Zakaria è nato e cresciuto in provincia di Modena, ha 23 anni e studia Relazioni Internazionali all’Università di Torino. I suoi genitori vengono dal Marocco, per cui Zakaria è cresciuto in Italia in una famiglia araba.

In questi giorni ti è capitato un episodio poco piacevole, ti va di raccontarci di cosa si tratta?

Certo. È successo a Torino, era un giorno come tutti gli altri, banalmente stavo uscendo a buttare la spazzatura ed è avvenuto ciò che mai mi sarei aspettato: una signora è arrivata alle mie spalle e in tono aggressivo ha iniziato a chiedermi “Chi sei? Cosa fai? Non puoi stare qui… vattene subito!”. Io non capivo, ho cercato di dirle che avevo le chiavi e che stavo solo buttando la spazzatura. Lei ha insistito dicendo che non potevo stare lì, ha tirato fuori il telefono dicendomi “Tu sei un ladro”, mentre io le ripetevo “Guardi, signora, ho le chiavi. Quale ladro è in pigiama, ha tre sacchetti della spazzatura e ha le chiavi?” Invece di scusarsi con me, lei ha insinuato che io avessi rubato le chiavi. Visto che non c’era modo di fare ragionare la signora, mentre lei componeva il numero della polizia, tutto ciò che ho potuto fare è stato ignorare la signora per non creare altri problemi e andare verso il cortile.

Lì ho chiamato il mio coinquilino sperando che almeno lui la convincesse del fatto che vivevo lì, ma lei aveva mandato le foto all’affittuario dicendo di aver colto in flagrante un ragazzo marocchino che cercava di entrare. L’affittuario l’ha chiamata per sistemare le cose, sono rimasti al telefono 53 minuti. Il mio affittuario ci ha messo 53 minuti a calmarla.

Lei si è difesa dicendo che avevano appena rubato la borsa alla figlia, chissà dove, e che secondo lei potevo benissimo essere stato io, ero un marocchino, non si era mai visto un marocchino in quartiere. Potevo aver trovato le chiavi e rintracciato dove si trovava l’abitazione della figlia e in quel momento ero lì per entrare a rubare. È tutto assurdo, ma è ciò che è successo. Dopo l’accaduto, ho voluto condividere sui social una lettera aperta all’Italia, il mio Paese, e adesso il mio post sta facendo il giro del web.

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Cara Italia, non sono un ladro. Ti scrivo amareggiato, per dirti che sono stanco di tutto questo. Qualche giorno fa stavo uscendo di casa, in pigiama, con tre sacchetti della spazzatura in una mano ed un paio di chiavi nell’altra, diretto verso i bidoni dell’immondizia nel cortile interno del mio palazzo. Mentre rigiro le chiavi in mano, una signora mi si avvicina da dietro con fare accusatorio. “Chi sei tu? Cosa pensi di fare? Non puoi stare qui, vattene o chiamo la polizia.” Tira fuori il telefono, iniziando a fotografarmi. Mostro alla signora le chiavi, interdetto, informandola che sto solo cercando di andare a buttare la spazzatura. La signora continua a fotografarmi. “Se provi ad entrare chiamo la polizia, sei un ladro.” “Signora, sono in pigiama, ho le chiavi, ho tre sacchetti della spazzatura in mano, che problema ha? Non sono un ladro.” “Hai rubato le chiavi! Chiamo la polizia! Identificati subito!” Infastidito dal tono della signora, rifiuto di risponderle, giro le chiavi e mi dirigo verso il cortile interno. La signora stava chiamando la polizia. Non riuscivo a credere a ciò che stava succedendo. Chiamo il mio coinquilino dal cortile, magari a lui la signora avrebbe dato ascolto. Scosso, rientro nel mio appartamento. La signora nel frattempo manda le foto al mio affittuario, il quale, la informa che sono un inquilino con regolare contratto. La signora si giustifica dicendo che quella mattina, qualcuno aveva rubato la borsa alla figlia. Non si è mai visto un marocchino in quel quartiere, dovevo per forza aver trovato le chiavi, rintracciato il luogo dove abitava la figlia, e ora stavo provando ad entrare nel palazzo. In pigiama. Con tre sacchi della spazzatura. E le chiavi. Ovviamente. La signora, tutt’oggi, si rifiuta di chiedere scusa. Ed è forse questo l’aspetto che più di tutti mi lascia amareggiato. Ma nonostante tutto questo, sono fiero. Fiero di tutti/e coloro che mi hanno subito supportato, aiutato, spalleggiato, difeso. Cara Italia, questi sono tuoi figli e tue figlie. E saranno sempre più di chi mi vuole alieno. Sono i miei fratelli, le mie sorelle. Cara Italia, l’Italia siamo noi, Insieme. Con affetto, tuo figlio Zakaria.

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Era la prima volta che ti capitava un episodio del genere?

Di questo tipo sì. Sono avvenuti altri episodi di razzismo, ma a questo livello solo questo. Me ne è capitato un altro in Estonia, dove sono stato fatto scendere da un autobus. Stavo parlando al telefono con mio padre in arabo e le persone hanno iniziato a guardarmi male finché l’autobus si è fermato e l’autista mi ha detto che gli altri passeggeri erano spaventati e mi ha intimato di scendere. Io dovevo andare in aeroporto, era tardi, ho cercato di spiegarglielo, lui non capiva bene l’inglese, le persone mi hanno spinto e alla fine sono sceso. Miracolosamente sono arrivato in aeroporto in tempo, ma ho dovuto farlo a piedi, di corsa. Questo è stato il secondo episodio più brutto di quelli che mi sono capitati nella mia vita.

