La dose è quella giusta. 300 mg. Mando giù la capsula con una lunga sorsata di vodka, mi sdraio sul pavimento, chiudo gli occhi e aspetto. So già che non ci vorrà molto.

È stata lei a farmi il quarto prelievo del sangue di tutta la mia vita. Sono entrato nello stanzino bianco e asettico a digiuno, barcollante, già pallido come un lenzuolo.

È stata lei a farmi sedere sulla poltrona che ha poi leggermente reclinato, così i miei occhi si sono posati sul soffitto e sui neon bianchi incassati nel cemento.

– Allora, cosa fai nella vita?

– Il chimico. Lavoro per una gioielleria.

– Mmh, interessante!

È stata lei a stringere il laccio emostatico. A infilarmi l’ago nella vena.

– E tu?

Che domanda idiota.

– Io mi sono laureata un paio di mesi fa in infermieristica. E ora eccomi qui.

Sento il sangue fluire via dal mio corpo secondo dopo secondo. Cerco di tenere lo sguardo fisso sul soffitto, gli occhi aperti e il respiro regolare, ma non ci riesco.

È stata lei a slacciarmi il laccio emostatico e a lasciare che il sangue scorresse nelle provette, una dietro l’altra.

– Come ti chiami?

– Adele, e tu?

– Giorgio.

Non ho idea di come sia il suo volto. L’ho visto per una frazione di secondo quando sono entrato nella saletta, ma l’ho già dimenticato. Sento solo la sua voce alla mia destra, il polpastrello sul mio avambraccio, un soffio, un profumo forte e speziato in mezzo all’odore dell’alcool e dei disinfettanti.

È stata lei a sfilarmi l’ago dal braccio proprio nel momento in cui la mia vista si è offuscata e tutto ha iniziato a girare vorticosamente intorno a me.

È stata Adele.

Non ci vorrà molto per scoprire come sono morto, lo so benissimo. Basterà qualche rapido esame sul mio corpo già freddo e rigido. Il mio sangue sarà rosso e brillante nelle provette dei medici legali. Anossia cerebrale e collasso cardiovascolare ci sarà scritto sulla cartellina attaccata alla porticina di acciaio inossidabile del mio loculo nell’obitorio dell’ospedale.

Nient’altro.

Mi sono innamorato di Adele a una velocità da paura. Non riesco a capire come sia stato possibile. L’ho guardata negli occhi quel giorno, dopo il prelievo, prima di uscire dalla stanzetta asettica. Lei mi ha sorriso e io le ho chiesto di andare a fare colazione insieme. Lei ha finito il turno e io l’ho guardata farsi cadere sul maglione la sfoglia del croissant che stava mangiando.

Mi sono immediatamente affezionato alla sua voce che mi è sembrata subito così familiare. Al suo modo di muovere le mani, di gesticolare mentre parlava. Al suo sorriso.

Perché? Non lo so.

Il suo profumo, intenso, mescolato a quello del caffè, all’odore della sua pelle e del lattice dei guanti che aveva dovuto indossare per tutta la mattina, quella combinazione di aldeidi è andata a sbattere direttamente contro la parte più istintiva e primordiale del mio cervello.

Quando abbiamo fatto l’amore per la prima volta, quella sera stessa, mentre lei era sopra di me, ho lasciato che i suoi capelli cadessero sul mio viso. È stato in quel momento che ho sentito profumo di mandorle.

-Ti amo, le ho detto. Troppo presto. Però era vero.

Lei ha sorriso senza dire nulla. Si è chinata di più sulle mie labbra per baciarmi. Il profumo di mandorle.

Era lei.

È stata lei.

Poi un giorno Adele mi ha telefonato mentre ero a lavoro.

– Ho bisogno di parlarti, mi ha detto.

– Va bene, le ho detto.

Ci siamo trovati davanti a casa sua. Quanto ci è voluto? Cinque? Sei? Sette minuti. In sette minuti mi ha detto addio e io ho provato la stessa sensazione di quando, qualche mese prima, lei mi aveva sfilato l’ago dal braccio. Ci è voluto pochissimo.

Per mesi, ogni giorno, nel seminterrato della gioielleria, ho continuato a placcare collane, orecchini, anelli, bracciali. E ogni volta quell’odore di mandorle. Acido cianidrico rilasciato nell’aria dal cianuro.

Adele. Adele e l’oro. Adele e l’ago infilato nella vena e il sangue che se ne andava dal mio corpo.

Adele, un paio di mesi, non di più.

Adele, con te avevo raggiunto la pace. Non desideravo altro.

Adele e il cianuro. Cianuro di potassio. Odore di mandorle.

La collana che avrei voluto regalarle, che avevo placcato io stesso, che avevo avviluppato in tre scampoli di seta blu.

È stata lei.

Non ci sono antidoti. O meglio, ce ne sono, ma con 300 mg di cianuro di potassio in corpo non servono quasi a nulla. E poi non mi troveranno in tempo. Ci vorrà davvero poco.

Un paio di secondi per innamorarmi di Adele.

Tempo. Avrei dovuto aspettare. Avrei dovuto andare più piano.

Ma ero in discesa libera, non riuscivo a fermarmi.

È stata tutta una questione di tempo. E di dosi. Del sesso che facevamo e di cui ne volevo di più, sempre di più. Dei baci. Delle parole. Delle carezze. Dei sogni. Di più. Sempre di più.

È stata una dose letale.

È stata lei.


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