Siamo chiusi in casa, evitando ove possibile il contatto col prossimo. Lavoriamo da casa, sperimentando forme di lavoro agile altrimenti difficili da mettere a punto con tale continuità nella nostra vita quotidiana. Ci guardiamo timorosi sui mezzi e in strada, atterriti al minimo accenno del rumore di uno starnuto. I giornali scalpitano, con notizie e prime pagine dai titoli aberranti e minacciosi, che in pieno stile clickbait sembrano più voler calcare l’onda sensazionalistica che informare direttamente i propri lettori. Il Coronavirus è esploso improvvisamente all’interno della nostra penisola, non senza ansie, preoccupazioni e allarmismo generale. Tutto sembrava sotto controllo e confinato a paesi esterni all’Italia, il morbo sembrava quasi bandito dal nostro paese, se non per i casi dello Spallanzani (già in via di guarigione).

Il 20 Febbraio tutto è cambiato nel nord Italia. Così la nostra vita ordinaria ha subito un mutamento potente, utile a far fronte ai contagi e alla diffusione dell’epidemia nelle zone focolaio. Conseguentemente, è partita la psicosi tutta italiana che molti di noi hanno sperimentato in prima persona. Una sorta di deriva distopica che sembra quasi dover richiamare le condizioni di un’apocalisse; le azioni di sciacallaggio sui prezzi di disinfettanti e mascherine ormai diventati beni di lusso, la corsa alla razzia egoista di beni da supermercato con conseguente svuotamento degli scaffali sono solo alcuni esempi dei comportamenti totalmente irrazionali che il timore del Coronavirus ha portato con sé. Meccanismi di psicosi poco efficaci per la salute collettiva, ma che ci mostrano soprattutto spaccati nascosti dell’animo umano. Una realtà che in questo somiglia moltissimo alla descrizione degli effetti e dell’abbrutimento sociale associato all’apocalisse descritta da Josè Saramago in “Cecità”, romanzo pubblicato già nel 1995.

cecitàCecità è un romanzo molto potente, difficile da inquadrare in una mera categoria. Si potrebbe definire distopico di primo acchito, ma anche crudo, violento e metaforico in ogni sua scelta.
La narrazione prende vita in un “non luogo” e in un “non tempo”. Non abbiamo infatti nessuna specifica associata alle coordinate spazio temporali in cui tutto avviene.
Nell’incipit un uomo, fermo a un semaforo nella sua auto, si accorge improvvisamente di essere diventato cieco. Una cecità particolare, imprevista, apparentemente inspiegabile, definita come un’intensa luce bianca lattiginosa. Di ritorno a casa, dopo essere stato derubato da un altro uomo che si offre di accompagnarlo a casa per potergli rubare l’auto ormai non più utilizzabile, l’uomo decide con la moglie di recarsi da un medico specialista per approfondire il problema.
In sala d’attesa i due si accorgono di non essere i soli a dover fare i conti con questa imprevista malattia: un vecchio con una benda nera su un occhio e un ragazzino strabico sembrano due ulteriori portatori di questa strana incapacità di visione. Persino il dottore, inizialmente incapace di spiegare scientificamente questa malattia, viene contagiato la notte successiva.

La cecità si espande dunque in modo epidemico, senza riuscire a comprendere quali siano i veri meccanismi alla base del contagio. La popolazione via via è vittima di un’epidemia imprevista, a cui il governo risponde con la messa in quarantena all’interno di edifici fatiscenti. I nuovi ciechi vengono infatti rinchiusi e isolati, controllati direttamente fin quando possibile.
Nessun personaggio ha un nome. Nessun uomo e nessuna donna assumono una forma specifica. Come accade oggi per il paziente zero, per i morti che diventano semplicemente vittime numeriche del Coronavirus, tutta la popolazione viene targetizzata a seconda del proprio lavoro, di caratteristiche fisiche (“la ragazza dagli occhiali scuri”, “il primo cieco”, “la moglie del primo cieco”). Il romanzo presenta dunque una decontestualizzazione generale, che sembra avere una duplice finalità. Da un lato l’assenza di riferimenti, precisazioni e dettagli sembra suggerire come il romanzo possa essere la descrizione della reazione umana e sociale a una difficoltà imprevista, quale un’epidemia come quella narrata nel romanzo e vissuta nell’ultima settimana da ognuno di noi. Una sorta di storia paradigmatica o esemplare, applicabile a contesti diversi, paesi diversi, personalità diverse. Una narrazione che sottolinea in modo potentissimo la perdita graduale di etica, responsabilità e soprattutto umanità a fronte di una situazione di psicosi collettiva. Applicabile perciò al paese di Codogno nell’epidemia del Coronavirus del 2020, ma allo stesso modo a tante altre situazioni complesse del passato e del futuro.

cecitàDi converso, tale scelta sembra sottolineare come eventi del genere ci privino della nostra identità, della nostra storia, del nostro vissuto. Tutto diventa impersonale, quasi giudicabile all’esterno. Ed è per questo che il 38enne di Codogno, così come tutti gli altri contagiati delle zone rosse, a volte diventano protagonisti di meme e battute. Sono infatti solo pazienti e morti, privi del loro percorso di vita agli occhi del mondo, inquadrati come in una fotografia statica solo nel qui e ora. Una sorta di fotografia che enfatizza solo un tratto della loro persona: l’aver contratto il virus.
La stessa natura dell’epidemia sembra essere altamente metaforica. Perché scegliere di tramutare i personaggi in ciechi? La scelta di questa particolare sintomatologia sembra essere il segnale di ciò che accade durante la psicosi; quando accadono eventi come l’epidemia di Coronavirus, si perde improvvisamente la razionalità e si smettono di vedere e percepire informazioni corrette, scientifiche o statistiche. Il nostro visus sembra completamente ristretto, focalizzato solo sulla nostra persona e sulle nostre problematicità o i nostri rischi. Si perde dunque completamente di vista (in questo caso letteralmente) tutto il contesto circostante, agendo in modo allarmato e ansioso, mettendo in luce solamente l’istinto.

“Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”

All’interno degli edifici di contenimento, i malati vengono divisi in gruppi. Nessuno di loro è più capace di vedere, tranne un’unica persona, la moglie del medico. Una donna che per scelta personale decide di rimanere accanto al marito per timore. Per questo anche lei si fingerà cieca allo scopo di farsi internare con tutti gli altri contagiati. Dalla fase della reclusione forzata inizia la parte più potente e dolorosa del romanzo: l’epidemia è come una luce lattiginosa che squarcia il buio dell’abbrutimento umano e lo mette in luce. Nel romanzo la stessa consegna del cibo diventa motivo di fazioni, di violenza e di disumanità. Si assiste increduli durante la lettura alla piena realizzazione del motto homo homini lupus, ci si chiede come l’essere umano possa arrivare a situazioni in cui uomini vengono picchiati e donne abusate sessualmente in una fase di difficoltà simile. Si crea dunque una dittatura interna agli stessi edifici, in cui solo gli istinti primordiali hanno il controllo.

Cecità è dunque un’opera che descrive pienamente chi siamo stati, chi siamo e chi potremmo essere quando gli eventi esterni ci pongono in una condizione di psicosi estrema. Ognuno di noi è realmente ciò che ha mostrato di essere in reazione all’esplosione del Coronavirus. Saramago ha solo messo in luce e denunciato le estreme manifestazioni dei peggiori lati umani, quando si risponde a situazioni di panico e allarmismo estremo con egoismo e cattiveria. Dopotutto, come dice lo stesso autore, “È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”.


FONTI

Josè Saramago, Cecità, Feltrinelli, 2008