Che il digitale abbia trasformato in modo capillare la vita di tutti i giorni è fuori discussione. Ed è una questione che si sente ripetere ormai da anni come un disco rotto. Svago, lavoro, didattica, economia, comunicazione, fotografia sono solo parte della lista degli ambiti che hanno accolto, con risultati talvolta discutibili, il digitale. L’avvento delle tecnologie digitali è assai lunga e non occorre nemmeno menzionarle tutti, tale è il livello di integrazione digitale che le attività quotidiane hanno raggiunto. 

Come ogni aspetto che riguarda l’ambito tecnologico – e più profondamente umano – la discussione sui rischi e sulle potenzialità che la digitalizzazione comporta aprirebbe una voragine. Un loop di questioni e sotto-questioni che condurrebbero alla noia o all’esasperazione.

Tecnofobia e Tecnoeuforia

C’è un divario tra la tecnofobia e la tecnoeuforia. Tra chi crede che la tecnologia sia il male del mondo e chi è convinto invece che sia la panacea per tutti i mali. Conviene quindi scegliere una via di mezzo, disporsi in un atteggiamento critico e prendere in esame la questione con razionalità e coscienza. 

Del resto, il discorso sul digitale e sui suoi pericoli si inserisce pur sempre in una lunga tradizione di riflessioni. Soprattutto attorno alla tecnica che, a partire dal post-Hiroshima/Nagasaki, ha alimentato speculazioni su speculazioni, ha riempito scaffali filosofici interminabili e affascinato la mente di registi e sceneggiatori cinematografici. 

Le tipologie di implicazioni sul digitale

Ne va da sé che anche l’arte, come tutte la altre attività, ma a modo suo, ha dovuto confrontarsi con il digitale e con le sue implicazioni tecniche, conservative e soprattutto estetiche. Il modo in cui l’arte e più in generale la produzione di immagini sono state influenzate dall’avvento del digitale è piuttosto stratificato.

Ciò significa che per comprendere appieno – se mai fosse possibile – quanto le coordinate del mondo artistico sono state trasformate dalle tecnologie digitali, occorre scalfire la superficie del visibile. Non solo, ma anche indagare a fondo gli strati più costitutivi della produzione artistica. In questa sede ci limiteremo soltanto a prendere in esame quelle che sono le implicazioni più evidenti che il digitale può esercitare sull’arte: tecnica, estetica e conservazione. 

Implicazioni tecniche

Un discorso relativo all’influenza digitale sull’arte non può che iniziare dalle implicazioni tecniche. Gli strumenti digitali, banalmente computer, fotocamere digitali, software ecc. non sono altro che utensili nelle mani dell’artista creatore. Al pari di un pennello, una matita o uno scalpellino, gli utensili digitali sono pur sempre un medium come un altro. L’artista li sfrutta per realizzare in forma visibile l’idea che la sua mente ha concepito.

La principale discontinuità rispetto alle precedenti pratiche analogiche risiede nel fatto che il digitale offre la possibilità di spaziare in modo esteso tra più strumenti o tool. Questi sono diventati indispensabili nella realizzazione del lavoro e soprattutto comportano una ridotta interazione fisica rispetto al materiale a disposizione. 

Tuttavia, l’idea che il digitale abbia una fisicità ridotta e una minore consistenza, soprattutto in riferimento al tema del virtuale, non deve assolutamente indurre a pensare che esso sia sinonimo di immaterialità e dunque immortalità. 

Implicazioni conservative e fruitive

È proprio parlando di immaterialità si innesta un’altra fondamentale implicazione del digitale sull’arte, ovvero quella relativa alla questione della conservazione e della fruizione delle opere d’arte. Come si diceva, non dobbiamo compiere l’errore di pensare che il digitale sia sinonimo di immateriale. Non esiste nulla di inconsistente, nemmeno il virtuale.

Tutte le immagini che conserviamo nei nostri dispositivi digitali, siano essi pc, smartphone o tablet sono sempre inevitabilmente e costitutivamente connesse proprio all’esistenza fisica di quei dispositivi e in ultima istanza a server. Anch’essi, infatti, sono dotati di una presenza fisica. Se tali dispositivi o, peggio ancora, tali server cessano di funzionare e vanno incontro a decadenza e obsolescenza, ecco che quelle immagini cessano di esistere. 

Particolare da La calunnia di Apelle, Sandro Botticelli (via haltadefinizione)

Inevitabilmente però la digitalizzazione dell’arte ha condotto a nuovi orizzonti di fruibilità delle opere d’arte. Si permette, così, a qualsiasi utente, con semplici passaggi, di accedere a cataloghi online contenenti le immagini dei più grandi capolavori della storia dell’arte. Talvolta anche in altissima definizione. 

