La paura si sa, può paralizzare. Ne sanno qualcosa gli uomini. Ma ne sanno qualcosa soprattutto le donne, spesso incapaci di reagire a un’aggressione sessuale. Ne sanno qualcosa anche gli animali. Su tutti l’opossum (Didelphis virginiana), un vero e proprio maestro nell’arte della paralisi (o immobilità tonica).

Per chi volesse cimentarsi nell’impresa di questo piccolo mammifero, ecco un piccolo prontuario in tre passaggi. Primo, cadere sul lato. Secondo, spalancare occhi e bocca. Terzo – la firma dell’artista -, emettere un liquido maleodorante dall’ano. Se pare facile, si noti che l’opossum può mantenere questo stato del tutto simile al coma fino a quattro ore.

Fenomeni simili sono stati osservati sia nei vertebrati che negli invertebrati. Questo ha fatto sì che per tanto tempo si credesse di poter ipnotizzare alcuni animali (famoso è il caso della gallina). In realtà la reazione sembra avere una funzione ben precisa: evitare in qualche modo l’aggressione. Nel caso dell’opossum si tratta di tanatosi, una messinscena che serve a farlo sembrare morto da giorni e quindi poco appetibile. In altri casi può permettere alla preda di approfittare della distrazione del predatore per fuggire.

La paura serve a preparare un’azione rapida di fronte al pericolo. Si prenda il caso dell’aggressione sessuale. In una situazione di questo tipo la paura offre tre possibilità: lotta (fight), fuga (flight) o paralisi (freezing o tanatosi). Se il pericolo è ritenuto fronteggiabile, la donna sceglierà di lottare. Se invece il pericolo è percepito come insormontabile, allora delle due l’una: scapperà (se c’è via di fuga) o ricorrerà alla paralisi.

Tra gli animali la paralisi può portare l’individuo a ridurre le possibilità di essere individuato dal predatore (freezing). Oppure, ingaggiata la lotta, a far sì che il predatore perda interesse nei suoi confronti (tanatosi). Nei predatori infatti sia il sistema visivo che l’atteggiamento predatorio sono generalmente molto sensibili al movimento. Quando il topo è inerte, il gatto solitamente s’allontana. Nel caso dell’aggressione della donna, la vittima potrebbe ricorrere (inconsciamente) a questa strategia per evitare danni maggiori derivanti dall’aggressione. Riconosciuta l’impossibilità di fuggire, opporre resistenza non farebbe altro che aumentarne l’aggressività e la durata.

Un’altra ragione per cui potrebbe essere vantaggioso immobilizzarsi è che in questo modo si diminuisce la consapevolezza fisica e psicologica di quanto sta succedendo. Ritornando al caso dell’aggressione sessuale, il rilascio di alcune sostanze ad effetto analgesico (tra cui le endorfine) contribuirebbero a ridurre la percezione della violenza subita.

La paralisi in certi casi è l’unica soluzione disponibile, ma non sempre è una buona idea. Casi di paralisi svantaggiosa sono stati osservati per esempio durante gli attentanti dell’11 settembre 2001. Sembra infatti che le persone agli ultimi piani del World Trade Center abbiano impiegato in media cinque minuti prima di scappare. Un esempio più recente risale invece all’attentato del 3 giugno scorso a Londra. In questo caso un poliziotto fuori servizio ha riportato di aver visto alcune persone reagire all’attacco «come cervi di fronte ai fanali di un’automobile».

La brutta notizia è che questo processo non è mediato granché dalla coscienza. Il responsabile della risposta paralizzante è infatti la sostanza grigia periacqueduttale, che si trova in una delle componenti più “primitive” del cervello (mesencefalo). Questa sostanza agisce sulla piramide (cervelletto) che a sua volta blocca il corpo. Alcune volte questo automatismo risulta vantaggioso, altre meno. In ogni caso colpevolizzare le vittime di aggressioni sessuali per non aver reagito potrebbe essere non solo inutile, ma soprattutto ingiusto.


FONTI

H. Stefan Bracha, “Freeze, Flight, Fight, Fright, Faint: Adaptationist Perspectives on the Acute Stress Response Spectrum”, Cambridge University Press 2004

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