Ho contato su di me i suoni sparsi
Di coloro che hanno scritto
E di coloro che hanno copiato
Quanto era uscito dalle mani altrui
Ma non ho visto ancora bene
Quanti sospiri, quanto disio
Sia nato dalle femminee bocche
Che non parlano. Dicono che a vizio
Di lussuria fu sì rotta chi è portatrice
Sana di vulva, come fosse un malanno,
Che Dido, Semiramis, Elena siano vissute
Da colpevoli come tutte per aver provato
E aver taciuto. Le scritture narrano della
Grande meretrice e della vergine che
Partorisce, ma solo profeti non sibille
Abitano i luoghi del Verbo, mentre
Giuditta uccide. Dhuoda chiude il volto a
Ildegarda e Roswitha è passiva
Quando Eloisa si sottomette perché
Abelardo canta soltanto di
Parìs, Tristano e più di mille altre genti
Mostrommi e nominommi a dito
L’universo del libro che ho spogliato
In questi anni, rendendolo ora nudo;
Ma più nudo appare chi non si copre
Di vestigia precise
Che recise sul campo prima di battagliare
Nemmeno fanti senza spada son rimaste.

 

 

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