Kitsch, Trash e Camp: il trio del cattivo gusto!

Benvenuti nel ventunesimo secolo, anno 2017: sono gli anni di trionfo per la cosiddetta “arte bassa”, l’arte kitsch. Di questo tipo di arte si parla già da diversi secoli, con filosofi di tutto rispetto che ne hanno teorizzato le origini e stabilito i canoni estetici – quali Baumgarten, Kant, Diderot – ma mai come a partire dal Novecento il kitsch ha avuto tanto successo, dividendosi addirittura in due derivati: il Camp e il Trash, quest’ultimo il più amato dei tre.

Ma procediamo con ordine. Quali opere possiamo definire così? Tutto, dall’arte visiva al cinema, purché sia estremamente semplice e accomodante: qualcosa, quindi, che compiaccia la massa senza stravolgerne quelli che sono i valori. Il kitsch è l’arte portata alla mano di tutti, e serve solamente un esempio per far capire ciò di cui si sta parlando: i negozi Tiger, che vendono riproduzioni in piccola scala e a materiale a basso costo per tutti i gusti e ai prezzi più convenienti. Una maschera veneziana, un poster, una cornice, un quadro: qualsiasi cosa riprodotta per chi non può permettersi quella originale, ovvero la maggior parte delle persone. Ma questa categoria artistica – perché, anche se solitamente negativa, è considerata una categoria importante e indipendente – riguarda anche altri tipi di arte, come quella letteraria e soprattutto quella cinematografica.

Un esempio su tutti? Beautiful, l’interminabile fiction che va in onda dagli anni 80 e ancora, per continuo successo di pubblico, non è stata interrotta. O, se vogliamo rimanere in Italia, tutte quelle serie come Un Medico in FamigliaI CesaroniI Liceali: tutte quelle produzioni le cui trame si intrecciano nelle più improbabili situazioni ma che finiscono sempre bene. Perché noi sappiamo che finirà bene. Un esempio più “storico”, invece, di arte figurativa kitsch può essere la pittura di Giovanni Boldini, da cui poi Umberto Eco ha coniato il termine Boldinismo. Non perché le sue opere siano brutte o di cattivo gusto anzi, tutto il contrario. Il Boldinismo nasce perché il ritrattista ferrarese tendeva a “migliorare” i soggetti delle sue opere, una sorta di “preludio a Photoshop“. Quando, infatti, noi ammiriamo un suo dipinto, difficilmente lo disprezziamo, perché in esso ritroviamo tutto ciò che vogliamo trovare in un’opera d’arte: simmetria, completezza dell’opera, colori ben scelti e ben distribuiti, ottima struttura anatomica e verosimiglianza con il soggetto rappresentato e un generale senso di familiarità, lontano dal simbolismo sempre più criptico che caratterizza l’arte contemporanea (per esempio l’Informale o l’Espressionismo Astratto, la cui incomprensibilità ha dato origine alla Pop Art). Anche se, il furbo Boldini, tendeva a ringiovanire le donne che rappresentava.

Come detto qualche riga sopra, il kitsch nel corso degli anni si è diviso in due derivati, uno dei quali è il Camp. Se vogliamo, questo genere è più “sofisticato” e forse anche molto più interessante: il Camp infatti punta tutto sull’estetica e sullo stile. Il Camp è il genere del divismo (lo sapeva bene Andy Warhol che, infatti, non disdegnava di portare nella sua arte personaggi celebri come Marilyn Monroe) e che ha reso iconica la nostra Raffaella Carrà. Il Camp si distacca dal kitsch perché è squisitamente ironico: anche David Bowie era un’icona appartenente a questo genere, perché esso non distingue bello dal brutto, non distingue maschio da femmina. Il Camp sospende il genere sessuale, e lo stesso Bowie si rese androgino.

Se il kitsch cerca serietà e sentimento, il suo secondo derivato, il trash, gioca sul disgusto e sul divertimento. Il trash, infatti, è talmente disgustoso da essere divertente, fa effettivamente ridere. Questo genere nasce con un film che si può considerare il suo manifesto: l’iconico e discusso Pink Flamingos di John Waters, una pellicola partita a bassissimo budget che ebbe un successo strepitoso, guadagnando decisamente di più rispetto a quanto era stato speso. Lungometraggio continuamente citato, specie nella comunità LGBT per la quale fu realizzato (anche l’artista newyorchese Lana Del Rey lo cita in Music To Watch Boys To). Il trash segue una logica infantile, e pur essendone un derivato, è quasi una nemesi del kitsch perché propone in maniera esagerata e super colorata tutto quello che il kitsch moralmente censura.

FONTI:

Maddalena Mazzocut-Mis, Il Gonzo Sublime
Davide Mecaccia, Kitsch e oltre

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