Si “selfie” chi può

Era il 2 Marzo 2014 ed Ellen Degeneres, scherzando con il pubblico in platea durante l’ottantaseiesima edizione degli Oscar invitava Meryl Streep ed un’altra decina di star a battere il record del maggior numero di tweet per un selfie. Quel momento è ormai nella storia, ma in quei pochi minuti si potevano facilmente scorgere tutte le diverse anime che ruotano attorno alla parola anglofona più usata degli ultimi anni: una strategia di marketing, una modesta forma di intrattenimento, un nuovo canale espressivo e l’anticamera del narcisismo 2.0.

Secondo diversi studi l’attività di scattarsi immagini può essere collegata alla dimensione narcisistica dell’individuo. Con i social network però questo aspetto si accentuerebbe perché nella condivisione dei selfie l’utente è spinto a preoccuparsi della sua apparizione e quindi a riscattarsi finché non ha ottenuto l’immagine migliore. La ricerca dell’immagine migliore di sé può essere connessa all’approvazione altrui che è espressa attraverso il numero di “like” ottenuto per ogni autoscatto. In questo stesso contesto i social network si possono concepire come specchi narcisisti, una grande vetrina autoreferenziale che serve a dimostrare a qualcun’altro che cosa si è, quanto si vale, comunicare stati d’animo e caratteristiche in modo disimpegnato e senza la difficoltà della comunicazione diretta.

In una ricerca durata 4 settimane una quarantina di ragazzi sono stati chiamati a scattare foto giornaliere, divisi in tre gruppi: nel primo si sarebbero dovuti scattare selfie con un espressione sorridente, nel secondo delle foto di qualcosa che li avrebbe resi felici e nel terzo delle foto di qualcosa che avrebbe fatto felice un’altra persona. Se ai partecipanti dell’ultimo gruppo  è stato riscontrato un alleviamento dello stress e a quelli del secondo gruppo un atteggiamento più riflessivo, è stato curioso notare come i partecipanti del “gruppo selfie” presentavano cambiamenti nel loro sorriso del corso del tempo.

Fonte

Sarebbe interessante chiedersi se i selfie che ci facciamo rappresentino chi siamo  o chi vorremmo essere. Secondo recenti osservazioni effettuate dal Dott.Gordon Kaplan, noto chirurgo plastico americano, un numero sempre maggiore di donne prima di sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica, anziché portare immagini di celebrità, portano delle loro immagini ritoccate. Come se nei tempi in cui viviamo, in cui la facilità della comunicazione digitale si mischia ad una sempre maggiore difficoltà nella comunicazione verbale e in cui la linea tra privato e pubblico è sempre più sottile,  le persone vogliano trasformare i like e i commenti negli apprezzamenti della vita reale.

Ma trasformare un like in un apprezzamento significa mettersi in gioco, rischiare, fare quello sforzo emotivo che dietro uno smartphone è ridotto ai minimi termini, uno sforzo che comporta accettare un dissenso, un rifiuto, una disapprovazione, accettare chi siamo coi nostri limiti stretti in mano, accogliere le caratteristiche più personali del nostro essere e quelle diversità che ci portano a fare la differenza per essere degli umani ad alta definizione. E se entrare in contatto con tutto questo può farci male possiamo prenderci i nostri tempi e intanto fotografare qualcosa che renda felice qualcuno che ci sta accanto.

Images: copertina

 

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