L’ambiguità, come stile di comportamento e fenomeno psicologico caratteristico degli individui, è uscita dai suoi cliché tradizionali, spesso relegati in ambito letterario o di tendenza intellettuale controcorrente, per diventare un aspetto dominante della mentalità delle nostre società. Si tratta di un approccio di pensiero diffuso che consente a livello individuale e collettivo di eludere la fatica di assumere direttamente le proprie scelte, responsabilità e prese di posizione dirette.

Dentro questa nuova normalità intrisa di ambiguità si possono ricercare i segni di una patologia, di un disturbo cognitivo oppure di una semplice carenza morale. Ma l’ambiguità può avere soltanto questa valenza negativa?

Albert Camus sosteneva che l’esistenza è ambigua e pone l’uomo di fronte ad un’ambiguità strutturale nelle relazioni col mondo e con gli altri. Per Camus, l’uomo non deve cercare di eliminare l’ambiguità del suo essere o del suo non voler essere, ma viceversa il filosofo consiglia di accettarla e farne uno strumento di verità per sfuggire alle categorizzazioni. Il rapporto tra il senso e l’azione, che va verificato in ogni situazione in cui si decide la dimensione di ogni valore, diventa quindi per sua natura ambiguo, sfugge alle determinazioni precostituite, si svincola dai modelli conformanti. Ciò non significa che tutto è lecito: al contrario, niente è lecito se non giustificato nel momento e nella dimensione che lo crea e che svincola, solo in quel contesto, la sua ambiguità.

All’apparenza sembra una sfida quella di proclamare norme – etiche, di giustizia o ideali – che poi ambiguamente vengono disattese creando sconcerto e mettendo sulla difensiva l’osservatore dell’ambiguo. Se si osserva la sua ingenua arroganza sembra che non vi sia in lui conflitto o senso di colpa. Il suo pensiero e discorso non vuole sostenere tentativi di razionalizzazione, di difesa delle sue scelte ambivalenti o di sostegno alle identità molteplici che si sovrappongono e si intersecano nel suo modello affabulatorio, che mette a prova il comune senso di integrità e coerenza.

Si potrebbe facilmente parlare di malafede o di un modo speciale per eludere la verità ma, tuttavia, anche nel contesto ambiguo occorre distinguere la sincerità dalla menzogna, dal cinismo e dall’ipocrisia.

Di solito l’ambiguità viene definita dal punto di vista dell’osservatore come ciò che può prestarsi a diverse interpretazioni, generando di conseguenza incertezza e confusione. Nelle relazioni interpersonali questo atteggiamento porta necessariamente una ambivalenza oscillante tra la fiducia di potersi fidare e la paura di essere ingannati. Tuttavia, vi può essere negli individui una strategia transitoria, in un contesto di dinamiche relazionali più o meno conflittuali, ma anche uno stile di comportamento a lungo termine che caratterizza in modo spiccato certe personalità ambigue.

Woody Allen nel suo film Zelig, ha rappresentato tramite il personaggio Leonard Zelig, in modo caricaturale, l’ambiguità del trasformista che frammenta il suo comportamento secondo convenienze e gratificazioni che in un certo momento o situazione possono sembrargli adeguate. Si tratta di una ambiguità che fa uso della seduzione per andare incontro a quello che l’altro si attende mettendo in atto le strategie dell’ambiguità in cui si prediligono l’omissione, le mezze verità, lo sviamento o l’insabbiamento e in cui la richiesta di chiarezza viene elusa con una dissimulata esigenza di riservatezza.

L’ambiguità nei rapporti interpersonali è comunque diversa da quella insita nel linguaggio che spesso, al contrario, ne costituisce un arricchimento. Il linguaggio umano infatti diventa necessariamente ambiguo per poterlo cogliere nella sua essenza e frutto di un’esigenza interpretativa complessa in cui il contesto serve a delimitare il confine dell’ambiguità. L’elasticità e la polisemia che offre il linguaggio umano con la sua ricchezza interpretativa, infatti, non può fare a meno degli equivoci e delle attrazioni dell’ambiguità insita nella comunicazione. Vi è anche però il pericolo che l’ambiguità si possa trasformare in nichilismo.

W. Goethe affermava che: “l’uomo è un essere volto alla costruzione del senso”, un’affermazione che nell’età contemporanea deve confrontarsi con un crescente disagio giovanile non solo psicologico-individuale ma soprattutto collettivo-culturale. Le attuali generazioni dei millennials e dei nativi digitali sono, ancora di più di quelle precedenti, sommerse dalle ambiguità intrinseche della comunicazione digitale, con le sue caratteristiche isolazioniste e disorientanti. Si tratta di generazioni che affrontano una marcata tentazione nichilista, indipendente dalle solite crisi esistenziali della giovinezza, una spinta pervasiva e collettiva che perdura e penetra nei sentimenti, confonde i pensieri, erode le certezze degli individui. Una passione esistenziale, quella della giovinezza, che viene deviata dalle potenti forze consumistiche del mercato per condurre alle sterili vie del consumo e del divertimento fine a se stesso.

La fatica di ricostruire prospettive e orizzonti sociali di valori umanistici, in un’era dominata dalla tecnologia e dalla razionalità tecnico scientifica, si scontra con la necessità di trovare un senso oltre l’ottimismo materiale. Superare l’ambiguità senza precipitare nel nichilismo di un futuro senza promesse richiede il coraggio di superare la deriva del pensiero nichilista del: “meglio una gratificazione oggi e un effimero piacere presente a un domani che appare senza prospettive”.

L’omologazione dell’interiorità, la seduzione della droga o del sesso come desiderio insaziabile, le tentazioni dei gesti estremi e senza movente, sono il segno di una speranza delusa di trovare un antidoto alla noia o alla depressione. Occorre saper ritrovare nell’ambiguità i segnali di un allarme che possano portare a una riflessione, e non verso una negativa rassegnazione del “tanto non cambia nulla“.

Tuttavia, affrontare un percorso etico dell’ambiguità non significa trasformare l’ambiguità in nichilismo per annullarla, ma soprattutto conta il saper comprendere come le cose possono essere viste e interpretate in modo diverso in funzione del diverso punto di vista nel quale ci si pone. Una via che ritrova la curiosità di comprendere e sperimentare, in cui l’ambiguità diventa il territorio per costruire il senso della vita che attraversa noi e gli altri.

FONTI

Simona Argentieri, L’ambiguità, Einaudi, Torino, 2008

Pietro Prini, L’ambiguità dell’essere, Marietti, Bologna, 2000

Simone de Beauvoir, Per una morale dell’ambiguità, trad. di A. Bonomi, SE, Milano, 2019

Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Milano, 2020