La tempesta tropicale Eta si è abbattuta sul centroamerica causando ingenti danni in tutta l’area. Martedì 3 novembre l’uragano ha colpito il Nicaragua (costa nord orientale), avanzando ha poi perso potenza e ha attraversato l’Honduras, per poi raggiungere il Guatemala. Il Presidente della Colombia, Iván Duque, ha affermato che il 98% delle infrastrutture nell’arcipelago della Providencia è andato distrutto.

Il 6 novembre il presidente del Guatemala, Alejandro Giammattei, ha dichiarato in conferenza stampa che oltre 6000 persone hanno perso i loro campi (vale a dire il loro reddito) e sono almeno centocinquanta i morti o dispersi.

Tre giorni dopo, il 9 novembre, la protezione civile (la Conred) del paese ha parlato di circa 11mila persone che hanno perso tutto e che, impossibilitate a tornare nelle loro abitazioni, trovano alloggio nei centri di accoglienza. Ha ricordato a tutti che le regole anti-contagio devono essere mantenute ovunque ma i centri non sono attrezzati anche per combattere il Covid-19. Oltre al sovraffollamento, e già questo basta a sottolineare la gravità della situazione in tempi di pandemia, preoccupano soprattutto le scarse condizioni igieniche garantite e la difficoltà ad accedere all’acqua potabile.

In una situazione del genere la pandemia, volenti o meno, è stata messa in secondo piano ma la curva dei contagi rischia un’impennata senza precedenti. Secondo i dati pubblicati dalla John Hopkins university, l’11 novembre i casi covid-19 erano 112.129, con 3832 vittime.

Eta è solo l’inizio

Il pericolo dovuto al ciclone però non sembra essere passato, tutta l’America centrale infatti è in allerta per una seconda tempesta tropicale, Iota. Le autorità dell’Honduras hanno dato avvio ad evacuazioni forzate dalla regione di San Pedro Sula, una delle aree più industrializzate del paese a nord della capitale. Circa 80mila le persone evacuate e ridistribuite nel territorio nazionale.

In Guatemala invece le evacuazioni restano su base volontaria, la protezione civile locale però ha raccomandato di rimanere distanti dai corsi d’acqua e dalle zone rosse, ad alto rischio inondazioni.

Il presidente del Guatemala ha recentemente accusato i paesi industrializzati di essere i diretti responsabili delle catastrofi naturali in corso in quanto conseguenza del cambiamento climatico. Ai margini di una riunione indetta con il presidente dell’Honduras, Alejandro Giammattei dichiara che dovranno essere i paesi industrializzata a rispondere “dei danni che hanno causato al clima”, le cui conseguenze si riversano anche sull’America centrale.

I presidenti dei due Stati inoltre dichiarano la volontà di chiedere aiuti alla BCIE, la Banca centroamericana di integrazione economica, e far sì che questi non pesino sul debito pubblico dei due paesi.

La denuncia dell’UNICEF

Queste zone non sono nuove a fenomeni di questo tipo; tuttavia non si era mai verificato nulla in concomitanza con una pandemia globale come quella attualmente in corso. La CCN ha intervistato Mark Connolly, il rappresentante UNICEF in Honduras. Egli ha sottolineato come la ricostruzione in certe comunità è lentissima, quando si verifica. La situazione è tragica perché di fronte a una mancanza di lavoro, di casa e di una chiara prospettiva per il futuro, la scelta è obbligata: spostarsi. “Alcune famiglie hanno perso tutto. La loro unica speranza adesso potrebbe essere quella di chiedere un prestito di poche migliaia di dollari e emigrare in Messico o negli Stati Uniti.” Con tutti i problemi che ne conseguono: il Messico ha chiuso da mesi i confini con l’America centrale e le politiche di Trump sull’immigrazione rendono difficile ogni passaggio.

Connolly sottolinea inoltre l’impatto devastante che quanto successo ha su alcune fasce della popolazione, bambini per primi. Moltissime scuole sono state distrutte o danneggiate dalla tempesta, quelle rimaste agibili sono convertite in rifugi per famiglie sfollate. Le lezioni scolastiche sono state interrotte la scorsa primavera a causa del covid; al momento non si ha alcuna data riguardo ad una possibile riapertura.

Le migrazioni climatiche

I migranti ambientali sono una categoria di persone destinata ad aumentare sempre di più nel corso dei prossimi anni. Il collegamento tra i disastri naturali prodotti dal clima e l’aumentare dei flussi infatti renderà questo tema assolutamente centrale nel discorso politico e nessun paese potrà dirsi esente. Si tratta di una categoria a parte perché non rientrano sotto lo status di rifugiato, e dunque non godono di protezione internazionale. La definizione di rifugiato infatti si ritrova nella Convenzione di Ginevra, art. 1 e implica tutti gli individui costretti ad abbandonare il loro paese per “razza, religione, cittadinanza, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche”.

Fare previsioni attendibili è difficile, pur sapendo che il cambiamento climatico è in corso resta impossibile o quasi prevedere l’impatto di una calamità naturale. Dai dati del 2019 tuttavia è possibile fare un bilancio: circa 2000 catastrofi naturali hanno causato il movimento di 24,9 milioni di persone. La cifra è tre volte più alta rispetto agli sfollati dovuti a conflitti e violenze (fonte dati: IDMC, International Displacement Monitoring Centre). I numeri sono tali da indurre, o dovrebbero quantomeno, serie riflessioni sul tema a livello internazionale.

Fonti:

www.ilpost.it

www.ouest-france.fr

www.lenius.it

Il Guatemala affronta due emergenze, Ricardo Marroquin, Internazionale 1384, p. 28

atalayar.com

edition.cnn.com

www.avvenire.it