particolare fascino retrò che strizza l’occhio agli appassionati.

Hooper, ricordato inevitabilmente per il film Il discorso del Re, mostra già qui tutta la sua abilità registica, costruendo un’opera ricca di significati extrasportivi ed esaltando al meglio tutto il carisma dei suoi protagonisti con dei primi piani ad effetto e uno stile piacevolmente datato. Il maledetto United risplende tra i film del suo genere senza però circondarsi di un’aura di esclusività, al contrario, la sua autorialità, il suo disegno quasi monografico, gli conferisce un’impronta artistica considerevole, capace di affascinare anche lo spettatore più avulso al mondo del calcio inglese.

Fonti
Peace David, Il maledetto United, Il Saggiatore, 2015.