Fabrizio Ganugi nasce a Prato nel 1988. Lavora come cantante ma anche come cuoco, compone in ottava rima e… Oggi esce il suo nuovo singolo, Calzini e palloncini. L’abbiamo intervistato per voi!

Ciao Fabrizio! Ti va di parlarci un po’ di te e di come ti sei avvicinato alla musica?

Ciao! Mi sono avvicinato alla musica nonostante i pronostici per me non fossero dei migliori, perché da piccolo ero molto portato per la pittura e il disegno. Poi a 14 anni, quando il mio babbo iniziò a mandarmi a lezione di batteria e di chiatta, scrissi una canzone. Lì ho iniziato a sentirmi coinvolto, ed è partito tutto… a 16 anni ho fondato un gruppo che mi ha accompagnato fino a quest’anno, si chiama Fantasia Pura Italiana, con i quali ho fatto un bel percorso. Era un progetto musicale molto diverso da quello che faccio ora, era canzone-teatro, però mi ha fatto fare molta esperienza. Abbiamo suonato in tutta Italia e non solo.

Per quale motivo hai deciso di staccarti dal gruppo e di iniziare a cantare da solo?

Ho sempre avuto un percorso cantautorale indipendente dal gruppo. Riuscivo comunque a far convergere alcune cose nel gruppo, ma altre no. Parallelamente ho sempre portato avanti la passione per la musica etnica, mi sono occupato e mi occupo tutt’ora di tradizione popolare toscana, improvviso in ottava rima, suono un sacco di strumenti etnici soprattutto a corde.

Il progetto col gruppo, nostro malgrado, è andato scemando di recente. Prima abbiamo avuto anni molto cocenti, soprattutto dal 2014 al 2018. Abbiamo vinto l’Arezzo Wave, siamo andati in televisione a Italia’s Got Talent, abbiamo fatto un tour di tre anni. Purtroppo abbiamo incontrato il manager sbagliato: ci ha un po’ truffato, il morale del gruppo è sceso, la compattezza del progetto si è un po’ sfaldata, e io ho portato alla luce questi brani che avevo scritto nel frattempo. Intanto sono anche un po’ maturato come cantautore: ecco perché ho iniziato questo progetto da solista.

calzini e palloncini

Come è andato questo periodo di pandemia dal punto di vista musicale?

Non mi ha né inficiato né ispirato particolarmente: ne ho approfittato per studiare chitarra e altri strumenti, ma non è stato un periodo in cui ho composto particolarmente. Io compongo un po’ a seconda dei moti interiori che ho, soprattutto quando mi lascio con una ragazza!

Qual è la tua fonte principale di ispirazione a livello artistico?

A livello artistico-musicale la mia fonte di ispirazione maggiore è la canzone d’autore italiana e la musica etnica, soprattutto quella sudamericana. L’universo a cui mi riferisco è soprattutto la prima, la canzone d’autore italiana, che nella tradizione degli ultimi quaranta/cinquant’anni comprende l’utilizzo di vari generi musicali per l’arrangiamento: quando si parla di una canzone d’autore italiana si parla di un approccio eterogeneo all’arrangiamento musicale. Si va dal Nord America, al Sud America, all’Africa. Da De André a Silvestri. Entrambi sono due esempi della canzone d’autore italiana al massimo livello, sono artisti che quando arrangiavano o arrangiano utilizzano un po’ tutta la sfera dei generi musicali del mondo.

Per i testi delle tue canzoni fai riferimento a situazioni che vivi in prima persona o ti ispiri anche a cose che non riguardano direttamente la tua vita?

Mi riferisco sempre a cose che mi succedono, ma ho sviluppato nel corso degli ultimi tre anni una poetica, uno stile lirico che non è un racconto scialbo di quello che mi accade. Il sunto della mia poetica, se devo dirlo io, è vedere il lato magico della vita, della mia vita. In un certo modo parlo anche di cose che sono care al cantautorato indie italiano, ma ne parlo in una maniera diversa. Nel lasciarsi con una ragazza, nella delusione di un precariato giovanile diffuso, cerco di vedere una specie di rivalsa. Cerco di cantare le vicende che mi accadono evidenziandone il lato fiabesco, come se ci fosse un senso, una morale.

Vi mostriamo la prima versione mai registrata di Calzini e palloncini“, in esclusiva per «Lo Sbuffo»!)

Parlando di cose (ancora più) serie, oggi esce il tuo singolo Calzini e palloncini! Cosa c’è dietro questa canzone, come è nato questo pezzo?

