È il 1946. Anno successivo alla chiusura formale di uno dei dei più grandi conflitti che la storia ricordi. Anno pari che sembra quasi segnare un nuovo inizio nella storia contemporanea, ma meno conosciuto rispetto al suo predecessore. La guerra fa infatti generalmente più rumore rispetto alla quotidianità dei tempi di pace. Il sangue, i conflitti, le opposizioni belligeranti risuonano maggiormente alla memoria rispetto alle storie di speranza e di tenerezza.
Ed è forse questo il motivo per cui la quasi totalità della popolazione italiana non conosce una storia emozionante e vera, scritta tra le righe di quel clima bellicoso che chiunque invece ricorda senza fare appello ai manuali di storia.

Viola Ardone ci fa luce in tal senso, accompagnandoci nell’Italia del dopoguerra, lungo il decennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale. Un’iniziativa del Partito Comunista, animato da compagni e compagne che agiscono in nome della solidarietà, caratterizzerà quegli anni di rinascita: migliaia di bambini provenienti da zone del centro e del sud Italia (prevalentemente da Napoli) saranno interessati da un progetto di contrasto alla povertà, alla malnutrizione e alla mancanza di scolarizzazione. Il “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli” mette a punto un piano preciso, fatto di unione concreta tra due spaccati molto diversi dell’Italia e apparentemente inconciliabili ad oggi.
I bimbi inizieranno infatti un viaggio magico verso una terra evanescente e lontanissima, il Nord Italia. Saliti su treni speciali (“I treni della felicità”) fatti appositamente per questa speranzosa traversata, le loro vite si sposteranno in varie località dell’Emilia Romagna. Sarà proprio tra Bologna e Modena che molte famiglie benestanti accetteranno di ospitare un bambino del sud e integrarlo pienamente nella propria famiglia e nel contesto di crescita economica del paese.

In Il Treno dei Bambini, Viola Ardone ci cala totalmente in questa dolcissima vicenda della penisola italica. Sin dalle prime pagine, infatti, il lettore segue letteralmente gli spostamenti di un bambino napoletano di sette anni, Amerigo Speranza. Siamo in un certo senso i suoi piedi, mentre guarda le scarpe dei passanti che intrecciano il loro cammino al suo. È il suo piccolo gioco, fatto di punti e di premi a seconda delle condizioni delle calzature indossate dagli altri (“scarpa sana, un punto; scarpa bucata, perdo un punto”).

Poverissimo come molti altri compagni del rione, Amerigo non ha la possibilità di andare a scuola continuativamente. Le sue giornate sono monotone e ripetitive, incentrate sulla ricerca di vecchi stracci o pezzi di tessuto da ripulire per poi rivendere. Vive con sua madre Antonietta in una casa piccolissima in cui non c’è spazio né per troppe parole, né per gesti di affetto. L’ambiente sembra però permeato da due assenze fondamentali; la prima è quella del fratello maggiore di Amerigo, Luigi, morto purtroppo prima che il fratellino potesse conoscerlo. L’altra è quella del presunto padre, partito da tempo per sbarcare il lunario in America secondo la madre e scappato invece da tempo secondo le voci del rione.

“Hanno organizzato dei treni speciali per portare i bambini là sopra.”

Nel grigiore del piccolo Amerigo e di Donna Antonietta arriva il ciclone Maddalena, una comunista considerata addirittura implicata nella liberazione di Napoli dai tedeschi. Sarà proprio questa giovane rivoluzionaria a raccontare alle mamme del rione che il partito garantisce la partenza di treni speciali su cui i loro figli potranno salire per passare l’inverno da una famiglia del Nord. Si promette cibo, si promettono scarpe, vestiti e cappottini nuovi. Ma il rione non risponde omogeneamente a questa novità imprevista: qualcuno è infatti convinto che i bambini partiranno per la Russia per essere schiavizzati in qualche campo di lavoro, altri criticano questa forma di solidarietà vista come carità per cui provare vergogna. Non mancano i più estremisti, che temono che i bambini torneranno senza mani, lingua o piedi.

Nonostante la titubanza, Donna Antonietta scommette su questo progetto e Amerigo sale sul treno dei bambini, accompagnato da altri due amici del rione, Tommasino e Mariuccia. Il viaggio, descritto come gran parte del romanzo dagli occhi di un bambino di soli sette anni, assume i contorni della fiaba e della tenera magia. Sembra infatti dolcemente fatata la reazione dei piccoli alla visione della neve per la prima volta, scambiata per ricotta.

“’A ricotta… ’A ricotta. Mariuccia mi viene a svegliare gridando. – Amerigo! Amerì… Scètati, ci sta pieno di ricotta a terra. Per la strada, sopra agli alberi, sopra alle montagne!”

Al nord, in quella Modena raggiungibile solo in corriera, Amerigo troverà una famiglia vera ad aspettarlo. Sarà consegnato a Derna, una donna sola, che lo affida in sua assenza alle cure della famiglia di sua cugina Rosa. Amerigo avrà dunque tre fratelli di età diverse (e dai nomi buffissimi, Rivo, Luzio e Nario) e persino un babbo. E nonostante la tristezza iniziale, il bambino venuto dal sud si abitua ai ritmi di quel Nord di cui all’inizio non aveva neanche sentito parlare. Familiarizza con la nebbia, coi dialetti, con le dinamiche scolastiche e gradualmente scopre la sua personalità e le sue passioni. Coccolato tra una lezione di violino e una fetta di torta salata impacchettata con cura per merenda, Amerigo è vittima di molti dubbi quando riceve le lettere di sua madre. E sebbene il piccolo torni nella casa materna, a centinaia di km dal focolare sperimentato in Emilia Romagna, le conseguenze di quel viaggio saranno indimenticabili e potentissime.

Il treno dei bambini è un romanzo che scioglie il cuore, che parla delle varie forme dell’amore e delle sue conseguenze con una delicatezza indescrivibile. La scelta di rendere Amerigo narratore enfatizza ancora di più le emozioni che la narrazione suscita e induce il lettore a percepire il mondo con l’incanto degli occhi di un bambino. La vicenda narrata, sebbene appaia semplice sulla carta, nasconde in sé un groviglio di sentimenti e sensazioni che si trasferisce direttamente nella pancia durante la lettura.
Amerigo rimane dunque nei nostri pensieri anche dopo aver letto l’ultima pagina e ci lascia una certa malinconia nello stomaco quando lo salutiamo chiudendo il romanzo.


FONTI

Viola Ardone, Il Treno dei Bambini, Einaudi, 2019