Come il nudo tocca la nostra moralità

La nudità suscita imbarazzo nelle comunità umane da quel momento primordiale in cui i nostri avi hanno sentito la necessità evolutiva di coprire le proprie parti anatomiche più intime.

Questo fatto, legato all’indissolubile contenimento dell’istinto sessuale, ha rappresentato uno stacco tra l’uomo e l’animale per nulla secondario, contribuendo ad una più civile forma di interazione e costituzione sociale.

Questo intimo “passo in avanti” ha successivamente iniziato ad associarsi alla vergogna, spesso venduta come morigeratezza o pietudine.

Ben sappiamo le difficoltà ed i travagli che la sessualità ha dovuto affrontare nel corso dei secoli, passando per tribunali, supplizi e roghi, arrivando persino a considerare una colpa l’attrazione tra due amanti. Ed ancora oggi di strada ne resta da percorrere…

Sebbene in questi secoli la nudità sia stata sempre più coperta e tutelata dal pudore, essa ha inevitabilmente continuato ad attrarci, capace di annullare in pochi istanti anni di austera “lotta di civilizzazione”.

Ricordiamo che le prime figure umane, riprodotte con funzione apotropaica, apparivano nude, così come per le divinità del mondo classico un velo avrebbe costituito una violazione della loro perfezione.

Malgrado ciò – nessuno potrebbe individuare malizia nell’osservare una Venere, – il pudore é stato impiantato severamente anche nello scenario artistico, arrivando a coprire le intimità michelangiolesche nella Cappella Sistina o, ancora oggi, imbustando statue per non offendere culture e religioni…

Proprio per la delicatezza intrinseca del tema, il nudo nell’arte è ancora oggi alla mercé dei giudizi e delle polemiche più incalzanti, con file di Catoni pronti, righello in mano, a misurare se il confine dell’arte abbia invaso quello del pornografico, dell’osceno, dell’emisfero ctonio che non deve essere ne visto ne accennato.

Per capire quando l’arte si trasformi in porno una soluzione ci sarebbe: definire l’arte e definire il porno.

A dirla tutta, il porno non necessita nemmeno di essere definito, come affermò -giustamente, nel suo candore- il giudice della Corte Suprema americana Potter Steward:

“Io non so esattamente cosa sia la pornografia, né so esattamente come descriverla; però quando la vedo, la riconosco!”

La questione non può essere risolta fornendo mere definizioni, per il semplice fatto che il divario tra i due mondi é minimo, cangiante e soggettivo.

Ricordo una piacevole discussione durante una lezione di storia dell’arte al liceo. Affrontando un tema analogo a questo che cerco di presentare, la docente indicò -volendo estremizzare- come  l’autoritratto del Parmigianino che qui propongo fosse ascrivibile alla pornografia.

 

Il motivo sarebbe stato l’insistenza sulla mano del pittore, il presentare l’arto in primo piano con quel fare interlocutorio dello sguardo proprio come nelle sequenze dichiaratamente pornografiche altre parti vengono presentate con uguale centralità ed insistenza.

A seguito di quella lezione, ogni mia certezza sulla differenza tra l’arte e la pornografia é decaduta, gettandomi nel campo della soggettività del giudizio.

Malgrado questo, ancora sull’opera di un autore conservo delle certezze: il fotografo e regista David Hamilton, malgrado la spiccata apertura interpretativa delle sue opere.

La fotografia di Hamilton é finita direttamente nel vortice della polemica delle male lingue, per questa sua tendenza a ritrarre nudi di fanciulle adolescenti, spesso e volentieri minorenni.

Una bellezza verginale pura ed incontaminata, pervasa da una sensualità innocente ed originale, non ancora suscettibile di morbosità essendo sulla via del divenire donna. È la bellezza in divenire, sublime in questo suo effimero momento di definizione.

L’opera di Hamilton altro non é che l’espressione in fotografia delle Grazie di Raffaello o delle Veneri greche, il tutto immerso in quell’alone di “favola bella” dannunziana conferito dal particolare gioco delle luci.

Le vergini di Hamilton sono la Suzanne di Leonard Cohen che lo ispirò, quella ragazza che

ti da la mano, ti accompagna lungo il fiume, porta addosso stracci e piume prese in qualche dormitorio/ il sole scende come miele, su di lei donna del porto, che ti indica i colori tra la spazzatura e i fiori“.

Prendiamo però la stessa fotografia presentata nella stessa posa, mettiamo come protagonista una donna di dieci anni più vecchia e pubblichiamola su uno dei tanti calendari pornografici. Il dubbio che non si tratti più di arte sorgerebbe anche in me.

Arte e pornografia navigano nello stesso immenso mare delle emozioni, suscitandone di differenti con differenti esiti. Collaborano nella differenziazione il soggetto ritratto, l’osservatore, il modo ed il luogo di pubblicazione, il preconcetto, la disponibilità interpretativa.

Niente di diverso da qualsiasi altra distinzione tra ciò che é arte e ciò che non lo é.

Siamo tutti dei potenziali sensibili edonisti, ma tra una fotografia ed un altra rischiamo di trasformarci in potenziali moralisti senza riserve. Siamo schiavi del nostro sentimento, vittime giudicanti dei giudizi altrui.

Credits:

fonti: studio da parte dell’autore

foto: www.pinterest.com

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