D1303. Dante Alighieri, nel suo De vulgari eloquentia, individua e classifica tre varietà linguistiche come “lingua del sì”, “lingua d’oil” e “lingua d’oc”. Questi nomi si devono alla parola con la quale si afferma nelle rispettive lingue: poi note come italiano, francese e occitano.

Italiano e francese li conosciamo bene, ma l’occitano?

Chi ha studiato filologia romanza all’università sa bene che fu tra le prime lingue neolatine a produrre testi letterari. Tuttavia, anche per loro la conoscenza di questa letteratura resta alle origini, ignorandone i suoi sviluppi successivi. 

Ripercorriamola, quindi, alla (ri)scoperta della sua ricchezza e del suo valore.

I trovatori

Una letteratura in lingua d’oc è attestata fin dagli albori del XII secolo, grazie ai componimenti elevati dei trovatori: poeti attivi nella società feudale della Francia centro-meridionale e meridionale. In particolare, il primo trovatore di cui abbiamo notizie è Guglielmo IX, conte di Poitiers e settimo duca d’Aquitania.

I principi fondanti di questa cultura erano il valore della persona (nobiltà d’animo, generosità, tolleranza) e quell’amor cortese che sarà poi fatto proprio anche dal Dolce Stil Novo nostrano. Un concetto spirituale dell’amore, capace di elevare chi lo prova e renderlo nobile.

Arnaut Daniel in una miniatura di un manoscritto

I. Quan chai la fuelha
dels aussors entressims
e·l freg s’erguelha
don seca·l vais e·l vims,

dels dous refrims
au sordezir la bruelha:
mas ieu sui prims
d’Amor, qui que s’en tuelha.

II. Tot quant es gela,
mas ieu no puesc frezir
qu’amors novela
mi fa·l cor reverdir;

non dei fremir
qu’Amors mi cuebr’e·m cela
e·m fai tenir
ma valor e·m capdela.

[…]

 

I. Quando cade la foglia
dalle più alte cime
e s’inasprisce il freddo
per cui si secca il nocciolo e il salice

dei dolci gorgheggi
vedo impoverirsi il bosco:
ma io resto vicino
ad Amore, chiunque se ne allontani.

II. Tutto quanto esiste gela,
ma io non posso rabbrividire
perché un nuovo amore
mi fa rinverdire il cuore;

non devo tremare
perché Amore mi copre e ripara,
e mi fa conservare
il mio valore e mi dirige.

[…]

(Arnaut Daniel, Quan chai la fuelha; traduzione di Mario Eusebi) 

In quest’area era diffusa l’eresia catara, nemica della Chiesa di Roma e della corona di Francia. Contro i catari albigesi, Chiesa e monarchia condussero una crociata che significò al contempo il declino della letteratura trobadorica e la sua diffusione in Europa. Cacciati dal Sud della Francia, infatti, i trovatori trovarono rifugio e attività presso le corti italiane, catalane, aragonesi e castigliane, influenzandone le relative produzioni letterarie. 

Il Felibrismo

Un’altra pagina importante della storia letteraria occitana sarà scritta nel XIX secolo dal movimento dei Felibres. Il felibrismo fu il principale esempio di un più ampio ritorno di interesse verso la lingua d’oc che si manifestò già alla fine del Settecento e agli albori del Romanticismo.

Alphonse Daudet et Frédéric Mistral

Già dal XIV secolo, infatti, lo Stato francese aveva messo in atto politiche linguistiche volte a fare del francese dell’Île-de-France (la regione di Parigi) la sola lingua utilizzata a tutti i livelli della società e su tutto il territorio. Tuttavia è con la Rivoluzione che la spinta si fa più forte e inarrestabile.

In particolare, centrale fu il desiderio di riportare in auge letteratura e cultura provenzale (una delle varietà dell’occitano).

Mistral

Principale esponente di questo movimento letterario fu Frédéric Mistral. Poeta, scrittore e filologo, nonché premio Nobel per la letteratura nel 1904, Mistral si dedicò alla scrittura di poemi (Mirèio, Calendau, Lou pouèmo dóu Rose), novelle in versi (Nerto), un dramma (La rèino Iano), liriche (Lis iselo d’or, Lis oulivado) e – non ultimo – l’importante vocabolario della lingua provenzale Lou tresor dóu felibrige.

Già nella sua opera si manifesta un legame fortissimo e quasi mistico con la natura e le tradizioni del territorio. Un legame che si ritroverà poi anche in autori successivi, fino alla letteratura contemporanea. 

Cante uno chato de Prouvènço.
Dins lis amour de sa jouvènço,
A travès de la Crau, vers la mar, dins li blad,
Umble escoulan dóu grand Oumèro,
Iéu la vole segui. Coume èro
Rèn qu’uno chato de la terro,
En foro de la Crau se n’es gaire parla.
Canto una ragazza di Provenza.
Negli amori della sua giovinezza,
Attraverso la Crau (1), fino al mare, nei campi di grano,
Umile allievo del grande Omero,
la voglio seguire. Poiché era
nient’altro che figlia della terra,
Fuor della Crau non se n’è parlato.

(Frédéric Mistral, Mireio. Traduzione a cura dell’autrice)

OCCITANO
(1) Il paesaggio della Crau nel quadro “Il raccolto” di Vincent van Gogh. Si tratta di una steppa arida presente nel dipartimento delle Bocche del Rodano.
I contemporanei

Neanche il felibrismo riuscì ad arrestare l’avanzata del francese a discapito dell’occitano. Oggi la lingua occitana conta circa 2 milioni di parlanti (circa 7 milioni di persone ne hanno, invece, solo competenza passiva) sui 12-15 milioni di abitanti del suo vasto territorio.

Tuttavia, il movimento pose le condizioni per una nuova consapevolezza della lingua. Così, a metà del secolo scorso, lingua e letteratura occitane tornano a godere di nuova linfa. Nascono dunque società, riviste, istituti per la riscoperta e la tutela di questo immenso patrimonio linguistico, letterario e culturale.

L’occitano è sempre meno lingua dell’uso, ma inizia ad essere una lingua scelta. Alcuni autori la scoprono (o ri-scoprono) in età adulta e vi trovano peculiare mezzo per la loro produzione. Altri invece rendono strumento letterario quella che è sempre stata la loro lingua madre. Tra costoro, anche degli italiani. Varietà occitane, infatti, sono parlate anche in alcune valli piemontesi, sul confine con la Francia. 

Di un panorama tanto vasto e ricco è impossibile dare conto qui. Ne parleremo piuttosto in un prossimo articolo.