Avete letto bene. Un umanoide dotato di AI e progettato per dipingere tele ha tenuto la sua prima mostra personale nella capitale britannica. L’esposizione si è tenuta fino al 10 ottobre ed è stata organizzata presso la Annka Kultys Gallery di Londra. La protagonista AI-DA è un’umanoide con intelligenza artificiale dalle sembianze femminili. Ammettendo che si possa parlare di mostra personale (data l’artificialità dell’artista), l’esibizione reca un titolo molto suggestivo e che dischiude molteplici interrogativi in un unica domanda: Do Robots Dream of Electric Bees? 

Shattered Space: Cetiar Ligno Quercus

Qui però la domanda sembra essere una sola: davvero un robot può essere considerato artista? Probabilmente è la stessa domanda che si sarebbe posto Philip Dick, il grande scrittore di fantascienza e autore de Il cacciatore di androidi (tra gli altri). Il libro è divenuto celebre per il suo ancor più famoso adattamento cinematografico: Blade Runner. A proposito, il titolo della mostra è proprio una citazione del suo libro Dream of Electric Sheep?

Chi (anzi cosa) è AI-DA?

Ma andiamo con ordine. Il nome di AI-DA è un riferimento ad Ada Lovelace, matematica inglese ritenuta la precorritrice del linguaggio della programmazione computer. Si tratta di una macchina umanoide programmata e costruita per dipingere. Completata nel 2019, AI-DA è stata partorita dalla fusione dei migliori cervelli in campo tecnologico.

Dalla progettazione grafica di Engineered Arts,  allo sviluppo degli algoritmi affidati agli informatici di Oxford. Fino a braccia e mani robotiche sviluppate dagli ingeneri della Leeds University e, per concludere, un volto realizzato con l’avveniristica tecnologia Mesmer. Insomma, una delle ultime frontiere dell’ingegneria robotica.

Come avviene la realizzazione dell’opera d’arte?

Scordiamoci però, al momento, utopie fantascientifiche alla Io Robot. AI-DA infatti realizza i suoi lavori soltanto adun livello embrionale. In altre parole, l’umanoide crea le sue opere catturando le immagini attraverso una fotocamera installata nell’occhio artificiale. Queste vengono poi elaborate dagli algoritmi AI e tradotte in disegni mediante il braccio robotico. Tuttavia, ciò che realmente il robot crea in questo processo è un progetto iniziale, una sorta di bozza, che viene poi completato da un assistente (umano). In sostanza, una volta che AI-DA ha terminato un progetto iniziale per un dipinto, gli assistenti procedono a completare il lavoro applicando manualmente la pittura sulla tela. 

Shattered Space: Inua Apis-Ipsa, 2019

Nota bene: affidare il completamento di un’opera, o di un ciclo di opere, ad assistenti non è affatto un limite propriamente robotico. Ricordiamoci che Giotto completò gli affreschi di Assisi affidando buona parte del ciclo alle mani dei suoi allievi di bottega. Andy Warhol, negli anni ’60, affidava molti dei progetti agli allievi della sua The Factory. Lo stesso discorso vale per Damien Hirst e la serie dei quadri a punti. Hirst infatti dipinse le prime venticinque opere della serie prima di affidare ai suoi assistenti il completamento delle rimanenti, ora oltre 1.400 opere.

Di che stile stiamo parlando?

Chiarite, seppur semplificando, le dinamiche di funzionamento di AI-DA, non resta che dare un occhio ai suoi lavori. Questi sono caratterizzati da uno stile decisamente variabile, che varia da realismo, a espressionismo, fino al cubismo. Nelle opere esposte alla mostra di Londra si trovano ritratti debolmente tratteggiati in bozze e rendering computerizzati (di fattura umana) tratti dagli schizzi del braccio robotico di AI-DA.

O ancora, come nella serie Shattered Space, colori stesi sulla tela a formare composizioni che si collocano tra l’espressionismo astratto di Emilio Vedova e il cubismo analitico del più impenetrabile Braque. Anche se, una domanda sorge spontanea: cosa mai avrà da esprimere un robot?

Frame da 2001: Odissea nello spazio

Talvolta le composizioni sembrano quasi suggerire tentativi di ricerca della tridimensionalità, altre volte invece paiono come il frutto di immagini interstellar., Come quelle che vede David attraversando lo Stargate in 2001: Odissea nello spazio. Certamente un film non adatto ai tecno-fobici. 

Cosa ci comunica AI-DA?

Sotto il profilo contenutistico, i lavori dell’umanoide interrogano lo spettatore anche su questioni centrali dell’epoca post-moderna e tardo-capitalistica. Dai rischi ambientali al  surriscaldamento globale, fino al rapporto uomo-natura e alle estinzioni animali. Temi che vengono evocati in opere come Rulina Apis, Apis: Gerina, Apis: Ulrina. Il primo titolo tratteggia una scultura che ritrae un’esemplare di ape realizzato in materiale bronzeo sulla base degli schizzi grafici prodotti dal braccio robotico di AI-DA.

Le opere Apis: Gerina e Apis: Ulrina sono invece due stampe su tela con acrilico, ciascuna delle quali ritrae una specie di ape differente. Anche in questo caso però, come nella scultura bronzea, il disegno computerizzato e poi stampato su tela è frutto di mani umane. Queste hanno progettato il disegno definitivo sulla base degli schizzi robotici della macchina. Sono resi appositamente visibili in tratteggio rosso e si trovano sovra-imposti nella stampa (con tanto di firma robotica “A”). 

Chi può essere definito artista?

I lavori, di conseguenza, non sono nient’altro che il frutto di un sincretismo grafico tra gli schizzi realizzati dal braccio meccanico e l’opera finale compiuta da assistenti umani. Tutto ciò ci dice che in realtà l’umanoide robotico ha una limitatissima indipendenza creativa e che è niente più che uno strumento (come altri) nelle mani dell’uomo. 

Allo stesso modo, nemmeno i soggetti e i temi trattati sono frutto di una vera “intenzionalità autoriale”, come direbbe Richard Wollheim,  propria del robot. La scelta dei temi, dei contenuti delle opere, così come l’attribuzione del loro significato, resta infatti oggetto dell’umana sensibilità artistica. In altre parole, il robot esegue soltanto l’ordine di realizzare la bozza e il disegno finale viene poi completato da altri.  Come si diceva, niente più che uno strumento (innovativo, sì) nelle mani dell’uomo creatore. 

E soprattutto, AI-DA è un’artista?

In assenza di un significato attribuito dalla sensibilità o dall’intelletto dell’uomo, l’opera d’arte resta solo un mero feticcio di fattura prettamente meccanica. Potrebbe così far compagnia alle migliaia di oggetti di vario utilizzo prodotti quotidianamente dalle macchine industriali, ma farebbe meglio a stare fuori dalle pinacoteche. Ciò che conferisce a un artefatto lo status di “opera d’arte” è il significato che l’artista gli conferisce attraverso la sua sensibilità artistica. 

Il problema sta nel capire di che cosa è fatta questa sensibilità artistica. Certamente non di bulloni o algoritmi, bensì  di emozioni, vissuti, ricordi, memorie e stati d’animo. I tasselli, quindi, che compongono il mosaico dello spirito umano. Insomma, a meno che non ci si inventi la clonazione con innesto di ricordi, per ora AI-DA è lontana anni luce dalla bella Rachael di Blade Runner. 


FONTI

Artslife

Annka Kultys Gallery website

Dezeen

Richard Wollheim, Vedere-come vedere-in e rappresentazione pittorica, in L’arte e i suoi oggetti, 1980