La maggior parte dei conflitti in corso non sono scatenati dalla Natura, ma dall’uomo, e sono proprio questi a dimostrarsi spesso i più tragici e devastanti. Una situazione al limite del surreale è infatti quella in cui si trova ormai da molti anni l’Afghanistan insieme a numerosi altri paesi del Medio Oriente. Ricordare la povertà, le guerre e le carneficine non è necessario, il nome del Paese porta con sé le sue cicatrici. Quello che è assai più utile ricordare sono i tentativi di coloro che in suddette situazioni hanno cercato di opporsi, con gli strumenti che possiedono, sperando costantemente in un significativo, seppur lento, miglioramento. Sakena Yacoobi è una di queste persone.

Nata in una famiglia di ceto medio, figlia di un imprenditore, Sakena ha avuto la possibilità, anzi l’obbligo, di studiare. Arrivato il momento di cominciare l’università, non le fu però possibile proseguire gli studi nel suo paese (in quanto erano vietati alle donne), così i suoi genitori decisero di mandarla negli Stati Uniti, dove si costruì una carriera e una famiglia e dove, più tardi, portò con sé anche i parenti che aveva lasciato in Afghanistan. Un giorno, improvvisamente, apprese dai telegiornali che i Talebani avevano conquistato il potere e dopo un po’ di tempo, tra ripensamenti e dubbi, decise di tornare nella sua terra, con la volontà di cambiare qualcosa.

Quello che Sakena trovò al suo arrivo nel campo in Pakistan furono 7,5 milioni di rifugiati, di cui il 90% erano donne e bambini. A quel punto capì che tutto il suo percorso di studi sarebbe stato lo strumento che avrebbe usato per migliorare le cose, come poteva. Fu così che, innanzitutto, cercò di guadagnarsi la fiducia delle persone che in lei vedevano ormai una donna più americana che afghana e che non aveva nulla in comune con loro, se non il luogo di nascita. Alla fine conquistò la lealtà, e lo stupore, di un anziano signore che divenne il suo primo maestro. Iniziarono insieme ad insegnare ad alcune bambine, poi ad altre ancora, finché la voce si sparse e costruirono una rete di ben venticinque scuole frequentate da circa 15.000 studentesse.

Questo successo non poteva non essere guardato con diffidenza da chi allora era al comando. Un giorno, infatti, nove Talebani irruppero nella scuola di Peshawar (Pakistan) armati di fucili e con un volto la cui espressione lasciava trasparire senza dubbi le loro intenzioni. Sakena, avvertita dagli altri insegnanti in fuga, iniziò a tremare, ma capì che come direttrice aveva il compito di mantenere il sangue freddo. Prese coraggio e quando quegli uomini entrarono nel suo ufficio li guardò negli occhi e chiese loro se desiderassero del thè, ma non era quello ciò che volevano. Con fare irato le chiesero: “Che cosa stai facendo? Non sai che la scuola è vietata alle donne? Che cosa stai facendo qui?” e lei rispose, senza pensarci troppo: “Quale scuola? Dov’è questa scuola?”.

Con un pizzico di leggerezza si stava così aprendo la strada verso una soluzione che avrebbe lasciato lei, i suoi collaboratori e la scuola intatti. Le dissero: “Tu insegni a ragazze qui”, ma lei controbatté : “Questa è una casa di qualcuno, abbiamo alcune studentesse che vengono qui e studiano il Corano…”. Il Corano, il libro sacro. Ecco la scappatoia. Sakena allora ricordò loro come lo stesso Corano fosse preciso sul fatto che se le donne studiano i precetti sacri, saranno brave mogli capaci di obbedire ai loro mariti. I Talebani si scambiarono qualche parola in pashto e poi si rivolsero a lei dandole la loro “benedizione”. Accettarono quel thè, risero e se ne andarono.

Cessato il controllo dei Talebani, Sakena iniziò definitivamente ad espandere il suo progetto istituendo scuole e cliniche con lo scopo di istruire migliaia di ragazzine la cui vita poteva ancora cambiare. Tuttavia, la calma non durò molto e, infatti, durante un viaggio a nord di Kabul, la macchina con a bordo lei, altre quattro insegnanti e una guardia del corpo fu fermata da diciannove ragazzi che bloccavano la strada. L’autista chiese che cosa volessero e loro risposero chiamando il nome di Sakena. Dopo qualche resistenza, scese dalla macchina, preparata al peggio, e chiese loro : “Che cosa posso fare per voi?”. La risposta non fu quella che si aspettava : “Noi sappiamo chi sei, dove stai andando, ogni giorno tu vai su al nord, qua e là. Tu istruisci le donne, insegni a loro e dai loro l’opportunità di avere un lavoro, le rendi sveglie. E a noi?”.

Tornata nel suo ufficio Sakena rifletté sulla richiesta di quei ragazzi, totalmente inattesa e disarmante. Pensò a come i ragazzi in quel paese nascessero con un fucile in mano e a quanto alla svelta fossero costretti a crescere, diventando delle marionette in grado solamente di uccidere per ordine di qualcun altro. Non conoscevano niente al di fuori di quello. La decisione che prese alla fine Sakena non fu facile, ma accettò il rischio e dopo qualche giorno ritornò su quella strada, da quei ragazzi. Tutto ciò che disse loro fu: “Ok, venite con me, ma a una condizione: qualsiasi cosa io vi dica, voi l’accettate” e loro annuirono.

Oggi questi ragazzi sono tra i migliori insegnanti di cui la grande rete scolastica creata da Sakena dispone e durante i viaggi da una scuola all’altra sono loro a proteggere chi li ha istruiti. Imparano l’inglese, si esercitano a insegnare ad altri, imparano come utilizzare i computer e credono nei principi di uguaglianza che da giovani ignoravano.

(…) education transforms people. When you educate people, they’re going to be different and today all over, we need to work for gender equality. We cannot train women but forget about the men, because the men are the real people who are giving women the hardest time. So we started training men because the men should know the potential of women (…).