Nella storia diversi capi d’abbigliamento hanno assunto un significato particolare; tra questi alcuni sono considerati “volgari” poiché, se abbinati nel modo sbagliato, possono farci sentire fuori luogo: autoreggenti, fantasie animalier, scollature troppo profonde. Tra questi, anche le calze a rete; infatti, nonostante il mondo della moda si stia allontanando dagli stereotipi, rendendosi sempre più inclusiva, sono considerate da molti un accessorio troppo stravagante. Questo tipo di collant non è ancora totalmente sdoganato: escludendo dei brevi periodi di tendenza, è attualmente considerato adatto solo per serate in discoteca, dove si può osare un po’ di più, o viene relegato al mondo delle subculture.

Le calze a rete sono un accessorio particolare, senza una vera e propria utilità: nascondono e rivelano allo stesso tempo. Nell’immaginario collettivo è considerato un collant estremamente sensuale, a tratti iper-sessualizzato. Ma come è nato questo ruolo?

La loro nascita può essere individuata nei primi decenni del Novecento: infatti fu ufficialmente registrato dal The Oxford English Dictionary nel 1933, sotto il termine di fishnet stockings (“calze a rete da pesca” in italiano). Un altro riferimento è nella fiaba La figlia furba del contadino dei fratelli Grimm: la protagonista doveva presentarsi al re “né vestita né nuda”, optando così per una rete da pesca.

In questo periodo le calze a rete si diffusero soprattutto del mondo del burlesque, che stava spopolando soprattutto negli Stati Uniti; infatti, questi spettacoli prevedevano l’esibizione di ballerine in abiti succinti, arrivando fino allo strip-tease. Questa pratica doveva essere contenuta: le performer indossavano accessori che potessero rivelare il corpo senza però infrangere la legge ed il buon costume. Le calze a rete in questo caso erano perfette, perché ricreavano un effetto ottico di nudità nonostante la ballerina non si spogliasse effettivamente. Una delle più note fu la ballerina ed attrice americana Gipsy Rose Lee che, a cavallo tra gli anni Trenta e quaranta, accompagnava il suo costume di scena ad un paio di calze a rete. Provenendo dal mondo del burlesque, etichettato come peccaminoso, questo tipo di collante era considerato adatto solamente a donne poco rispettabili.

In un secondo momento, a metà degli anni Cinquanta, alcune pin-up iniziarono a posare indossano le calze a rete; tra queste Bettie Page e Jayne Mansfield, che divennero famose proprio per le loro fotografie ammiccanti.

Alcuni attribuiscono alle flapper il primo utilizzo di questo tipo di collant: infatti negli anni Venti furono le prime a scoprire le caviglie, indossando abiti e gonne più corte. Nell’immaginario collettivo si attribuisce a questa figura anche l’utilizzo della calza a rete, ma secondo alcune fonti furono i costumisti di Hollywood, che negli anni Cinquanta e Sessanta, confusero le apparenze. In musical come Singin ‘in the Rain cercarono di stimolare il pubblico attraverso accessori provocanti, ma in contrasto con l’effettiva realtà storica.

Infatti, a partire dalla metà del Novecento, diverse modelle e star del cinema adottarono la calza a rete: tra queste Audrey Hepburn, che posò per Cecil Beaton, apparendo allo stesso tempo elegante e sensuale. Allo stesso modo dive come Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor e Brigitte Bardot contribuirono alla diffusione dell’accessorio.

Vent’anni dopo, le calze a rete assunsero un significato del tutto diverso: da capo d’abbigliamento di tendenza, divenne un elemento fondante della cultura punk. Jeans rattoppati, giacche in pelle, piercing e spille da balia componevano l’estetica di questo movimento; le ragazze si discostarono dall’abbigliamento tradizionale, optando per calze a rete, talvolta strappate. Riferimento fondamentale di questo movimento fu Vivienne Westwood che, con la sua storica boutique Sex al 430 King’s Road, si fece portavoce dell’estetica punk.

Nel 1975 il collant si inserì nel mondo del travestitismo: nel film The Rocky Horror Picture Show il protagonista Frank-N-Furter, uno scienziato bisessuale e travestito, sfoggia delle calze a rete con autoreggente. Negli anni Ottanta la pop star Madonna rilanciò l’utilizzo del tessuto a rete: non solo calze, ma anche top, tute e guanti. La moda esplose: milioni di donne iniziarono ad indossare diversissimi tipi di collant. Questa massiccia diffusione rese la calza a rete mainstream, aiutandone lo sdoganamento. Da quel momento gran parte delle case di moda si aprirono a questo trend: a partire dalle più sovversive, come Jean Paul Gaultier e Moschino, alle più tradizionali, tra cui Dior.

Nonostante gli stilisti abbiano creato i più diversi abbinamenti, le calze a rete rimangono ancora oggi un capo d’abbigliamento considerato spesso fuori luogo. Online si trovano centinaia di consigli su come abbinare il collant senza risultare volgari, adattandolo alla situazione. Benché nel corso della storia sia stata legata a diversissimi ambiti, la calza a rete nell’immaginario comune è ancora relegata al mondo della sessualità, rendendola un accessorio adatto a situazioni fuori dal comune.