Da decenni ormai l’arte viene inevitabilmente associata al concetto di creatività. L’opera è così il frutto della personalità creativa di un genio autoriale dotato di una sensibile capacità tecnica e intellettuale. Che cosa intendiamo però quando parliamo di creatività e quale significato attribuiamo al verbo creare? Si tratta semplicemente di un gesto pratico, oppure presuppone anche qualcosa di innovativo? 

Il concetto di creatività

Oggi, come conseguenza delle categorie euristiche ottocentesche e delle sperimentazioni novecentesche, quando si parla di creatività sorge la spontanea tendenza ad associare il termine al concetto di originalità. Così, l’opera d’arte non solo sarebbe il frutto della personalità creativa di un autore, ma soprattutto di una particolare intuizione innovativa. 

Del resto, nell’enunciato “bisogna essere creativi” si sottintende l’idea di creare qualcosa di nuovo, inedito e mai visto prima. Nella nostra costante tensione verso il progresso e la crescita, il concetto di innovazione è quindi assunto quale mantra fondamentale (e basterebbe osservare lo sviluppo tecnologico per rendersene conto). 

Creatività e copia nell’arte antica

Nella sfera artistica, la conseguenza più logica di un tale assetto concettuale, fondato sulla creatività in quanto attività innovativa, è inevitabilmente la condanna al concetto di copia. Questa è l’acerrima nemica della creatività, quindi, per esteso, dell’arte.

Bronzi di Riace (V secolo a.C.)

Tuttavia certe etichette, nate soprattutto dalla critica d’arte ottocentesca, stanno piuttosto strette all’arte. Siamo sicuri che l’idea vigente di opera d’arte sia applicabile anche alle culture artistiche del passato? Qual era il loro rapporto con le nozioni di nuovo e di copia?

Al fine di rispondere a tali quesiti, occorre rivolgersi a quel bacino di esperienze artistiche che ha costituito uno dei pilastri dell’arte occidentale: l’antichità ellenistica. In particolare, occorre fare una breve incursione nella mentalità greca in relazione al concetto di copia. 

Il copista e il valore della tecnica

Fin da subito, però, restiamo delusi nello scoprire che nel mondo greco non esiste in realtà il concetto di copia. O meglio, esso esisteva, ma non aveva l’accezione negativa che gli attribuiamo noi oggi. Anzi, per gli antichi, l’originalità e l’innovazione non erano i valori primari della creazione artistica, né l’attività di copiare veniva considerata come qualcosa di abominevole. Se tornassimo indietro nel tempo e cercassimo di spiegare a un ellenistico che cosa sia la proprietà intellettuale o il copyright, sarebbe certamente un tentativo inutile.

Gruppo scultoreo del Laocoonte, copia conservata nei Musei Vaticani, I sec. a.C. – I sec. d.C.

Aldilà di alcune inevitabili eccezioni, il parametro principale con cui il mondo ellenistico valutava un’opera era la tecnica. Tant’è che in greco la parola arte era più comunemente indicata con il termine tèchne e l’artista non era né più né meno che un artefice. Da questo punto di vista, nel panorama artistico greco, il copista non era poi così distante dall’artista che realizzava la prima versione.

A tal punto che, quasi sempre, i copisti stessi firmavano le riproduzioni come se fossero opere loro. Si badi bene che questo discorso vale per quasi la totalità delle opere antiche. Anche lo stesso Laocoonte è indicato come il risultato a sei mani degli scultori rodiesi Agesandro, Atenodoro e Poliodoro. In realtà, molto più probabilmente, nacque come una copia in marmo di un gruppo bronzeo preesistente. 

Lo status della creazione artistica
Paestum, Tempio di Nettuno (450 a.C.)

Vi è poi un ulteriore aspetto, di carattere filologico, ovvero il fatto che quando si discuteva di pittura o di scultura, gli scrittori antichi non specificavano mai se si riferissero a copie o originali. Questo semplicemente perché non era affatto importante che un’opera fosse originale o no. Ciò che importava era soprattutto la sua funzione all’interno del contesto in cui era destinata 

Come ha osservato brillantemente il grande studioso dell’antichità Jean-Pierre Vernant, la grande statuaria greco-classica nasce in relazione alla sua funzione pubblica. È nei templi che le statue degli dei vengono collocate ed è nei templi che vengono fruite dai cittadini, in virtù della loro specifica funzione cultuale. L’autore infatti osserva che:

La comparsa della grande statuaria cultuale non si può comprendere se non nell’ambito del tempio, con il suo duplice carattere di abitazione riservata al dio e di spazio pienamente socializzato.

Cristo pantokrator, particolare dell’affresco del catino absidale della Chiesa Abbaziale di Sant’Angelo in Formis (Capua)

Considerazioni tra ieri e oggi 

Insomma, gli albori della cultura artistica occidentale non davano tanto peso al chi, quanto allo scopo, ossia la sua funzione in relazione al contesto. E così sarebbe stato non solo per la civiltà greca, ma anche per tutta la civiltà medievale. Infatti, tanto le opere scultoree quanto quelle pittoriche, in età medievale venivano configurate secondo un’iconografia contestuale, cioè adatta al contesto specifico della loro collocazione.

Così, quando si entra in un’aula battesimale con decori del XII/XIII secolo, è inevitabile osservare le storie di San Giovanni Battista. Di conseguenza l’idea odierna di opera d’arte come prodotto di un genio autoriale, ovvero l’artista, nasce soltanto in età moderna, quando lo status dell’autore venne innalzato al pari di quello dell’intellettuale. 

 

 


FONTI

G. Pucci, Verità della copia nell’estetica antica

Jean-Pierre Vernant, Dalla presentificazione dell’invisibile all’imitazione dell’apparenza, in L’immagine e il suo doppio (1983)