LA COLOMBA

È notte.
Il buio mi circonda completamente, la paura e l’ansia mi mozzano il fiato come mai prima d’ora.
Il mio essere è l’unica certezza che possiedo, scandisco nella mente ciò che sono, per non dimenticare: mi chiamo Eunice Lucani, ho diciassette anni, sono viva. Mia madre mi ha sempre detto che Eunice significa buona vittoria, ed io le credo; mi ha detto che deriva dal greco, che sia anche il nome di una santa. Mi sento importante con un nome così, mi sento salva.
È notte ed è la prima volta.
Siamo in quattro: la signora Semele, mia sorella Cornelia, la vecchia matrona Du Maurier ed io. La matrona cammina spedita davanti a noi, fa strada tra gli arbusti scostandoli con il suo bastone di legno scuro, scorgo il sordo sfavillio del pomello in argento, ha un che di inquietante. Seguo io, Abissinia e la signora Semele chiude la fila.
Mi sono stupita molto di vedere le due donne, quando ci siamo trovate nel luogo prestabilito, poco più di tre ore fa, sono donne perbene, almeno così sembrerebbe.
Cornelia l’ha già fatto, mi ha rassicurata, ma io non le credo tanto. La signora Semele è una bottegaia piuttosto rispettabile: vende spezie ed aromi in un bugigattolo al termine della strada maestra, ha sempre gli occhi stanchi. La Du Maurier è una straniera, un’immigrata, nessuno l’ama ma tutti la rispettano in quanto ricchissima. È cliente fissa dell’Hotel Vittoria, l’unico del paese. I ragazzi dicono che mangi solo quando cala il sole, e che uccise suo marito prima della guerra.
Guardo il cielo, è oscuro e inquietante: la luna emerge di tanto in tanto dal suo manto di nubi sfumate, sembra che ci benedica, questa luna, o che ci condanni. Non lo so.
Mi stupisco del fatto che siano passate solo tre ore dall’inizio di tutto: una vita è trascorsa, e mi pare che non sia nemmeno la mia.
Cornelia mi ha detto di indossare il vestito bianco della cresima: riluce nella notte come se il suo candore fosse siderale, profuma ancora dell’incenso che inondava la piccola parrocchia, quando ho giurato la mia fede e la mia innocenza.
Forse mentivo.
L’abitino mi sta un po’ stretto e, ad ogni passo, la gonnella si alza, rivelando le mie gambe magre. Mi vergogno, non sta bene, noi signorine non dovremmo mostrare le ginocchia allo sguardo freddo delle stelle, allo sguardo freddo di Dio.
Stanotte però non ci sarà Dio, me l’hanno detto prima di partire per il nostro cammino: abbandona la tua fede, perché oggi brucerà.
Sono eccitata e dall’eccitazione tremo. Attraversiamo un ponticello in legno, ma non capisco come sia possibile che nessuno cada in acqua, ancor di più come questo trabiccolo si regga in piedi, dal momento che mancano completamente le balaustre ed il legno è marcio e maleodorante. Cerco di aggrapparmi alla gonna scura della signora Du Maurirer ma quella si blocca: Cornelia mi va a sbattere contro e la signora Semele emette un ringhio sordo, quasi animalesco.
L’anziana donna mi fissa con occhi come braci, schiocca la lingua, me la mostra, dunque si volta e riprende a camminare spedita.
Tento allora di prendere la mano di Cornelia ma non trovo appiglio: ora ho solo paura.
Prima di partire ci siamo cosparse di uno strano liquido untuoso e le altre hanno cantilenato qualcosa, poi Cornelia mi ha chiesto di pensare ad un volatile: ho immaginato una colomba, ma non l’ho detto.
Sapevo si sarebbero arrabbiate.
Camminiamo, sento il marciare nelle viscere, gambe ginocchia piedi gambe, un passo dopo l’altro, l’incuria della fretta. Comincio a udire delle voci in lontananza, un frastuono quasi assordante di tamburelli, strida, latrati di cani; la signora Du Maurier si ferma, e la schiera la imita.
