Le preoccupazioni sono fondamentali per la nostra sopravvivenza. Ci segnalano potenziali problemi e possibili minacce, e ce li segnalano in tempo per prepararci ad affrontarli. Ci consentono quindi di salvaguardare la salute nostra e quella delle persone a cui vogliamo bene. Le persone che non soffrono di ansia generalizzata hanno preoccupazioni circoscritte su problemi realistici, che possono essere fronteggiati con un problem-solving pratico, sono convinte di poter trovare soluzioni facendo tentativi imperfetti, tollerano rischi ragionevoli.

Purtroppo invece chi soffre d’ansia si preoccupa in continuazione ed è focalizzato spesso su problemi ipotetici, scarsamente probabili, che non possono essere affrontati in modo pratico. Ma anche nei confronti di problemi più “realistici”, chi soffre d’ansia spesso si preoccupa troppo, li considera più minacciosi di quanto siano e ha maggiori difficoltà nel risolverli. Pensa infatti di poter agire solo con la certezza di un buon risultato, certezza che oltretutto ha raramente e a prescindere dalla situazione, per via di una generale convinzione di non poter essere efficace.

Il disturbo d’ansia generalizzato: definizione, caratteristiche, epidemiologia

Secondo il principale manuale diagnostico (il DSM-5), il disturbo d’ansia generalizzato (DAG) è caratterizzato da preoccupazioni eccessive, incontrollabili, e dalla presenza di almeno tre sintomi fisici tra: inquietudine e sensazione di forte tensione, fatica, difficoltà di concentrazione, irritabilità, tensione muscolare, disturbi del sonno.

Nelle persone con DAG le preoccupazioni riguardano non solo aspetti fondamentali della vita (salute, finanze, lavoro, affetti), ma anche piccoli intoppi della vita quotidiana. Queste preoccupazioni, inoltre, provocano un grande disagio emotivo. A volte, nella testa delle persone con DAG, ipotetici problemi diventano vere e proprie catastrofi. Da un punto di vista psicofisiologico, di solito le persone con DAG hanno un’elevata frequenza cardiaca associata a scarsa variabilità del ritmo cardiaco, con deficit a livello vagale e scarsa flessibilità del sistema nervoso autonomo.

Il DAG ostacola i processi di pensiero. Le informazioni che provengono dall’esperienza non vengono ben recepite perché l’attività mentale è risucchiata dalle preoccupazioni, che impediscono di rendersi conto, anche emotivamente, che non c’è nessun pericolo reale immediato. Perciò la minaccia continua ad essere immaginata generando ansia. La preoccupazione si mantiene perché la persona con DAG è convinta che la terribile minaccia temuta non si sia verificata proprio perché lei si è preoccupata. Considerando la preoccupazione la causa dello scampato pericolo, invece che del fatto che esso era solo immaginario (o esagerato), la persona ansiosa continua a preoccuparsi.

Molto frequentemente chi soffre di DAG soffre anche di asma, dolore cronico, sindrome da intestino irritabile. Anche quando del DAG si hanno solo alcuni sintomi o essi non sono severi, può causare comunque un disagio significativo. Spesso le preoccupazioni riguardano anche le relazioni, e le compromettono senza che chi soffre di DAG se ne renda conto. L’ansia può infatti portare a comportamenti impropri in quanto può: esagerare la percezione che gli altri siano minacciosi (in ogni tipo di relazione), esagerare le richieste di rassicurazioni sulla solidità del rapporto (in una relazione sentimentale o amicale), causare un’inversione di ruoli come quando un bambino assume atteggiamenti protettivi nei confronti del genitore.

I dati disponibili dicono che le donne hanno una probabilità due volte superiore rispetto agli uomini di soffrire di DAG. Le persone che non lavorano sembrano essere più vulnerabili. Non sembra invece esserci relazione col titolo di studio, la religione, il fatto di vivere in una zona urbana, il livello economico, l’etnia. Non è raro che una persona che soffre di DAG abbia anche altri disturbi: ulteriori disturbi d’ansia come gli attacchi di panico, o ancora depressione, dipendenze da alcol o droghe, disturbi di personalità.

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Cause del disturbo d’ansia generalizzato

Sebbene ci possa essere una predisposizione genetica al DAG, essa di certo non basta da sola a spiegare il disturbo. I vissuti che portano a soffrire di DAG possono essere molto diversi. Oggi si ritiene che l’ansia sia, spesso, generata da relazioni primarie in cui il bambino ha sperimentato insicurezza, a sua volta causa in lui di convinzioni dannose che fanno da filtro all’esperienza, rendendola minacciosa.

Ecco un esempio di come le relazioni primarie possono creare il terreno per un futuro DAG. Tutti i bambini si fanno un’idea di come funzionano il mondo e le relazioni sulla base delle prime esperienze di relazione che hanno. Quindi se un bambino nella relazione con chi si prende cura di lui sperimenterà ripetutamente la sensazione di non poter essere al sicuro, allora creerà, senza rendersene conto, la convinzione dentro di sé che il mondo non è un posto sicuro, che gli altri sono una minaccia, che bisogna, di conseguenza, essere costantemente in guardia per essere protetti (non potendo nemmeno fare affidamento su qualcuno, per giunta).

Oltretutto, queste convinzioni precoci potranno influenzare effettivamente il comportamento del bambino. L’eccesso di ansia potrebbe farlo agire ripetutamente in modo inadeguato, facendolo convincere di non essere efficace…

La cura del DAG

Ad oggi, i dati sperimentali dicono che il trattamento elettivo per il DAG è la terapia cognitivo-comportamentale. Sul versante cognitivo lo sforzo clinico principale è dimostrare al paziente come la preoccupazione continua sia un meccanismo apparentemente adattivo ma in realtà devastante. Tra le tecniche comportamentali utilizzate, gli esercizi di rilassamento hanno lo scopo di abituare il paziente ad ancorarsi al qui e ora. Si impedisce così alle preoccupazioni di ostacolare la presa di coscienza del fatto che non c’è alcun pericolo reale.

La relazione terapeutica sarà fondamentale, nel creare il clima necessario a fare tutto questo. Favorirà inoltre un decisivo senso di sicurezza che troppo di rado chi soffre di DAG ha provato davvero nelle relazioni. Aprirà così la strada al miglioramento delle stesse anche fuori dalla stanza di terapia.


FONTI
Castonguay L.G, Oltmanns T.F. (2016), Psicologia clinica e psicopatologia, Milano, Raffaello Cortina.