Implicazioni di studio e ricerca

Non dobbiamo poi dimenticare anche le implicazioni di studio e ricerca. Come già aveva osservato Walter Benjamin circa un secolo fa, in un’epoca in cui la fotografia era ancora analogica, le immagini fotografiche hanno una profonda valenza epistemologica.

Oggi, in particolare, le immagini digitali ad alta definizione delle opere d’arte consentono all’utente di cogliere e analizzare anche i dettagli più nascosti. In questo modo può approfondire l’opera d’arte nei suoi elementi più impercettibili. Senza parlare poi dei tour virtuali, che hanno offerto ai musei una parziale e ridotta risposta durante i mesi più critici dell’emergenza Covid. Anche se la fruizione di un’opera d’arte e, più in generale, l’esperienza museale, non potranno mai essere sostituite da surrogati digitali. 

Implicazioni estetico-artistiche

Un fortunato – ma discutibile – approccio di critica d’arte contemporanea, sostenuto tra gli altri da figure come Francesco Bonami, propone un quadro sugli artisti migliori. Questi sono coloro che riescono in modo più efficace a interpretare esteticamente e artisticamente i caratteri culturali, tecnici e mediali della loro epoca. Seguendo questa traiettoria critica dovremmo essere portati ad affermare una cosa: i principali artisti degli ultimi venti, trent’anni sono tutti coloro che hanno saputo sfruttare artisticamente i nuovi media a disposizione. 

Screenshot da Decasia di Bill Morrison

Ebbene, nonostante la discutibilità di tale posizione, negli ultimi decenni vi sono stati artisti che hanno indagato artisticamente la questione del digitale. Oppure del passaggio da era analogica a era digitale, e il concetto di decadimento dell’immagine. 

Decasia, Bill Morrison

Per quanto riguarda questi ultimi due punti, un esperimento artistico molto interessante è quello compiuto del regista Bill Morrison nella serie del 2003 Decasia. Si tratta di una carrellata di filmati su pellicola digitalizzati, in cui la registrazione digitale viene effettuata da Morrison, mentre la pellicola è sottoposta a processo di degradazione.

In questo modo le figure e gli scenari che si sviluppano nel filmato perdono consistenza e le immagini figurative si trasformano sostanzialmente in configurazioni astratte. Si tratta dunque di un’interessante indagine artistica che comprende molteplici aspetti: dalla questione della mortalità dell’immagine al tema della sua mutevolezza figurativa. 

JPEGS, Thomas Ruff
Thomas Ruff, jpegs series, 2004-2009, stampa cromogenica

Un altro interessante artista ad aver indagato il tema dell’alta e bassa definizione del digitale è stato il fotografo tedesco Thomas Ruff nella sua serie jpegs. Si tratta, in questo caso, di una serie di stampe di grandi dimensioni di immagini jpeg in bassa definizione. Queste sono caratterizzate dall’evidenza di Pixels, sfocature e degradazioni digitali. Così le immagini che Ruff ha utilizzato sono immagini trovate sul web che mostrano catastrofi umane e naturali, ad esempio le nuvole a fungo della bomba atomica, le immagini delle Twin Towers in fiamme, le eruzioni vulcaniche e così via.

Ecco, Ruff ha selezionato appositamente questa serie di immagini a bassa definizione, ingrandendole per far comparire appositamente pixels e sbavature. Dopodiché ha proceduto con la stampa a grande dimensione, ma in alta definizione. Il risultato ottenuto sono fotografie nelle quali i pixels della bassa definizione vengono fatti emergere in alta definizione.

Come se Ruff stesse utilizzando i pixels appositamente al pari di segni di pittura, sfruttando i glitches e la pixelatura come veri e propri effetti artistici per rendere gli elementi atmosferici delle immagini stampate. È un po’ lo stesso effetto, nel tentativo di Ruff, ottenuto nella pittura impressionista o nella pittura atmosferica di Turner. Tutto ritorna, insomma.


FONTI

Pinotti A., Somaini A., Cultura Visuale. Immagini Sguardi Media Dispositivi, Einaudi-Piccola Biblioteca Einaudi, 2016

Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Enciclopedia Treccani 

CREDITI

Copertina

Immagine 1

Botticelli – Immagine 2

Decasia, Bill Morrison – Immagine 3

Thomas Ruff jpegs – Immagine 4

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