Di Sarah Maria Daniela Ortenzio

Tutti conoscono il Decameron di Boccaccio. A ognuno di noi, fin dalla tenera età, è stato inculcato a suon di occhiate severe e minacce di voti infausti che è stato scritto intorno alla metà del Trecento, che è la più famosa raccolta di novelle italiane; che è ambientato in una Toscana dilaniata dalla peste nera, che dieci son le giornate, dieci i narratori e cento i racconti. E molti, probabilmente, dopo aver felicemente concluso la pedante maratona della scuola dell’obbligo avranno cortesemente scortato tutte le nozioni imparate nel dimenticatoio, convinti che la lettura di un’opera scritta quasi ottocento anni fa fosse appannaggio di noiosi e impolverati eruditi: quindi, a mai più rivederci, dasvidania, chi s’è visto s’è visto.

Care/i amiche/i, niente di più sbagliato. E cercherò di dimostrarvelo.

Negli ultimi anni la riflessione narratologica si è fatta estremamente feconda, abbracciando sentieri che oltrepassano i campi di competenza strettamente letteraria: le proposte più ardite sono quelle che cercano di spiegare i meccanismi della narrazione avvalendosi della filosofia, delle scienze cognitive e delle implicazioni dell’intelligenza artificiale. L’aspetto più interessante delle nuove teorie, già a partire dallo strutturalismo, è il fatto che non riguardano soltanto i romanzi moderni e contemporanei, ma pretendono di essere applicate diacronicamente; in altri termini, aspirano a essere universali, cioè a spiegare qualunque tipologia di testo narrativo indipendentemente dal periodo storico di appartenenza, dal suo genere, dalle sue finalità.

Cosa succederebbe se ci immergessimo nel Decameron orientandoci con queste moderne bussole?

Raffigurazione di Giovanni Boccaccio in un manoscritto del Quattrocento

 

I GIORNATA, NOVELLA I: SER CEPPARELLO ALIAS SAN CIAPPELLETTO

La storia è quella di una beffa. Ser Cepparello è un uomo malvagio e viene incaricato da un mercante di recarsi in Borgogna per riscuotere dei crediti. Dato che i borgognoni sono perlopiù di pessimo carattere, nessuno meglio di Ser Cepparello alias Ciappelletto può tenergli testa, data la sua condotta immorale e licenziosa: è avido, bugiardo, sodomita, goloso, chi più ne ha più ne metta. Ciappelletto accetta la richiesta del mercante, a causa delle sue ristrettezze economiche. Però, ahimè, sfortuna vuole che mentre è ospite di due usurai, Ciappelletto si ammali gravemente e si riduca in breve tempo in fin di vita.

I padroni di casa sono dunque preoccupati del fatto che l’avvocato possa tirare le cuoia in casa loro. Avrebbe significato seppellirlo in terra sconsacrata, e dunque la loro fama, già corrotta, ne avrebbe risentito. Se poi Ciappelletto si fosse deciso a confessarsi, quale uomo di chiesa lo avrebbe assolto dai suoi gravissimi peccati? D’altra parte, anche sbatterlo sulla strada avrebbe peggiorato la situazione di difficile convivenza con gli altri compaesani. Ser Ciappelletto ascolta il discorso tra i due, e propone una soluzione: mentire spudoratamente, come ben sa fare, anche durante l’estrema unzione.

Viene convocato il prete, comincia lo spettacolo. Ser Ciappelletto confessa i propri presunti peccati, tutti veniali, esagerando la propria contrizione. La colpa più grande, a suo dire, consiste nell’aver maledetto da bambino la madre. Il teatrino ha l’effetto sperato, in realtà va anche oltre: il prete è talmente convinto della bontà innata di Ciappelletto che, dopo la sua morte, lo spaccia ai fedeli come uomo santo e pio. Gli abitanti del paese dunque lo venerano in quanto intercessore presso Dio. Ma l’etterno immobile, che la sa più lunga, perdona l’ingenua credenza dei fedeli; chissà, se Ciappelletto si fosse davvero pentito di tutte le sue malefatte prima del mortal respiro, Dio avrebbe perdonato anche lui.

 

MONDI POSSIBILI

Tutto il racconto è intrecciato sulla menzogna, talmente ben infarcita da diventare reale. Potremmo interpretare le bugie di Ser Ciappelletto come mondi possibili?

Il concetto di mondo possibile è di matrice filosofica, coniato da Leibniz, poi adottato nella linguistica e infine negli studi letterari. Il principio fondamentale è che la realtà non sia costituita da un’unica dimensione statica e monocolore, ma da una costellazione di mondi, uno dei quali è posto al centro del sistema. Quest’ultimo è il cosiddetto mondo della realtà effettuale; più nello specifico, la dimensione in cui avvengono gli eventi raccontati della storia: il fatto che Ser Ciappelletto si buschi un malanno e sia sul punto di morire, per capirci.

Schema dei mondi possibili attivi all’interno della narrazione, a opera di Marie Laure Ryan

Il mondo centrale, però, può contenerne altri, in sé autonomi e autosufficienti: per esempio possono coesistere la dimensione profana (il mondo degli uomini) e la dimensione sacra (l’inferno, il paradiso, l’olimpo). Gli altri mondi che fanno parte della costellazione sono invece quelli dipendenti dai personaggi. È come se ogni individuo contenesse in sé un sistema completo, che coincide con l’articolata trama dei suoi movimenti interiori, in cui grande importanza hanno il desiderio, la paura, le speranze, la morale, i sogni. I critici sostengono inoltre che la caratteristica fondamentale della narrazione è che i mondi siano in perenne conflitto tra di loro: ognuno cerca infatti di far coincidere il maggior numero di mondi interiori con quello della realtà effettuale.

L’intersecazione dei mondi, qui, è davvero peculiare: Ser Ciappelletto infatti cerca di sovrapporre il suo mondo interiore con quello della realtà attuale, e per farlo sforna una sfilza di mondi inconsistenti, quelli dei suoi peccati veniali, atti a dipingerlo in quanto persona rispettabile e santa. Questi mondi vengono accolti dalla faciloneria del prete, che li interpreta come verità. La menzogna, dunque, diventa reale. Il prete durante la veglia onora il defunto elogiandolo in quanto santo, e i fedeli partecipano alla sedimentazione di quel significato, con l’ovvia conseguenza di rendere quella credenza di segno mutato più vivida e plausibile.

Qual è dunque il confine tra la verità e la menzogna? Tra reale e immaginario? Nessuna, a quanto sembra. Dipende tutto dalla prospettiva dell’osservatore. Gli unici consapevoli di questo scarto, oltre agli orditori della beffa, sono il narratore (e dunque i suoi ascoltatori e lettori) e Dio. Infatti qui ha ancora pieno valore la suddivisione del mondo attuale in dimensione sacra e profana. Se gli uomini credono nei miraggi e nei falsi emissari di Dio, l’Altissimo dalla sua posizione privilegiata e distaccata può perdonarli e dannare ugualmente il malfattore. Da notare la caratteristica vicinanza tra la prospettiva dell’etterno immobile e quella del narratore/fruitore. Eppure esiste ancora un’ultima incongruenza: il narratore e i suoi ascoltatori nulla possono sapere della sorte ultraterrena di San Ciappelletto. Essendo uomini, dunque imperfetti e caduchi, la dimensione più intima dell’animo di questo personaggio è loro nascosta e un limite esistenziale impedisce di accedere al mondo, distaccato ma pur sempre reale, del sacro.

 


FONTI

G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Einaudi, 1980

Ryan, The Modal Structure of Narrative Universes

The living handbook of narratology

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