L’allunaggio di Italo Calvino

“Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna”, più o meno così inizia la letteratura italiana.
È solo il 1226 e la letteratura è arrivata sulla luna.
Non bisogna aspettare il Romanticismo: la luna è stata colonizzata ancora prima, ancora prima la luna è stata meta di sogni, disegni, bisogni, convegni.
Bisogna aspettare diversi secoli, questa volta sì, perché anche i corpi, pesanti, di impaccio, ce la facciano ad atterrare tra quei crateri. Bisogna aspettare il 1969 per l’esattezza.
Quando l’uomo ci arriva per davvero sulla luna, al poeta prende un po’ di spavento. Non è che svanisce l’incanto?

1967, vigilia di Natale. Calvino ha appena pubblicato Ti con zero e Anna Maria Ortese sulle pagine del Corriere della Sera:
“Caro Calvino, non c’è volta che sentendo parlare di lanci spaziali, di conquiste dello spazio, ecc., io non provi tristezza e fastidio; e nella tristezza c’è del timore, nel fastidio dell’irritazione, forse sgomento e ansia.”

E Calvino, stesso giorno, stesso giornale:
“Cara Anna Maria Ortese, guardare il cielo stellato per consolarci delle brutture terrestri? Ma non le sembra una soluzione troppo comoda? Se si volesse portare il suo discorso alle estreme conseguenze, si finirebbe per dire: continui pure la terra ad andare di male in peggio, tanto io guardo il firmamento e ritrovo il mio equilibrio e la mia pace interiore. Non le pare di “strumentalizzarlo” malamente, questo cielo?
[…] Chi ama la luna davvero non si accontenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più”.

L’immaginazione di Calvino è un’immaginazione precisa. Ovvero, Calvino non cerca la vaghezza, i dubbi, le sfumature: le sue sono costruzioni precise, e tanto più sono esatte tanto più sono allucinate, e tanto più scavano nella ragione tanto più si spingono in mondi così remoti.
La letteratura calviniana è (tra le tante cose) il disegno di un faticosissimo itinerario sulla Luna: stargli dietro non è semplice, non lo è per le migliaia di pagine che Calvino ha lasciato, non lo è perché Calvino è stato dotato di una leggerezza che sulla Luna lo fa volare.

Ad un certo punto, è il 1969, Calvino manda il suo Astolfo sulla Luna. “Sui bianchi campi della Luna, Astolfo incontra il poeta. Se costui abita nel bel mezzo della Luna […] ci dirà se è vero che essa contiene il rimario universale delle parole e delle cose […]. – No, la Luna è un deserto”.

La Luna è vuota, si innesta sul nulla e spalanca il nulla. Forse è un bene che sia così, se Calvino pensa “che si scrive sempre partendo da una mancanza, da un’assenza […]. Dirò meglio: bisogna che un luogo diventi un paesaggio interiore, perché l’immaginazione prenda ad abitare quel luogo, a farne il suo teatro”.

Tutte le raccolte di Cosmicomiche esordiscono con un racconto che ha per protagonista la Luna. È, nelle intenzioni di Calvino, un atto di omaggio ai poeti lunari della letteratura italiana.
Per vedere di più della Luna, Calvino si guarda indietro: Ariosto è uno dei pionieri, con lui la luna si fa davvero più prossima agli uomini; Galileo, esatto e preciso tanto quanto Calvino, tramite il cannocchiale, vi fa atterrare il suo occhio; Leopardi dalla Luna prende la luce e la leggerezza, e riesce a “togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce”.

Torniamo alla luna di Astolfo ora: un ventre cavo: una Luna che sembra essersi svuotata: la pagina bianca da cui ha inizio ogni storia.
Siamo partiti dalla Luna come meta prediletta dei poeti, per riconoscere nei suoi spazi desertici il punto di partenza dei viaggi possibili.
Poche righe fa Calvino ci ha insegnato che per scrivere di un luogo bisogna che esso diventi il proprio teatro. La luna sembra avere la prerogativa di essere quel teatro, quello in cui va in scena ciò che non è stato, o ciò che sarà.
Quello che non è stato, ciò che sarà… dove finisce l’immaginazione e dove inizia la malinconia?

“Ma io mi domando se davvero questo mondo è il mio mondo. […]Se sono saltato in tempo da questa parte è stato un caso. So che sono debitore alla Luna di quanto ho sulla Terra, a quello che non c’è di quello che c’è”, dice tra sé Qfwfq.


 

FONTI
Fonte 1


 

 

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