– Eccoci –
Assumo una posa rigida e militaresca, pentendomi sì della mia decisione, ma essendo stranamente consapevole dell’impossibilità di un ritorno. Ruoto il capo verso Cornelia e scorgo nei suoi occhi un bagliore cupo, mai visto prima. Mi sorride, ma non ha l’affabilità e la tenerezza tipiche di mia sorella, ha l’espressione di una peccatrice.
Chiudo gli occhi ed il corpo mi trascina in avanti: l’erba umida mi fruscia attorno alle caviglie, le orecchie sono colme, quasi traboccanti, del frastuono che va via via diventando più intenso.
Sbircio.
Ci troviamo in una radura molto vasta, illuminata soltanto da qualche fiaccola sparuta e tenue. Ad una decina di metri da noi la terra si spezza e si apre, precipitando in un abisso nero, non saprei dire quanto profondo.
Uomini e donne, poco distanti dal baratro, camminano in cerchio, a tratti corrono: hanno capelli scarmigliati e volti deformati da qualche male che li corrode dall’interno. Ridono, piangono, gridano ed emettono strani versi, alti lai incomprensibili.
Mi ero sbagliata, non erano i cani a gemere.
Al centro di questa danza macabra si erge una figura scura, avvolta in un panno di velluto iridescente: strabuzzo gli occhi, atterrita, domandandomi se tutto questo sia una un’allucinazione o una dolorosa realtà.
Sul capo di questa creatura senza volto s’inerpicano, maestose, delle corna di capro.
Ci disponiamo in linea retta, questa volta per ordine di età, sono l’ultima.
Le altre donne s’inginocchiano, sporgendo il mento in avanti, come a ricevere l’ostia. Le imito, e l’uomo o la donna dalle corna di caprine avanza con passi lenti verso di noi.
Le voci si alzano, formando un coro dal timbro profondo, omogeneo.
Rifletto sul concetto di libero arbitrio, su quello di peccato. Come si può capire quale, secondo i criteri dell’oggettività, che sono assolutamente relativi, quale sia uno sbaglio e quale invece sia un’azione concessa e lasciata passare quasi con tenerezza? Chi o cosa è il criterio secondo il quale l’essere umano deve misurare i suoi passi? Non più penso, quindi sono, ma pecco, quindi sono.
La creatura avanza ancora, è a pochi passi dalla signora Du Maurier, quella sorride a mò di sfida, si lecca le labbra.
Mi scopro a pensare al pollo che cucina mia nonna, la domenica, dopo la messa. Ha un odore fragrante e ricco, ci si potrebbe saziare solo annusando l’aria permeata da quel profumo. Mi sento invadere dalla tenerezza e dal rimorso.
Il coro scandisce parole delle quali non conosco il significato, ma che tuttavia riesco a comprendere, recitano in lenta litania parole latine, penso all’acqua santa: da piccina, quando ero convinta di aver commesso qualche peccato come aver rubato un biscotto, o lasciato che qualche maschietto mi guardasse sotto la gonna, ero convinta che quell’acqua benedetta mi bruciasse la fronte, soffrivo realmente. Mia madre non ha mai dato peso ai miei vaneggiamenti infantili, ma io lo sentivo.
L’essere antropomorfo è voltato di spalle, davanti alla signora Du Maurier; il coro continua ad imprecare ed intonare le sue parole.
osculum infame, osculum infame
L’essere si volta ed alza la tonaca, rivelando le natiche dalla pelle chiara, sfregiata da innumerevoli segni e sporcata da simboli scuri che paiono decori; la signora Du Maurier si protende ancora stirando il collo, come gli uccelli e la sua lingua, resa rossastra dalle luci, fiorisce nel fulgore della carne. Penso ai carcerati, a quelli fucilati, a quelli ancora vivi, ai loro tatuaggi.
