The Social Dilemma: i social raccontati da chi li ha ideati e se ne è pentito

I social network, croce e delizia della nostra generazione, stanno influenzando sempre più aspetti della nostra società. A raccontarcelo, questa volta, sono gli stessi ex ingegneri della Silicon Valley nel documentario The Social Dilemma uscito su Netflix il 9 settembre. Attraverso una serie di interviste a coloro che hanno ideato e costruito i social come li conosciamo oggi, cala il velo di maya che nasconde il lato peggiore delle piattaforme che utilizziamo tutti i giorni.

L’intero documentario ruota attorno a tre grandi tematiche: il design tecnologico alla base dei social network, il business model utilizzato e le conseguenze che queste due componenti hanno provocato alla società odierna.

Il design tecnologico che sfrutta la nostra vulnerabilità

 Uno dei volti principali del documentario è quello di Tristan Harris, detto anche “la coscienza della Silicon Valley”. Harris ha lavorato come esperto di design per Google fino al 2015, anno in cui ha lasciato il colosso tech per “motivi etici”. Nelle sue interviste racconta di come i social network siano progettati per sfruttare la nostra vulnerabilità. Uno degli esempi più lampanti è il meccanismo alla base dello scroll di Facebook, che può essere paragonato a quello delle slot machines. Ogni volta che “scrolliamo” la nostra home di Facebook, otteniamo nuovi contenuti. Alcuni possono essere interessanti, altri meno, ma l’idea di poter trovare qualcosa di appagante ci spinge a compiere questa azione con una frequenza quasi patologica, proprio come con le slot machines.

Questo tipo di progettazione crea un circolo vizioso in cui i social network si pongono come la soluzione alle nostre debolezze, l’insicurezza ad esempio, quando in realtà ne sono spesso la causa. Come? È semplice. Da sempre, le persone all’interno di una società sono abituate a gestire il giudizio degli altri in proporzione ad un limitato numero di relazioni umane. Con l’avvento delle piattaforme social, il numero di relazioni “umane” che una persona può instaurare è diventato infinito e quindi infinito è il numero di giudizi a cui si può essere sottoposti. La conseguenza è che rispetto alla vita reale è tutto amplificato. Il giudizio positivo dei followers crea assuefazione, fa in modo che l’utente cerchi sempre più consenso. Quando il flusso si inverte e i giudizi diventano negativi gli effetti sono devastanti.

Un business model in cui noi siamo il prodotto da vendere

Un altro aspetto che viene fortemente criticato in The Social Dilemma è il business model. I profitti dei social network derivano esclusivamente dagli inserzionisti che pagano per sottoporre agli utenti i propri contenuti. Fin qui sembra un sistema pubblicitario qualsiasi, ma non è così. Le piattaforme come Instagram o Facebook offrono alle aziende la possibilità di “targhettizzare” le sponsorizzazioni e quindi di inserire dei criteri per selezionare il proprio pubblico. In questo modo gli inserzionisti hanno la garanzia che la pubblicità sarà efficace perché verrà mostrata agli utenti più interessati a quel tipo di prodotto.

Tutto questo funziona in base alla raccolta di dati da parte delle piattaforme. Per esempio, se pubblicate spesso contenuti sullo sport è molto probabile che su Facebook vi vengano mostrate pubblicità di prodotti per l’attività fisica. Questo perché Facebook raccoglie dati in base alla nostra attività sui social e li utilizza per offrirci i contenuti che ci potrebbero interessare di più, pubblicità compresa.

Anche questo tipo business model crea un circolo vizioso senza fine. Come spiega Shoshanna Zuboff, i social vendono alle aziende la certezza che la loro pubblicità avrà successo. Di conseguenza, gli inserzionisti sono disposti a pagare un prezzo più alto in base al grado di certezza che le viene garantito. Più il social network è capace di “profilare” una persona attraverso la raccolta dati, più il profitto aumenta. Quello che hanno fatto le piattaforme, è stato creare algoritmi in grado di modificarsi da soli e rendersi più efficienti. Questo si chiama “apprendimento automatico” e permette agli algoritmi di utilizzare i nostri dati in maniera sempre più ottimale. In poche parole, più noi utilizziamo i social network, più questi apprendono come sfruttare i nostri dati per selezionare al meglio i contenuti da mostrarci per attirare la nostra attenzione.