In Italia te ne sono accaduti altri?

Di questa portata no. Ce ne sono stati altri quando ero più piccolo, a scuola. Sono stato buttato fuori dall’aula durante la Giornata della Memoria perché secondo l’insegnante gli islamici non rispettano gli ebrei. Un’insegnante una volta mi ha fatto uscire perché secondo lei non rispettavo le donne, quando 9/10 insegnanti sono donne e non avevo mai avuto problemi con nessuna di loro. Purtroppo con chi parte prevenuto non c’è spazio di conversazione. C’è di buono che questi episodi mi sono stati di enorme stimolo per dimostrare il mio valore e forse una parte di me ringrazia queste persone per aver dato un’ulteriore spinta alla mia determinazione, che mi ha fatto diventare quello che sono oggi.

Come ti sei sentito in queste occasioni?

Sul momento ho provato rabbia e frustrazione. Delusione perché sono sempre lì che provo, ci provo, ci provo e riprovo, a dimostrare di essere “una persona che vale”, che merita di essere lì, che merita il rispetto, il supporto e di essere trattato semplicemente come tutti gli altri. Quando salta fuori un motivo senza senso per cui sono discriminato, ci rimango male, tanto, tanto male, e posso solo provare a contrastare questa cosa con l’istruzione, tanta istruzione. Ed è ciò che ho cercato di fare, iscrivermi all’università, istruirmi, trovare il modo giusto per comunicare con la gente, poterla comprendere, poter fare da ponte tra le persone.

Da cosa pensi che derivino questi comportamenti, qual è la causa?

Penso che la causa sia la non conoscenza o comunque una conoscenza poco profonda della realtà altrui. Chi conosce la realtà altrui non ha questi atteggiamenti. Penso anche che purtroppo, o forse per fortuna, ma in questo periodo più purtroppo, il modo più facile per conoscere il diverso è la televisione. I media spesso marciano su una cattiva rappresentazione delle persone, per cui anche quel poco che conosci dell’altro è negativo.

Pensi che in Marocco potrebbe verificarsi una situazione simile a quella che ti è accaduta alcuni giorni fa, ma nei confronti di un italiano?

Penso sia molto difficile che accada una cosa del genere. In Marocco non c’è un sistema mediatico che attacca le persone diverse, in termini di colore della pelle. È difficile che le persone abbiano un pregiudizio negativo nei confronti di qualcuno, come magari si può trovare, ahimè, in Italia. Poi ovviamente non tutti in Italia sono così e anche in Marocco possono esserci episodi di discriminazione, non lo escludo assolutamente, ma è più semplice che in Italia ci sia un pregiudizio per un africano che viceversa.

Puoi spiegarmi meglio in che modo i media italiani alimentano questa discriminazione?

Penso che il lessico sia una componente che gioca un ruolo fondamentale. Non citerò giornali specifici, ma ricordo titoli come “Bastardi islamici” o simili, che creano un giudizio negativo nei confronti di alcune persone. Le parole sono importanti. Una parola vale tanto. Sceglierne una piuttosto che un’altra fa la differenza. Anche a livello di linguaggio politico. Alcuni politici usano un linguaggio che mostra un’immagine erronea e anche se una volta ogni cento si mostra un’immagine positiva, le altre novantanove hanno la meglio.

Come vedi il futuro dell’Italia dal punto di vista dei pregiudizi verso il prossimo? In che direzione andiamo?

Si può migliorare se ci si lavora insieme e se c’è la volontà di collaborare. Se anche il discorso politico aiuta il popolo a sentirsi una collettività, un insieme, anche nelle nostre differenze. Si può sia migliorare che peggiorare. La scelta sta alla politica e alle persone. Noi nel nostro piccolo possiamo scegliere. Io voglio pensare di migliorare questo paese. E spero che tutti cerchino di fare lo stesso.

Zakaria
Il tesserino universitario di Zakaria in triennale
Cosa vorresti dire alla signora che ti ha scambiato per un ladro?

Vorrei dirle che se anche solo si fosse premurata di parlarmi in modo normale, come avrebbe parlato a qualunque altro italiano, se mi avesse spiegato chi era e mi avesse chiesto chi fossi io, le cose sarebbero andate diversamente. A me fa davvero tantissimo piacere parlare con le signore, le vicine, chiunque, non ho alcun problema. Se lei mi avesse visto come un suo pari e mi avesse trattato come tale, avremmo semplicemente parlato.

Un’ultima domanda: come stai?

Bene. Sto molto bene. Ricevere così tanta positività da così tante persone mi ha fatto davvero tanto, tanto bene ed ha quasi annullato l’evento negativo in sé. Purtroppo ci sono alcuni commenti negativi, ma c’è un surplus enorme di positività che va a coprire qualcunque cosa negativa io possa provare.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Sì, solo una cosa: chiedo a tutta l’Italia più positività nei confronti del prossimo. Dategli una possibilità. Il bene porterà a bene e si migliorerà tutti insieme.

 

FONTI:

Intervista a Zakaria