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L’allergia di Acaro alla polvere e all’eccezionalità

Acaro è ragazzo di Bergamo nato nel 1993. Il nome arriva dalla sua allergia alla polvere, che gli causa noia fin dalla prima infanzia ma che, dall’altra parte, lo esonera dalle pulizie domestiche. Acaro, nel suo progetto, vuole esaltare per una volta la normalità,  si fa portavoce della vita mondana e dei i problemi che appartengono a tutti noi, senza avere la presunzione di diventare chissà cosa.

Ma è proprio questo aspetto a renderlo unico: la volontà di raccontarsi in modo semplice e diretto. Del resto, sono più le vite noiose di quelle eccezionali. Fino ad oggi sono usciti cinque suoi brani; l’ultimo è Sexting King. Abbiamo avuto il piacere di farci una chiacchierata, per scoprire meglio lui e il mondo mediocre di cui si è fatto re.

L’intervista

Ti sei descritto come “un uomo qualunque, che non ha nulla di cui vantarsi”. Un grande problema dell’essere umano è sentirsi mediocri o inutili per il mondo. Secondo te, però, la mediocrità è davvero così negativa? Poi, cos’è che potrebbe rendere un uomo “non qualunque”?

Questo pensiero mi tortura da tanto, ultimamente più di prima. Per ogni vincente c’è uno sconfitto, per ogni uomo realizzato ci sono tanti mediocri. La storia è al servizio dei vincitori, la letteratura, la cinematografia, anche quando tratta di persone comuni ci raccontano le loro imprese fuori dall’ordinario. La mia musica è al servizio dei perdenti, dei mediocri, perché anche io lo sono. Il problema è che se riuscissi nel mio obiettivo passerei dalla parte dei realizzati, anche per questo da anni mi trovo in un limbo. Nessuno è “qualunque”, l’amore tra due persone “qualunque” non sarà mai replicabile, anche l’uomo più inetto è una combinazione di passioni, ossessioni, segreti
e idee unica e irripetibile.

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La copertina del tuo ultimo singolo è squisitamente anni Novanta. Sei un nostalgico di quegli anni? Cos’è che più ti manca di quel decennio?

I Mighty Morphin Power Ranger, così non ne hanno più fatti. Due cose recrimino alla Disney: gli odiosi cartoni con animali parlanti e un racconto bidimensionale di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e di aver venduto il format Power Rangers ai neozelandesi che ne hanno fatto ‘na munnezza.

Se potessi scegliere qualunque persona o gruppo mai esistito, con chi faresti un featuring?

Con Gesù di Nazareth. Mi basterebbe un decimo del successo che ha avuto il Vangelo e non dovrei più badare a cachet, budget e affitto di casa. Però vi chiedo: il featuring lo farebbe lui nella mia epoca o io nella sua? Perchè WOW! i miei synth potrebbero cambiare la linea temporale e il me di oggi potrebbe non essere mai nato, è un casino.

In Sexting King c’è molta ironia. La canzone sembra rappresenti un po’ il classico dilemma dei Millennials, lo scontro eterno tra il digitale e la realtà effettiva. Come si rapportano in te questi due mondi?

Sono della generazione che si è trovata internet tra le mani senza sapere cosa stesse maneggiando. All’inizio internet era solo nostro, pochi altri lo capivano, ancora meno lo volevano capire. Io e i miei coetanei ci siamo cresciuti lì dentro, capendo a nostre spese cosa fosse giusto e cosa sbagliato,  cosa possibile fare e cosa no. Quindi prego Boomer. Prego Generazione Z. Credo che in me il rapporto tra i due mondi sia completamente sballato e insano. Il digitale ha avuto per noi l’impatto che l’amianto ha avuto sulla generazione di mio padre. Detto questo, nei rapporti più intimi ho sempre dato al chatting digitale ancora più importanza che a quello nella vita reale. Spesso gli amici mi prendevano in giro per questo, poi è arrivato Tinder e lo ha reso socialmente accettato.

