Songs of Innocence and of Experience è il capolavoro poetico di William Blake, massimo autore del pre-romanticismo inglese. L’opera è estremamente interessante nella sua struttura. Consta di due libri separati, Songs of Innocence Songs of Experience, che dall’uscita del secondo in poi sono sempre stati pubblicati insieme, a mostrare The two contrary states of the human soul, come recita il sottotitolo dell’opera completa. Sono le modalità di lettura della raccolta ad essere degne di nota. La prima parte del libro assomiglia ad un libro di preghiere o inni sacri, mostra il poeta partecipe della grandezza divina e dell’innocenza primigenia. La seconda invece è una condanna dell’operato umano e anche di quello divino, mostra come l’esperienza del mondo abbia privato il poeta di ogni gioia o speranza. Letti separatamente hanno due sensi. Letti insieme ne hanno uno ulteriore. Quasi ogni poesia del primo  libro ha un suo “controcanto” nel secondo, una poesia parallela e speculare che ne ribalta il senso e ne crea uno nuovo. Questa modalità di lettura combinata offre al lettore il resoconto di un viaggio della conoscenza e di vita, un continuo revisionismo del proprio passaggio su questa terra.

Vediamo come può avvenire l’esperienza di questa lettura “combinata”, con l’esempio di uno dei dittici, contenente una delle poesie più famose di Blake. Il dittico affronta il tema della creazione nei suoi risultati, confrontando l’Agnello e la Tigre. Contrapponiamo i primi versi delle due poesie: Little Lamb, who made thee? Tyger! […] What immortal hand or eye / could frame thy fearful symmetry? La domanda che pone l’autore direttamente agli oggetti della sua poesia è se sappiano chi li abbia creati, quindi se siano partecipi coscientemente alla Creazione stessa. Nessuno dei due lo sa, tanto che è l’autore stesso a rivelarlo: Little Lamb, I’ll tell thee, / he is called by thy name. L’ingresso diretto dell’io-poetico nell’opera introduce la necessaria mediazione fra Creatore e creatura, trasformata in simbolo. L’Agnello qui è immagine stessa di Dio-Cristo, tanto che He calls himself a Lamb. L’uguaglianza biblica fra Dio e l’Agnello è risaputa, come anche l’immagine del credente come parte del gregge. L’agnello è immagine diretta della Creazione come emanazione divina, come parte del Creatore. Se ci fermassimo qui ci troveremmo di fronte a una bella poesia d’argomento sacro, con interessanti procedimenti retorici e metrici, un utilizzo notevole della ripetizione in stile salmodiale e un significato chiaro. Ma l’aggiunta del controcanto cambia nettamente le cose.

La poesia in sei quartine The Tyger è certamente più bella della prima, per il suo incalzante ritmo di domande brevi e martellanti, portate avanti da un lessico evocativo e immaginifico. Per quattro quartine il poeta si chiede chi sia il creatore della Tigre. Prima il movimento è chiaramente biblico, dove il poeta domanda di chi siano le mani, gli occhi, la mente che hanno reso possibile la creazione, per poi passare ad un’immagine prometeica, evocando un martello ed una fucina. Ma dalla domanda sul Creatore il poeta passa rapidamente, con un sorprendente scarto lirico, a una domanda esistenziale e ontologica ben più cocente: Did he smile his work to see? / Did he who made the Lamb make thee? Ecco il centro del dittico. Sorrise il Creatore quando vide l’opera compiuta della Tigre? Può essere stato lo stesso Creatore artefice delle due creature? Le quartine legate alla prima domanda servono anche a sviluppare il simbolo della Tigre, legata al fuoco, al terrore e alla natura nel suo aspetto caotico, primitivo, quindi precedente ai concetti di Bene e Male. Il simbolo-Tigre sembra essere un pezzo fuori posto nell’Ordine della Creazione, che invece è perfettamente reso dall’identità Child/Lamb-God.

Ma sottolineiamo una cosa. L’inquietudine profonda della domanda mai emergerebbe senza l’opposizione dei tue testi. Certamente The Tyger è una grande poesia anche da sola, che testimonia quella “poesia viva” che T. S. Eliot attribuisce al genio di Blake. Ma da sola riuscirebbe soltanto a mostrare la fascinazione inquietata del poeta di fronte al Caos della Natura. Il dittico riesce invece a portare la domanda sul piano metafisico. E’ possibile che Dio abbia creato sia qualcosa che lo incarni che qualcosa che lo neghi (almeno nell’insieme simbolico che gli viene attribuito)? La potenza di questa domanda origina soprattutto nella capacità di Blake di far scaturire interrogativi filosofici -trasmettendo la sua opinione personale- attraverso la potenza dei versi, la loro verve linguistica. E interrogandosi sulle simmetrie della Tigre non è detto che Blake non si interrogasse sulle simmetrie del proprio libro doppio:

Tyger! Tyger! Burning bright
in the forest of the night,
what immortal hand or eye
dare frame thy fearful symmetry?