Imparo, guardando la Du Maurier tributare il suo demonio con l’osculum infame, che l’umiliazione è la strada verso la grandezza: ciascuna setta ha la sua iniziazione, qualunque dolcezza si raggiunge calpestando le spine. Mi chiedo se ci sarà dolcezza anche per me.
Le risa, le urla e gli incitamenti aumentano mentre il capro avanza verso la signora Semele, non ho bisogno di vedere altro per sapere la mia sorte, chiudo gli occhi, non voglio sporcarli ancora.
Dono anche io il mio tributo di fedeltà, così come ha fatto Semele ed Cornelia.
Quando riapro gli occhi, il satiro è abbastanza distante da noi: tiene le braccia spalancate verso il suo pubblico di peccatori, i quali si sono raccolti accanto a noi ed hanno fatto silenzio improvviso.
– Figli miei – esordisce la bestia, e la sua voce è melliflua, cadenzata, infonde nel mio corpo un indesiderato calore ed un peccaminoso languore.
– Figli miei – ripete – Vi ritrovo più numerosi, vogliosi e folli. Celebriamo oggi il nostro Sabba, lo celebriamo sotto il mantello caldo della notte: vedo donne rispettabili divenute puttane, uomini onesti, assassini, bimbe innocenti – pare voltarsi verso me, Abissinia sghignazza sommessamente – mie luride serve. Vi amo, perché io sono il vostro tutto e voi siete me. Abbiamo rinnegato quello che ci è stato imposto come nostro Dio, tutto dogmi, imposizioni e castità. Che cosa vi ha dato Dio, se non proibizioni, prove e dolori? Niente! Mai una gioia! –
– Io invece vi posso dare tutto quel che possiate desiderare, chiedo in cambio solo la vostra anima. Cos’è un’anima, se non un altro dei limiti imposti dalla Chiesta per frenarci? Noi vogliamo la turpitudine! Vogliamo l’uomo per quello che è: sozzura, umori, carne nuda. Noi rinneghiamo Cristo, rinneghiamo il suo candore! Possiamo dunque procedere alla parte più divertente della nostra piccola celebrazione privata, Cornelia… – il Diavolo protende un braccio drappeggiato verso mia sorella, la quale s’illumina di gioia e saltella verso di lui: tiene sottobraccio un involto di tela del quale non mi ero accorta, probabilmente perché stordita dall’emozione.
Giunta al suo fianco, mia sorella lascia cadere il telo, rivelando il contenuto: è un magnifico quadretto ad olio, rappresentante la Madre di Dio ed il Bambino. Il volto della Madonna è comprensivo, materno. Il bimbo riposa sereno sul suo seno.
– Questo è ciò che odiamo! Una famiglia imperfetta! IO sono il Diavolo, io sono tutto ciò che loro non hanno mai saputo essere! –
Detto questo, la bestia sferra un terribile colpo alla tela con una mano che mi pare dotata di artigli acuminati: la tela si squarcia con un suono orribile ed io mi sento percossa da un sussulto doloroso. Vorrei scattare, strappare il dipinto dall’esultante Cornelia e scappare, scappare lontano. Non posso credere che l’odio verso un’ideologia diversa dalla propria possa portare a questo, all’apostasia.
– Fatevi avanti! Rendiamo a questa famiglia il tributo che merita! –
La masnada di peccatori vocia ed esulta, muovendosi verso quell’essere mostruoso come un branco di bestie al macello, sono trascinata dall’impeto della folla, mi accorgo di star piangendo lacrime, lacrime amare.
Improvvisamente una voce rompe il mostruoso incantesimo, facendo cadere una pesante cappa di silenzio su tutti i ritualisti.
– Fermi! In nome di Dio, fermi! –
Ci voltiamo tutti, attoniti: dalla boscaglia alle nostre spalle emergono prima delle fiaccole, poi dei volti. Riconosco il nostro tremante vicario, il sindaco, il Capitano della guardia e mille, mille altri volti che appaiono e scompaiono nel marasma della mia mente. A guidare il gruppo sta un uomo in tonaca monacale: mi ricorda le raffigurazioni medievale degli inquisitori, mi infonde paura, mi sento colpevole.
