La modernità, e con sé il suo Io e la sua poesia, nasce dalla disarmonia, dall’abbandono e dalla rottura. Nasce dall’attrazione degli opposti, genio e sregolatezza, poeta e maledetto. L’ammirazione dell’ “uomo comune” per i personaggi che impersonano queste opposizioni, dal primo considerate inconciliabili, ha fatto sì che la rottura del poeta con la società – causata dallo stesso uomo borghese che legge e apprezza – diventasse un fenomeno di massa. Dopo un secolo di poeti maledetti forse i gusti stanno cambiando, ma anche l’esaltazione dell’uomo comune fa diventare questo un individuo straordinario, proprio poiché non sembra se ne vedano da nessuna parte.

Nella metà dell’Ottocento il poeta perde il suo status, non è più protetto dai nobili perditempo e non sa insinuarsi nella giornata indaffarata del borghese commerciante. Gli unici spazi letterari concessi sono già occupati dai grandi narratori, Balzac e Hugo per esempio. Questa “perdità dell’aureola” obbliga il poeta a disegnarsi e a ritagliarsi un nuovo spazio nella società. Se questa non ti vuole è perché non ti merita, non ti comprende, affari loro. Il poeta fa della sua posizione al margine un vanto, un fardello che è orgoglioso di portare. Questa ovviamente sarebbe una esemplificazione eccessiva, il poeta è sempre un essere umano e soffre profondamente del suo allontanamento dalle persone, della sua posizione di deriso; per questo continua a sentire il bisogno di esprimersi, di far, nonostante tutto, poesia.

Il dramma del nuovo poeta maledetto, o saturnino come dirà Verlaine, spesso lo porta all’impossibilità stessa di vivere in mezzo agli altri, nella società occidentale, al rifiuto e alla sfiducia nell’arte stessa. Come Rimbaud che, svanita l’ispirazione giovanile, fuggirà in Africa, Asia e in giro per l’Europa abbandonando la poesia e la letteratura.
Il poeta post-baudelairiano si esprime nel simbolismo aspirato da Rimbaud con i metodi teorici di Verlaine. Loro due e Mallarmè sono i poeti maledetti “ufficiali”, che continuano l’opera iniziata con “I Fiori del Male”. Basta osservare il titolo per immergersi nella novità. Il fiore, elemento naturale di bellezza e armonia per eccellenza, diventa catalizzatore e tramite del male, in un potente ossimoro che esprime la rottura del rapporto fra uomo e natura, la perdita dell’armonia e spontaneità trovata dal romanticismo. Il nuovo poeta si riconosce artificio prodotto dalla civiltà industrializzata e tecnicizzata nella Parigi metropoli. Non va più alla ricerca della vicinanza con la Natura ma tenta di capire e raccontare il dramma creato dall’inevitabile e mai più colmabile distacco. Questa incongruenza fra il poeta ed il nuovo mondo nascente non lo porta, finalmente, a ricercare i classici, il sentire degli antichi, come direbbe Leopardi, ma a vivere, a suo modo, con la sua maledizione, questa nuova epoca. L’Io del poeta maledetto non è più canonizzato o idealizzato ma è finalmente sé stesso. Citando Rimbaud, “l’Io è un altro!”, esprime la falsa rappresentazione della soggettività nella letteratura fino a quel momento. E nel momento in cui si entra in contatto con questa e si sente la profonda incongruenza con il mondo esterno, avviene il dramma esistenziale di uomo che non ha più idea di quale possa essere il suo posto nel mondo, se possa mai essercene uno o se lo debba inventare lui. In questo sono sorprendentemente vicini a Leopardi, ma il contrasto diventa ancora più lacerante in questi giovani sempre immersi nella vita di società a Parigi, contrasto che li porterà a rifuggire tutto ciò e a smascherare questo Io troppo a lungo celato in maniere del tutto nuove: con l’utilizzo di droghe e alcool, con la sregolatezza, l’alterazione dei sensi, l’esotismo e l’erotismo sfrenato.

Il bisogno assoluto di contatto con il proprio Io e con la propria vera soggettività diventa il fil rouge della nuova poetica, nonostante i temi trattati spazino moltissimo. Quello più presente è lo “spleen et idéal”, che da il nome a una delle sezione dei Fiori del Male di Baudelaire, ed è il contrasto fra la vita effettiva, drammatica e dolorosa del poeta, e la sua anima sensibile e lirica di Principe dell’azzurro. Verranno affrontati soprattutto i temi effettivamente presenti nella vita di questi poeti, primo fra tutti il ruolo del poeta, nuovo e da capire, lo spazio nella metropoli, l’ebbrezza e le droghe, per citarne alcuni.

In conclusione, la nascita della poesia moderna è il definitivo abbandono del mondo classico per giungere alla creazione di simboli e pensieri davvero nuovi, senza le sovrastrutture dei passati millenni, alla scoperta di un Io nascosto in piena vista, ancora tutto da scoprire. La capacità di questa poesia di affascinare e strabiliare è innegabile, per il suo essere “musica e sfumatura” e per il suo esprimere drammi sempre più moderni. La fortuna di questi poeti avvenne all’inizio del Novecento quando ormai il disagio del nuovo mondo era più che evidente, rendendo possibile a tutti ammirare il loro genio; oggi andrebbero rivalutati nuovamente, poiché viviamo in un’epoca che si muove più velocemente di noi, che assume identità senza che nessuno possa rispecchiarcisi. In particolare, noi della “Generazione 0”, nati e cresciuti immersi in tutto un mare di nuove tecnologie e possibilità dalle quali siamo trascinati come da una corrente incontrovertibile, circondati da realtà nelle quali non ci riconosciamo, dovremmo ritrovare l’importanza di questi poeti che, mutatis mutandis, hanno vissuto la nostra stessa disarmonia e distacco.