Fa un po’ sorridere il fatto che, proprio il 25 novembre (giornata contro la violenza sulle donne), X Factor abbia annunciato che, al quarto live della trasmissione, ci fosse proprio Gué Pequeno come ospite (insieme a Ernia). Proprio colui che non riesce a dare appellativi dolci, o quantomeno umani, al gentil sesso. Il problema si amplifica se si pensa che praticamente nessuno si indigna o storce il naso, quando legge i suoi testi. Si sa: “è il personaggio”, “è il rap game”, sono le solite giustificazioni. Bene, le persone che fanno questo tipo di affermazioni sono le stesse che dicono che mandarsi foto di ragazze nude nel gruppo di calcetto senza il loro consenso, magari anche delle loro fidanzate, sia solo “una goliardata da uomini”. 

Perché non se ne parla?

Crescendo, mi rendevo conto che il linguaggio che utilizzavano la maggior parte dei rapper era fortemente denigratorio nei confronti delle donne. Per tanti anni mi sono chiesta perché non venisse mai trattato questo argomento, che ai miei occhi era così urgente. Così, ho iniziato a parlarne con amici, i quali prendevano le parole delle canzoni con leggerezza – anzi, mi davano della moralista. La discussione di solito finiva con un bel “te la prendi troppo sul personale”. Le cose hanno iniziato a farsi ancora più chiare quando mi consigliarono di ascoltare Bravo Ragazzo di Gué Pequeno, uscita ormai nel lontano 2013.  

Io non rispetto Gué Pequeno come artista, ma non perché non lo rispetto come uomo. Non a caso, sono di quella fazione di pensiero che considera la persona diversa dall’artista. Tanti, infatti, sono gli esempi possibili in questo senso, e uno dei più eclatanti è quello di Picasso. Ma, mentre Picasso è stato un maschilista praticamente dichiarato, – che ha affermato, tra le tante, che all’età di 40 anni stava con una ragazza di 17 perché “erano entrambi nel fiore dei loro anni” – non ha espresso nella sua arte questo pensiero. Lo stesso, purtroppo, non si può dire di Gué Pequeno. Picasso e il rapper milanese si possono, per molti versi, tranquillamente accostare: entrambi sono artisti, entrambi sono molto famosi ed entrambi sono considerati dai più due fuoriclasse nelle loro diverse discipline artistiche. Triste invece, la cosa che li accomuna: essere misogini

Mr. Fini e le sue “brillanti” rime

Ora, elencherò alcune delle affermazioni maschiliste contenenti nel suo ultimo disco, ci tengo a sottolineare, solo nell’ultimo disco. Partiamo col botto: nella prima traccia di Mr. Fini, Gué afferma:

Tutti scemi con i social e la telee la tele’, il tribunale a forum

Ti arrestano a Le Iene, e se voglio una bitch

Trovo solo escort al Grande Fratello Vip.

E, ancora:

Ho una bitch andalusa, famiglia collusa

Entrano con un mandato, scappo in sella a un Appaloosa (Ih-ah)

Pussy grassa, Botero (Fat).

In questa ultima barra il rapper milanese aggiunge anche un po’ di body shaming, per non farsi mancare niente. In Il Tipo, invece, afferma:

Pensa a quanto alziamo mentre accarezza un persiano

La troia in paranoia dice: “Chiudi le persiane”, non sopporta la luce.

Come se non fosse abbastanza grave, il termine “troia” è utilizzato in maniera più che tranquilla, come semplice sinonimo di “ragazza”. In parole povere, tutte le ragazze per Gué sono troie. Continuiamo amaramente con Medellin:

I fra’ scartano i pacchi come alla vigilia

Tengo una pussy stretta come a Manila

Niente panico, in caso si attacca a ‘sta maniglia.

E chiudiamo con il solito vanto da piccolo rapper, sentito e risentito:

I know, la bitch è perfetta, fra’, sembra un cyborg 

Anche nei featuring non si risparmia, ovviamente. Nel 2020 esce Elo, di DrefGold. Gué collabora con lui in Giro d’Italia:

La carriera è sfigata, la bitch gliel’ho sfilata
A ogni tipa influencer che vuole cantare trap
Io non faccio consulenze, posso solo fare —
Ho un’idea, montare la tua tipa tipo IKEA
La giro e dopo le tolgo il respiro tipo apnea.

Prendi una donna e trattala male

Picasso disse una celebre, quanto agghiacciante, frase:

Ogni volta che cambio una donna, dovrei bruciare la precedente. Così me ne sbarazzerei e non sarebbero tutte lì a complicarsi l’esistenza. Questo forse mi ridarebbe anche giovinezza. Si uccide la donna e si cancella il passato che essa rappresenta.

Da questa asserzione sono passati più di ottant’anni. Ottanta. Eppure, il linguaggio non è poi così cambiato. Quello che faceva Picasso era prendere le donne, usarle, buttarle via, per poi pure parlarne male. Sembra un po’ quello che fa il rapper milanese, che sembra aver perso anche un po’ di smalto nel chiudere le rime, a dirla tutta. La sua posizione di uomo di successo non lo giustifica nell’apostrofare le donne in questo modo. Ma, del resto, cosa ci può aspettare da una persona che afferma a Rolling Stone – quando gli si chieda cosa pensa della scena rap femminile in Italia:

Mi sarebbe piaciuto lanciare una donna. Il problema anche qui è il contesto. In Francia e in Germania ci sono rapper donne credibili, qui no.

Chissà come mai, caro Cosimo? Perché sono incapaci le donne italiane? Prova a pensarci un attimo. In America una canzone come WAP fa in un giorno più di 26 milioni di visualizzazioni. Evidentemente, in quel contesto si è un po’ superata l’idea che le donne non sappiano fare rap, e che possano addirittura parlare di sesso esattamente come fanno gli uomini. “Non ci sono rapper donne credibili” perché in Italia la scena rap è ancora un territorio prettamente maschile e maschilista e per le ragazze, purtroppo, emergere è davvero complicato.

Non abbiamo più bisogno di Gué Pequeno perché, al di là della sua longevità artistica, i suoi testi sono estremamente sterili e tossici. Gué infatti,non si colloca in quel tipo di rap dichiaratamente ignorante, o fatto davvero per goliardia. Piuttosto, viene rappresentato da se stesso e dai suoi fan come il dittatore del rap, come il più forte di tutti, e per questo viene preso sul serio (perché lui stesso vuole essere preso sul serio). Il suo è un linguaggio fortemente pericoloso che noi donne – e sempre più uomini, si spera – ci siamo stancate di sentire. Il fatto è che sembra che questo problema non esista, nessuno ne parla, le sue parole vengono giudicate normali. Questo perché questo linguaggio è fortemente radicato in noi, donne e uomini.

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