Foto-dipendenza: quando scattare foto si trasforma in un’ossessione compulsiva. Cosa accade nella nostra mente? Perché le fotografie possono trasformarsi in una droga?

La fotografia è un’arte, un’innovativa e creativa frontiera della comunicazione. Non a caso un’immagine può valere più di mille parole: è un continuum di emozioni e di interpretazioni che valicano i sentimenti umani. Tantissimi fotografi hanno catturato momenti storici, iconici e indimenticabili che hanno contribuito a spiegare la nostra storia.

Il mondo della fotografia abbraccia vari campi: moda, cinema, arte, tecnologia, pubblicità. Oggi, non solo scattare foto è diventato un fattore costante delle nostre giornate, ma si è trasformato in una necessità incontrollabile. Dobbiamo continuamente porre la realtà sotto l’occhio dell’obiettivo. Dobbiamo necessariamente regolare la nostra vita attraverso un flash.

Siamo nell’era del 2.0, del tweet alla portata di tutti, della instastory, dell’informazione via social. Scattiamo quotidianamente fotografie per immortalare ogni evento della giornata. Cerchiamo ogni secondo di aggiornare la nostra galleria per conservare il ricordo di un secondo di quotidianità.

Non sfugge nulla all’occhio onnisciente della macchina fotografia che è inserita nei nostri smartphone e, immancabilmente, produce nuovo materiale, culturale o meno, da condividere con il mondo intero. Ufficialmente la foto è al servizio unicamente dei social.  A dire il vero, la nostra intera esistenza è al servizio dei social.

Siamo dipendenti da ogni tipologia di social media: secondo una ricerca curata dal Censis e pubblicata nel 2018- 15° Rapporto Censis sulla comunicazione gli utenti dei social network crescono sempre più, dal 67,3% al 72,5% della popolazione. Dalla ricerca spunta una tendenza ormai affermata: il 67,5% degli italiani usa Whatsapp. Più della metà della popolazione usa  Facebook (56%) e YouTube (51,8%). Instagram arriva al 26,7% di utenza (e al 55,2% tra i giovani). Mentre Twitter si ferma al 12,3%.

Quale rapporto si instaura tra i social e la fotografia? Perché si parla di dipendenza? Innanzitutto il fulcro su cui gira l’intera vita delle piattaforme sociali 2.0 è la foto. Più foto condividi, più aggiorni i tuoi “amici”, più sei sulla cresta delle tendenze. Il nuovo mestiere dell’influencer ruota sul panorama delle pubblicazioni fotografie on-line.

Scatto foto perché devo dimostrare a tutti chi sono, come sono, cosa faccio e quanto valgo. La fotografia non è più testimonianza, è diventata dimostrazione. Anzi, la foto in sé non intrappola la realtà per quello che realmente è, ma ne crea la sua apparenza. Quindi vivo per dimostrare su una piattaforma online le mie attitudini, i miei comportamenti, il mio stile: tutto lecito, fin quando non supera i limiti dell’eccessività.

Lasciando a parte tutto il discorso sulla bellezza, sugli stereotipi del nuovo millennio, sulla bassa autostima e sull’omologazione, la questione si sposta sul valore fotografico in sé. Si riproduce un quantitativo di immagini così vasto da non contemplare, agire o riflettere su ciò che accade intorno. Prima di magiare un piatto si fotografa, prima di inalare la salsedine di un tramonto a mare, si immortala il sole calante. Una festa si festeggia solo se condivisa, l’abito giusto è quello che si svela in un scatto.

Questa è l’assurdità: la foto-dipendenza è la necessità inspiegabile di dover dimostrare attraverso le foto e  a tutti i costi, anche alle persone che effettivamente non si conoscono, quanto meravigliosa sia la vita che si affronta nel quotidiano. La foto-dipendenza è la compulsiva voglia di dimostrare con una foto la perfezione della propria esistenza, pensando  di costruire ricordi condivisibili con chiunque.

In realtà, la memoria non si deposita e non si esprime l’identità nella sua vera essenza. Scattare, condividere e poi provare è il ciclo vizioso in cui gli utenti sono intrappolati. Ovviamente la foto-dipendenza è una conseguenza della dipendenza da internet e da social media in cui il mondo versa. Diventa inoltre difficile costruire la personalità di un individuo dalle numerose foto pubblicate, uguali a tante altre di Instagram e di Facebook.

Linda Henkel, psicologa e insegnate della Fairfield University nel Connecticut, in uno studio condotto nel 2015 ha dimostrato come scattare troppe foto indebolisca la memoria. La fotocamera si è trasformata in una memoria esterna che conserva tutti i nostri ricordi. Per dimostrare la sua tesi, la Henkel ha riunito un gruppo di studenti  in un museo chiedendo loro di scattare foto ad alcune opere e osservarne altre, senza catturarle nell’obiettivo. Il risultato ha svelato come i ragazzi con più foto non riuscissero a ricordare le opere. Inoltre, sempre la Henkel ha affermato:

Molte volte le persone fotografano solo per dire agli altri: “Ecco, in questo momento, mi sento così”.

La foto-dipendenza annulla la memoria e scalfisce l’identità. Per essere al passo con la velocità degli stili di vita più cool, si elimina la parte reale di un avvenimento, se ne snatura la praticità dell’atto e si condivide in una fotografia.

Fotografiamo e poi esperiamo: una macchina mortale per la memoria perché non conserva gli attimi, riproducibili nelle centinaia di immagini che comprimono la gallery dei cellulari.

Scatta e condividi: non si immortalano più gli eventi, le celebrazioni o le ricorrenze per testimoniarne l’esistenza. Oggi fotografiamo per essere il di più, per memorizzare tutto e sentirci pieni.

Condividere è sinonimo di autoaffermazione della coscienza: siamo visti dall’altro, il life-style seguito rientra negli standard fotografici della perfezione, siamo accettati e quindi riconosciuti. Detta alla Hegel, l’autocoscienza diventa coscienza quando è riconosciuta e accettata dagli altri attraverso le foto di Instagram.

In un mondo di filter, la fotocamera è diventato il nostro filtro alla realtà.

La cura a questa dipendenza? Godere del momento che si vive, senza fotocamera h24. Mangiare il proprio piatto gourmet nei ristoranti più belli, ballare scatenati in qualche discoteca in voga, assaporare le sfumature dei tramonti sulle spiagge e emozionarsi della meraviglia dell’arte nei musei. Vivere, poi scattare. Scattare e conservare per vivere di nuovo. Solo così la memoria non sarà consumata e questi momenti saranno eterni e magici, perché non lasciati perire sotto il torchio angusto della fotografia social.