Il governo Thailandese sta vivendo una fase molto delicata. Dallo scorso 18 luglio 2020 sono infatti iniziate le proteste contro la monarchia costituzionale anche se il dissenso aveva già iniziato a manifestarsi a gennaio. Per comprendere il perché di tutta questa situazione però, è necessario fare un passo indietro.

Gli ultimi due colpi di Stato che hanno eliminato la democrazia:

Sono stati principalmente due gli eventi che hanno fatto aumentare a dismisura il dissenso della popolazione negli ultimi anni: i colpi di Stato del 2006 e del 2014. Il colpo di Stato del 2006 ha infatti rovesciato il governo di Thaksin Shinawatra, il premier thailandese eletto democraticamente dalla popolazione. Il popolo ha poi scelto sua sorella Yingluck Shinawatra come successore ma è stata anche lei deposta pochi anni dopo, nel 2014.

Nel 2014 Prayuth, un ex membro dell’esercito, è riuscito a prendere il potere con la forza e da quel momento è rimasto alla guida del governo, cambiando poi la costituzione nel 2017. Le elezioni del 2019 lo hanno visto ancora una volta vincitore ma sussiste un forte dubbio sulla regolarità di tale tornata elettorale.

Da quando la Thailandia è diventata una monarchia costituzionale nel 1932, il governo non hai mai vissuto una condizione di stabilità: ha cambiato diciotto Costituzioni e i colpi di Stato sono stati ben tredici. La democrazia è stata fin da subito in bilico e questi due ultimi rovesciamenti di governo non hanno fatto altro che schiacciarla. Non solo, il governo di Prayuth ha anche aumentato il potere dell’esercito e il potere del re Maha Vajiralongkorn che può intervenire sulla Costituzione.

Scoppiano le proteste:

La goccia che ha fatto traboccare il vaso risale a Gennaio, quando il governo ha dichiarato illegale il Partito del Futuro Nuovo, partito politico democratico molto popolare. Le prime critiche hanno incominciato ad emergere inizialmente online: a Gennaio 2020 infatti, la pandemia di Coronavirus costringeva a limitare le uscite e i raggruppamenti.

La prima vera manifestazione si è svolta per le vie della capitale Bangkok  il 18 luglio scorso. È stata una protesta pacifica organizzata da vari gruppi studenteschi, come Student Union of Thailand e Free People. Sono bastati solo alcuni giorni per far sì che agli studenti si aggiungessero moltissimi altri strati della popolazione, spinti anche dalla forte crisi economica che sta devastando il paese.

Le richieste dei manifestanti sono chiare: riforme costituzionali, nuove elezioni, limitare il potere dell’esercito e, con grande sorpresa, anche quello del re. Chiedere limitazioni al potere del re in Thailandia è molto rischioso, giudicare negativamente la monarchia è infatti un reato. Il re deve essere venerato e, se questo non avviene, si rischia 15 anni di carcere.

Non si tratta solo proteste pro-democrazia, ma anche di un modo per chiedere un cambiamento profondo della società. Si sono aggiunti infatti movimenti femministi che chiedono uguaglianza e più diritti per le donne, a partire dal diritto all’aborto:

Chiediamo la revoca della legge che punisce le donne che vogliono praticare un aborto. Il nostro corpo ci appartiene. Così come ci appartengono le decisioni che si possono prendere sul nostro corpo e sulle nostre vite!

In Thailandia l’aborto è infatti vietato, solo una legge del 1957 permette l’aborto nel caso in cui sia messa in pericolo la salute della donna o nel caso sia una conseguenza di una violenza sessuale, violenza che deve essere per forza denunciata.

Non sono neanche mancati i rappresentanti della comunità LGBTQIA+ e le bandiere arcobaleno: uguaglianza, diritti e democrazia sono quindi diventati i principali elementi di queste proteste.

I simboli della rivoluzione:

I manifestanti thailandesi hanno utilizzato simboli che sono diventati famosi in tutto il mondo. Migliaia di persone sono scese in strada indossando i mantelli dei personaggi della famosa saga di Harry Potter della scrittrice J.K. Rowling. Hanno inoltre paragonato Voldemortil cattivo della saga, al primo ministro e i Mangiamorteseguaci di Voldemort, ai militari dell’esercito.

Un altro simbolo utilizzato per protestare è stato sicuramente il saluto a tre dita tratto dalla saga The Hunger Games della scrittrice Suzanne Collins, un altro simbolo contro la repressione del governo.

Infine, l’inno rivoluzionario che è stato scelto dai manifestanti è stato il brano rap Prathet ku meeletteralmente Cos’ha il mio paese, scritto e pubblicato dal gruppo hip-hop Rap against dictatorship, artisti che cantano brani contro la dittatura e le repressioni del governo.

Il primo ministro Prayuth ha risposto però con durezza:

Chiunque mostri il suo apprezzamento per questa canzone dovrà assumersi la responsabilità di quello che succederà al paese in futuro.

Inoltre, la polizia è riuscita ad arrestare centinaia di manifestanti. Secondo l’organizzazione non governativa Human Rights Watch, sono diversi gli studenti che testimoniano di essere stati trattenuti per ore dalle autorità e minacciati per far sì che non prendano più parte alle proteste.

Il popolo thailandese vuole attuare una vera rivoluzione per il proprio paese e la speranza è che non si fermerà finché non l’avrà ottenuta.