Il volto giovane è stravolto dall’orrore, il cranio rasato riluce tra i fuochi.
– Fermate i vostri rituali demoniaci! C’è redenzione, non lasciatevi sedurre dal Demonio! –
La folla rimane qualche secondo inebetita, poi è panico: tutti fuggono in diverse direzioni ed il Diavolo, con prodigiosa abilità, si scaglia nella fitta sterpaglia, lasciando solo il suo gregge.
– Sono troppi, ci uccideranno! – grida una voce in lontananza, mi giunge ovattata, quasi impalpabile.
Vedo l’Inquisitore tentennare, dardeggiando gli occhi a destra e a manca, abbracciando la sconclusionata fuga di quegli infedeli. Sospira come un padre e china il capo come una madre, dunque tende un braccio in avanti, pare benedirci.
E sono spari, sono spari ovunque. Corro anche io, spaventata e consapevole del mio errore: vorrei tornare a casa, inginocchiarmi sul grembo di mia madre e chiederle scusa. Vorrei che Cornelia fosse con me, a cucinare tra i tepori del focolare domestico, vorrei essere un angelo.
Nella mia corsa folle mi distanzio dal gruppo, mentre la carneficina continua. Vedo la signora Du Maurier avventarsi contro il Capitano della Guardia: i capelli grigi esplosi ed ispidi, il volto stravolto e bestiale. Non vedo più Cornelia, ma quando inciampo nel suo corpo steso in terra, la veste azzurra arrossata dal sangue, perdo completamente il senno.
Corro, corro, corro in cerchio, scappo dalla morte e la Morte stessa mi trascina sull’orlo del precipizio: barcollo, cercando una via di fuga.
L’Inquisitore avanza verso di me, affiancato da un uomo che pare essere Luigi, il fornaio. Questi imbraccia una lupara.
– Pentiti, bambina mia –
“ Rinunci al Diavolo, alle sue seduzioni, alle sue tentazioni?”
L’Inquisitore continua a protendere le braccia verso di me, ma vedo che Luigi mi punta con l’arma da fuoco, prendendo la mira.
Faccio un passo indietro e sento che l’equilibrio viene meno, mi volto di scatto: il precipizio s’inabissa sotto i miei piedi, a pochi centimetri da me.
Mi domando cosa ci sia alla fine, se esista davvero una luce al termine di ogni via oscura.
Ci sarà redenzione per me? Perché la desidero, la desidero davvero.
Penso al perché io sia qui: con le sue proibizioni, con i suoi “no” perentori, la Chiesa mi ha portato a sviluppare una morbosa curiosità verso ciò che tanto era vituperato e bandito. Mi accorgo ora che nessun estremismo è giusto, che la via di mezzo è la migliore scelta tra tutte. Alla fine, nulla può salvare l’Uomo dalle sue azioni se non sé stesso.
Mi accorgo che la volontà di fondo della Chiesa era quella di proteggerci, ma la modalità forse è stata quella sbagliata. Mi accorgo di non essere la sola colpevole di questo gioco perverso, e qualcosa di simile al sollievo mi inonda, scaldandomi.
La curiosità uccide il gatto, dice sempre mia nonna.
Guardo Luigi, cerco i suoi occhi, ma sono coperti dal fucile, mi rivolgo allora verso l’Inquisitore e mi riscopro a sorridere, gonfia di tenerezza: all’inizio di questo mio viaggio durato solo una manciata di ore, ho desiderato essere colomba; allora forse colomba sarò, in un modo o nell’altro.
Apro le braccia e mi spingo lievemente all’indietro, come danzando: l’ultimo volto che scorgo è quello dell’Inquisitore, sconvolto dalla paura.

Rinuncio.

Eleonora Casale

credits

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