Calzini e palloncini, che ho scritto tre anni fa, è il pezzo che ha dato il via alla mia decisione di intraprendere un percorso da solista, ed è un po’ il pezzo più rappresentativo del mio percorso cantautore fino adesso, o perlomeno dell’EP che uscirà, che prende il nome proprio da questa canzone. È una canzone che rappresenta appieno la mia poetica, perché è un po’ una trasposizione della tragicommedia italiana cinematografica nella canzone. La prima chiave di lettura è chiaramente una storia d’amore che finisce, però la racconto come se fosse una fiaba un po’ tragicomica, un po’ contemporanea. Il titolo ne è un esempio.

Non hai paura di incepparti sullo “sciudisciudisciudisciao” ai live?

No! Quella è l’unica parte del testo che non mi scordo di sicuro (ride).

Associato a Calzini e palloncini c’è anche un video: dove è ambientato e come l’hai girato?

Sì, il video è uscito proprio oggi, insieme alla canzone. L’ho girato a Prato, la città dove sono nato e dove vivo, anche se ho vissuto due anni a Roma e poi per cinque, sei anni ho avuto una vita fortunatamente molto variopinta perché con la musica ho girato tanto l’Italia. Con questo video ho cercato di cogliere un po’ certe sfaccettature poco conosciute, anche se la città di per sé, nonostante sia molto grande, è quasi sconosciuta in Italia e nel mondo. Mi ha dato una mano un mio amico regista, Riccardo Biagini. L’idea di base era mia, ma il video è molto “improvvisato”: il tema è riprendere me con un calzino e un palloncino in giro per la città cercando di prendere scorci poetici.

Quando dovrebbe uscire questo EP di cui ci parlavi? Puoi spoilerarci qualche titolo?

Posso spoilerare tutto perché non ho una produzione! Quindi nessuno mi dirà cosa posso o non posso anticipare. (ride).

Comunque sia, l’EP arriverà ad anno nuovo, qualche tempo dopo l’uscita di Calzini e palloncini. Comprenderà 7 brani, di cui due, oltre a Calzini e palloncini, sono già usciti: Precariato e samba e La paura. Poi ci sono La mongolfiera, Le zanzare, Otto marzo e Robin Hood. Sarà un EP d’esordio, che ho registrato con una formazione di musicisti diversa da quella attuale: quando l’ho registrato l’anno scorso ancora non avevo conosciuto i musicisti con i quali ho iniziato a collaborare quest’estate e con i quali sono arrivato in finale al Premio Bindi. Sono un pianista e un batterista di Firenze, si chiamano Alessio Falcone ed Emanuele Bonechi. Con questo trio abbiamo trovato un sound adatto per i miei pezzi.

Ho deciso di pubblicare comunque le 7 canzoni che avevo inciso prima di conoscerli: dopo l’uscita dell’EP, la speranza è quella di trovare una produzione che ci permetta di realizzare un altro disco o EP con le canzoni “migliori” a livello discografico, che ho tenuto fuori per poterle arrangiare con loro e per poter fare un nuovo disco.

Pandemia permettendo, ti piacerebbe portare questo EP in tour?

Il mondo della musica live mi ha sempre accolto a braccia aperte: sono tanti anni che suono live. Ho iniziato quando avevo 16 anni. In Toscana e in Italia in generale ho suonato tanto, quest’estate avevo già ricominciato a suonare con questi due musicisti che lo fanno di mestiere e hanno uno storico di musica live importante. Avevamo un paio di date a Firenze a novembre, stava ripartendo tutto, ma siamo rimasti bloccati. Spero che la pandemia finisca e di poter tornare a suonare live. Senza, sono un po’ giù di morale.

Quindi i prossimi progetti sono EP, nuovo disco e tour. Ce ne sono altri?

Io di mestiere faccio il cuoco, ma per me questa è principalmente una fonte di sostentamento. Un altro progetto molto interessante, che purtroppo si è interrotto con la pandemia, era un progetto a livello universitario. Dopo essermi laureato in lettere moderne, ho fatto un anno di etnomusicologia a Roma, alla Sapienza, e poi grazie al mio professore ho tenuto un corso, nel 2015, di improvvisazione poetica sempre presso La Sapienza. Io pratico l’arte di improvvisazione poetica dell’ottava rima, che è un’arte etnomusicologica popolare toscana e laziale. Sono uno degli ultimi poeti rimasti: siamo una trentina in tutta la Toscana. Io ho 30 anni, sono uno dei più giovani. La voce si è sparsa e l’Università di Firenze tramite il Professor Agamennone mi aveva proposto di tenere un corso stabile presso di loro. Si è fermato tutto per la pandemia, ma spero possa ripartire.

A questo ragazzo tanto carico e propositivo non possiamo che augurargli di realizzare tutti i suoi progetti, sia quelli presenti che quelli futuri.

FONTI

Materiale gentilmente fornito dall‘artista

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