“Se non paghi per il prodotto, il prodotto sei tu”

I social network sono un servizio gratuito per gli utenti, questo perché il “prodotto” che genera profitto non è la piattaforma in sé, ma l’attenzione degli iscritti. Gli inserzionisti non pagano Facebook o Twitter per lo spazio pubblicitario, lo pagano perché in questo modo avranno un canale di comunicazione diretto ed efficace con migliaia di persone. Come spiega Jaron Lanier, autore del libro 10 ragioni per cancellare immediatamente i tuoi account sociale, ciò che le piattaforme vendono è “il graduale, sottile e impercettibile cambiamento che generano nel comportamento e nella percezione degli utenti“.

L’impatto sulla società di oggi

Oltre agli aspetti negativi che i social network hanno avuto sul piano individuale, ad esempio un forte aumento di pazienti affetti da depressione nella fascia d’età adolescenziale, nel documentario si sottolineano soprattutto gli aspetti verificatisi sulla società.

Il primo grosso problema è la polarizzazione degli utenti. Dalle interviste agli ex della Silicon Valley emerge quanto i social lavorino per offrirci una visione della realtà costruita appositamente per noi. La raccolta dei dati serve anche a questo. Attraverso i dati, le piattaforme ricostruiscono chi siamo, quali sono i nostri ideali o le nostre idee politiche e ci mostrano contenuti in linea con tutto ciò.

Guillaume Chaslot, ex di Youtube, invita tutti a non cadere nel tranello dei “video consigliati”. Chaslot spiega che l’algoritmo alla base di Youtube è finalizzato a selezionare video coerenti con le nostre ricerche e a proporceli tra i consigliati. In questo modo, i contenuti che visualizziamo non sono scelti dal libero arbitrio, ma dall’algoritmo, senza che l’utente ne sia minimamente consapevole. Ad esempio, se cerchiamo su Youtube un video complottista, la piattaforma continuerà a suggerirci video dello stesso tipo.  E questo avviene in maniera diversa per ciascuno di noi. Il risultato è la creazione di un mondo fatto su misura, in cui tutto, dai followers alle notizie che vediamo nella home, è tarato in base alla nostra personalità.

Altro grosso problema sono le fake news

È un sistema che rischia di sopprimere il pensiero critico e fomentare, come già sta accadendo, la polarizzazione della società. A contribuire a questo processo ci sono anche le fake news, altro grosso problema dei social network. Tristan Harris afferma che le fake news si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere. Se dunque ognuno di noi ha una visione della realtà su misura e questa realtà si basa più su notizie false che vere, diventa sempre più possibile l’instaurarsi di una società frammentata tra un estremismo e l’altro. È quello che è successo proprio durante la pandemia con le proteste anti lockdown mentre nel mondo i numeri delle vittime continuavano a salire vertiginosamente.

Se diamo un’occhiata al quadro generale finora dipinto, è evidente quanto i social network riescano a spostare gli equilibri mondiali, soprattutto se al servizio di potenze politiche o economiche. Quello che è successo con il russiagate lo rappresenta benissimo. In quel caso, la Russia era stata accusata di aver influenzato l’esito delle elezioni presidenziali in Usa nel 2016, favorendo Trump, grazie all’attività di alcuni profili Facebook e Twitter. In merito a questo, nel documentario Tristan Harris tiene a precisare che la Russia “non ha hackerato Facebook, lo ha semplicemente usato”.

Nessuno si immaginava la piega che avrebbero assunto i social network

Nel documentario emerge un elemento in comune a tutti gli intervistati che hanno lavorato per Google, Facebook ecc: quando sono stati assunti dalle varie piattaforme, nessuno di loro si immaginava l’impatto che avrebbero avuto nel lungo periodo sulla società. I social network sono nati con uno scopo nobile: connettere le persone e facilitarne la comunicazione. Nessuno aveva previsto che potessero diventare degli strumenti per veicolare il pensiero della gente. Justin Rosestein, ideatore del pulsante “mi piace” su Facebook, spiega come la funzione sia nata per esprimere approvazione e positività, nessuno aveva immaginato potesse diventare il metro di misura dell’approvazione pubblica.

Alla fine del documentario si percepisce quale sia il “dilemma”. I social network creano un mondo utopico e distopico allo stesso tempo, ma ciò che gli ideatori delle piattaforme avevano immaginato agli inizi è solo l’aspetto utopico. Di per sé The Social Dilemma non ci dice nulla che non sapessimo già. Ciò che lo rende diverso nel suo genere è il modo in cui viene presentato il problema. Per l’intera durata del documentario gli intervistati parlano come se fossero pentiti e l’impressione è che attraverso le proprie interviste vogliano dire “ci dispiace per quello che è successo, semplicemente non lo avevamo previsto”.

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