Com’è nato questo brano? E le tue canzoni, in generale? Da dove trai ispirazione?

Sexting King è nata per sbaglio, o meglio, per gioco. L’ho scritta in pochi minuti aspettando che il mac di Giorgio (che l’ha prodotta) riprendesse a funzionare. Poi però ci è piaciuta, e pure un sacco. L’ispirazione viene quando vuole, ma soprattutto la notte quando torno a casa (tornavo), quando guardo film e serie che mi piacciono quando leggo il libro giusto, quando guido in auto da solo.

Racconta un aneddoto sulla tua carriera musicale.

Una volta suonai al Lazzaretto di Bergamo, subito prima trasmisero sullo stesso palco la partita dei mondiali di calcio. Quel giorno l’Italia perse e venne eliminata, Il parco si svuotò quasi del tutto. Suonai per una manciata di persone tutte tristi e deluse.

“Lasciatemi fare”, dici in Hikikomori. Fare cosa?

Mi dicono di trovarmi un vero lavoro, di uscire di più di casa, di impegnarmi per raggiungere degli obiettivi nella vita, qualcuno ride di me, qualcuno non dice niente, ma il suo giudizio glielo si legge in faccia. Dico “Lasciatemi fare” perché “non rompetemi i coglioni” non stava nella metrica, e poi è volgare.

Il Giappone è una realtà molto presente nella tua musica – e, guardando su Instagram, si nota che ci sei anche stato. Cosa ha portato nella tua musica?

L’esperienza giapponese ha influenzato la mia visione estetica e artistica della vita. Io la musica la vedo ancora prima di sentirla. Le luci, i colori, le forme e le architetture di quel viaggio sono note e accordi nelle mie canzoni.

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Tra i tuoi singoli usciti finora, qual è il tuo preferito? Come mai?

Credo sia Katane, è il primo di Acaro, avevo tanto da dire ed era da tanto che non scrivevo. Immaginando di raccontarmi a una sexy ragazza del quartiere di Shibuya, sfrutto il brano per fare il punto della situazione, ripartire da dove ero rimasto. Katane è stata per me prendere un grosso respiro dopo qualche anno di apnea.

Ti definiremmo timido, ma anche sfacciato. In quale di questi due poli ti identifichi maggiormente?

Nonostante sia paradossale ci avete preso. Non sono bravo a nascondere il mio disagio, soprattutto quando mi trovo in mezzo a persone che non conosco. Per esempio sono molto sintetico quando parlo, o c’è davvero qualcosa di cui discutere oppure finisco in fretta gli argomenti, un disastro. Esiste però l’altra metà di me che nella sua comfort zone esce completamente dall’imbarazzo e non si vergogna affatto di essere spudorata. Accetto e apprezzo entrambe queste sfumature della mia personalità, per questo mi piace raccontarle attraverso la mia musica.

Quindi, a quando un album? Cosa ci dovremo aspettare dal futuro Acaro?

Non voglio più fare pronostici sul futuro, un po’ perché sono superstizioso, un po’ perché il 2020 mi ha insegnato che è inutile farli. L’album uscirà, certo, e non solo quello, spero tanto però di poterlo suonare in giro per l’Italia, perché l’astinenza da palcoscenico è sempre più dolorosa.

Acaro, nonostante la sua ancora breve carriera, ha già inquadrato che tipo di artista vuole essere: poliedrico, sconsiderato, ironico, ma anche delicato. Rappresenta bene l’immagine della sua generazione, che cerca di trovare posto in un mondo che, da una parte è troppo vecchio, e dall’altra corre talmente veloce che è difficile starci dietro. Aspettiamo con ansia un album e intanto prendetevi qualche minuto per ascoltare Sexting King, che è una hit clamorosa.

FONTI

Materiale gentilmente concesso da Costello’s Records.

CREDITS

Immagini gentilmente offerte da Costello’s Records.

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