Sembra che, anche nel 2020, nel bel mezzo di una pandemia globale, molti si sentano confortati nel rifiutare le loro responsabilità per affidarle interamente alla gioventù di oggi, che, ancora una volta, funge da ottimo capro espiatorio. Tolte le colpe meritate o immeritate dei singoli individui, fare di tutta l’erba un fascio non può che risultare sempre, e senza eccezioni, sbagliato. Proprio per questo motivo, infatti, è opportuno rendere giustizia a quei giovani che, oltre a salvaguardare se stessi con le misure indicate dai diversi governi mondiali, sono stati tanto responsabili da contribuire personalmente al miglioramento dei servizi delle loro comunità. Tra i tanti ragazzi a cui si dovrebbe riconoscere tale merito, un’attenzione particolare va a Ezedine Kamil, studente di scienze naturali presso l’università di Welkite (Etiopia) di soli diciotto anni.

Se anche i paesi più ricchi, come quelli europei, stanno affrontando un periodo di crisi economica, si può a malapena immaginare quali siano le condizioni che affliggono i già molto straziati territori dell’Africa durante questo continuo declino. Fortunatamente, ragazzi come Ezedine Kamil cercano di partecipare dando un apporto fondamentale alle città messe a dura prova. Il giovane inventore, infatti, avrebbe ovviato alla mancanza di approvvigionamento necessario ma costoso, come mascherine, guanti e respiratori, progettandoli autonomamente.

Tra gli apparecchi realizzati, che arriverebbero circa a una trentina, se ne contano diversi che non stupiscono per la loro originalità (in quanto sono spesso copie di dispositivi già collaudati), ma piuttosto per il fatto che raggiungono in modo sorprendente i risultati degli strumenti originali, pur essendo stati prodotti in condizioni non ottimali e con i pochi materiali a disposizione.

Un esempio ne è il contact-free hand washer, ovvero un distributore di sapone elettrico senza contatto dotato di un sensore integrato che in caso di blackout energetico, frequente in Etiopia, può comunque essere attivato da un pedale meccanico. Decine di questi erogatori sono stati prodotti dall’università del luogo e distribuiti nei punti di maggior assembramento come banche e ospedali.

Un altro dispositivo di vitale importanza è il respiratore: l’Etiopia avrebbe solamente 557 respiratori di cui 214 di proprietà degli ospedali privati. Questi numeri risultano chiaramente irrisori trattandosi della seconda nazione più popolosa dell’Africa. Data la carenza e, soprattutto, la consapevolezza che i respiratori importati sarebbero solo un falso aiuto offerto dalle aziende straniere alla nazione etiope e, oltretutto, pagato a caro prezzo, Ezedine è partito dalle basi. Consultando manuali online liberamente accessibili è riuscito a costruire un respiratore low-cost con una custodia di plastica, un respiratore meccanico e uno schermo azionato da un telefono.

L’invenzione più illuminante e la cui utilità non è da sottovalutare, è un dispositivo creato apposta affinché chi lo indossa sia dissuaso dal toccarsi il viso con le mani. Lo stesso Ezedine ha spiegato: “The device is like a watch with a sensor (…) Every time the hand approaches the face, the device rings, reminding the wearer not to touch their face”. In sostanza, questa sorta di orologio dovrebbe emettere un suono tutte le volte che la mano che lo porta si avvicina al viso, facendo scattare l’allarme. Gli apparecchi elettrici utilizzati per produrlo sono di facile reperibilità e talvolta anche provenienti da scarti, rendendo quindi questo dispositivo utile, ma anche sostenibile. Lo stesso gadget si rivela multi-uso, come definito da Kamil, perché può essere utilizzato anche alla cintura, impostando la distanza di sicurezza consigliata di un metro, così da assicurarsi di rispettarla in qualunque momento.

Alla base di questi progetti si trova quindi la forte volontà di un giovane a cui non basta pensare a se stesso per proteggersi dagli altri, ma che, al contrario, desidera rendersi utile e aiutare nel modo più efficace possibile. Il fatto che abbia così poca esperienza alle spalle, ma che riesca comunque a fare la sua parte all’interno della sua comunità, dovrebbe quantomeno far riflettere tutti coloro che hanno finora trovato confortante accusare intere categorie generazionali di una colpa comune a molti, ma non a tutti: bambini, giovani, adulti e anziani sono insieme ugualmente membri dei luoghi in cui vivono e, fortunatamente, sono tutti anelli forti della stessa catena. Se ciò che si può offrire in aiuto non sono invenzioni sorprendenti come quelle di Ezedine Kamil, ma solamente un po’ di supporto, a beneficiarne sarà di certo tanto il singolo quanto l’intera collettività, nessuno escluso.