Lui apre il rubinetto, riempie la pentola d’acqua, la chiude con un coperchio, l’appoggia sul fornello e accende il gas. Una fiamma azzurra e potente si riflette sull’argento lucido della piastra per poi virare verso l’arancione e farsi più debole e controllata, silenziosa, ma con un sibilo ininterrotto.

Lei lo guarda. 

«Appena bolle metti il sale».

«Va bene».

Lui chiude la porta del bagno dietro di sé e lei si appoggia alla penisola al centro della cucina. Non muove neanche un muscolo, eppure dentro sente una scossa, uno scatto simile a quello che aveva fatto la bocchetta del gas quando, poco prima, aveva sputato le lingue della fiamma azzurra contro l’acciaio della pentola. Sente l’acqua scorrere dentro al muro che separa il bagno dalla cucina e il rumore del getto della doccia farsi più intenso e lontano allo stesso tempo. 

Fuori è già buio, la tv è accesa ma qualcuno, o lui o lei, ha tolto il volume. 

Cerca di capire, dal rumore che proviene dalla pentola, se l’acqua sta bollendo. Tiene stretto tra le mani il barattolo senza coperchio del sale, in attesa, spostando meccanicamente lo sguardo verso l’orologio appeso al muro. 

Poco prima, prima di tutto, prima ancora di apparecchiare la tavola, lei si era appoggiata allo stipite della porta e gli aveva chiesto se era arrabbiato. Sapeva benissimo che lo era, lo vedeva dai movimenti, rapidi e nervosi, dal modo in cui aveva aperto l’armadietto per prendere un bicchiere. Lui l’aveva guardata e le aveva detto che sì, era arrabbiato. Era molto arrabbiato. Ed era arrabbiato proprio con lei. Aveva le guance arrossate, come sempre quando si innervosiva; la pelle sottile sotto agli occhi diventava più bianca mentre quella intorno alle labbra e al naso diventava più rossa.
Lei gli aveva detto che le dispiaceva, che non voleva rovinare tutto; gli si era avvicinata a braccia conserte e gli aveva chiesto se potevano fare pace. Aveva percorso quei pochi metri che li dividevano cercando di non far rumore con le scarpe, lentamente e con cautela.
Lui le aveva detto che certo, potevano fare pace, anche se non c’era nulla per cui fare pace; voleva solo che lei non si comportasse più in quel modo. 

In quel momento lei aveva capito che quella serata era ormai rovinata. 

“Quand’è che un momento diventa un bel momento, e di conseguenza un bel ricordo?” si chiede lei mentre prende un pizzico di sale tra la punta dell’indice e quella del pollice e lo lascia cadere dentro all’acqua che gorgoglia e si gonfia in grandi bolle. Quella serata sarebbe rimasta per sempre un brutto ricordo, e lei non voleva che tra di loro esistessero brutti ricordi. 

Tira fuori dall’armadietto il pacchetto della pasta e si accorge che l’acqua della doccia ha smesso di scorrere; le porte opache e coperte di umidità sbattono contro il muro e la casa rimane immersa nel silenzio. Accanto al rumore del suo respiro c’è solo quello della fiamma che, imperterrita, continua a vibrare. 

Si era appoggiata al suo petto; con l’orecchio sinistro aveva sentito i battiti accelerati del suo cuore e con lo sguardo aveva abbracciato la cucina intera in ogni suo singolo dettaglio. Le stanze sono quel genere di luoghi che si fissano nella memoria e continuano a esistere, immutabili ed immutati, mese dopo mese, anno dopo anno. Lei ancora non sapeva che presto non avrebbe più messo piede in quella cucina, ma in fondo sapeva che ogni volta avrebbe potuto essere l’ultima; era meglio iniziare a dire addio prima che fosse troppo tardi, prima di essere colta alla sprovvista. 

«Non è successo nulla, vero?» gli aveva chiesto con voce sommessa.

«No, non è successo nulla. Vado a farmi una doccia e mangiamo, le aveva detto».

Lui si affaccia alla porta della cucina avvolto nell’accappatoio, con i capelli gocciolanti davanti agli occhi. 

«Ho buttato il sale e ho spento il fuoco, stava bollendo. La scoliamo?».

«Sì, aspetta che mi asciugo». 

Lei mette in tavola l’acqua frizzante e infila i tovaglioli sotto ai piatti; il pacchetto di spaghetti giace immobile e abbandonato sulla tovaglia a quadretti rossi. 

Era tutto a posto, era tutto a posto. 

Riattiva il volume della televisione; voci sconosciute riempiono il silenzio della stanza. 

Scola la pasta e la versa in una padella insieme al sugo. 

«Eccomi».

Mangiano in silenzio, guardando la tv, commentando di tanto in tanto qualche video musicale. Poi lui si alza per andare a prendere il cellulare che ha lasciato sotto carica. Lei sente la porta della camera chiudersi e i sottili tubi di ferro dello scaccia sogni tintinnare. 

È quello, è in quel momento. Il rumore dello scaccia sogni appeso alla porta della camera. 

Quell’istante si frammenta in mille pezzi e si ricompone nella sua memoria con una forma differente e per questo ancora più dolorosa. Quel momento non diventerà né un ricordo bello, né un ricordo brutto; diventerà puro ricordo, pura memoria, pura associazione di sensazioni ogni volta che sentirà per caso, per strada, in un negozio, in un ristorante, un tintinnio simile a quello dello scaccia sogni.

Quando lui torna in cucina le passa una mano sulla schiena e le dà un bacio. Lei chiude gli occhi per non dimenticare mai, per ricordare per sempre. 


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