Il primo settembre scorso diciotto pescatori partiti dal porto di Mazara del Vallo, in Sicilia, sono stati fermati dalle autorità libiche e portati in una caserma di Bengasi, città della Libia. Otto pescatori sono italiani, sei sono tunisini, due filippini e due senegalesi. Si trovavano in due pescherecci diversi: Medinea e Antartide.

Non è la prima volta che le autorità libiche fermano dei pescherecci italiani: è infatti già successo nel 2018 e nel 2019. Nelle occasioni precedenti avevano però rilasciato i pescatori pochi giorni dopo.

I pescatori di Mazzara del Vallo si trovano ora in stato di fermo da più di due mesi. Inoltre, le informazioni sulla situazione e sul perché siano stati arrestati sono molto confuse.

Le ipotesi:

Ci sono varie ipotesi sul sequestro dei pescatori: la prima riguarda la violazione di un’area di mare considerata zona economica esclusiva dalla Libia. I pescherecci sono infatti stati fermati a circa quaranta miglia dalle coste libiche, in un punto dove la Libia rivendica il diritto assoluto di sfruttamento economico delle acque. Nel 2005 infatti, il governo libico ha esteso il suo controllo delle risorse marine fino a 74 miglia dalla sua costa. Da allora, chiunque navighi nella sua zona economica esclusiva subisce pesanti sanzioni, la confisca del peschereccio e il sequestro degli equipaggi.

Il «Libyan Address Journal» ha poi avanzato un’altra ipotesi attraverso Twitter. Secondo la testata giornalistico, il maresciallo Khalifa Haftar avrebbe sequestrato i pescatori di Mazzara del Vallo per poter chiedere all’Italia la liberazione di quattro scafisti libici che stanno attualmente scontando una pena di 30 anni nel nostro paese, condannati per la morte di quarantanove migranti. L’idea sarebbe infatti quella di uno scambio ad armi pari.

Infine, secondo il giornalista di Prima Pagina Mazara Francesco Mezzapelle, il sequestro da parte del generale Haftar potrebbe essere avvenuto per un vecchio malcontento. Infatti, nell’estate del 2019 la federazione italiana Federpesca e un’organizzazione di investimento di Haftar erano arrivati a un accordo che permetteva libero accesso ai pescatori italiani nella zona economica esclusiva della Libia in cambio di una tassa mensile. L’accordo non è però mai arrivato a una reale conclusione a causa delle proteste del primo ministro Fayez al Serraj, l’unico riconosciuto dall’ONU e avversario di Haftar. L’Italia si è così tirata indietro. Haftar potrebbe quindi aver agito per vendetta.

La preoccupazione dei familiari:

La testata giornalistica «Libyan Address Journal» ha affermato che, stando alle dichiarazioni del funzionario delle milizie libiche Al-Mahjoub, i pescatori sono in condizioni eccellenti e che i libici li stanno trattando nell’assoluto rispetto dei diritti umani. Inoltre, ha affermato che le autorità hanno fermato i pescatori per essere entrati nelle acque di competenza del governo libico senza autorizzazione e che per questo saranno processati. Il processo si sarebbe dovuto tenere il 21 ottobre scorso ma non è ancora inziato e non ci sono ancora informazioni su quando e se si terrà.

I familiari dei pescatori bloccati in Libia si sono detti molto preoccupati. Dal giorno del sequestro c’è stata infatti solo un’unica telefonata fatta da Piero Morrone, il capitano di uno dei due pescherecci, a sua madre. Piero Morrone ha spiegato alla madre che lui e il suo equipaggio stanno bene e che però necessitano aiuto.

I familiari hanno così deciso di manifestare il loro malcontento e di fare un sit-in fisso davanti al Parlamento per chiedere al governo risposte riguardo la situazione. Hanno affermato:

Da 55 giorni non abbiamo alcun dato certo di come stiano i nostri pescatori. Le risposte arrivano sempre uguali, dal giorno 1 ci dicono che stanno bene, che sono trattati bene, che mangiano, che hanno ricevuto i farmaci di cui qualcuno di loro ha bisogno, ma mai abbiamo avuto una prova certa delle loro buone condizioni […]. Con noi ci sono mogli, madri, figlie, mentre a Mazzara, dagli stessi giorni in cui noi siamo in presidio fisso a Montecitorio, altri non si muovono da sotto il Comune. Da 35 giorni dormiamo in tenda davanti al Parlamento. Tra noi c’è una signora di 74 anni, le figlie 20enni di due marittimi. […] Siamo in una situazione assurda. […] la trattativa è complessa e lo capiamo, ma nessuno ci tiene informati delle condizioni di detenzione. Nessuno si sta adoperando per un contatto diretto fra le famiglie e i pescatori. E la disperazione cresce.

Il 25 ottobre inoltre, i familiari hanno voluto protestare pacificamente attraverso una marcia per la libertà durata 30 km, iniziata da Albano Laziale e conclusa in piazza Montecitorio. Il Ministero degli Esteri ha affermato che stanno lavorando per portare a casa i pescatori e che coinvolgeranno la comunità internazionale. La speranza è quindi che il caso sia chiuso nel migliore dei modi e in tempi brevi.