Elogio a Pasolini

Questa volta sarò poco oggettivo, perché per Pasolini nutro un’ammirazione e una stima che mi accompagnano sin dall’adolescenza, quando prendevo le sue raccolte di poesia in prestito a scuola. Le divoravo.

Pasolini più di tutti ha segnato nel profondo la storia del nostro Paese e della Letteratura Mondiale, lo sappiamo. Eppure, non è ancora rientrato a pieno regime nell’Olimpo dei poeti, o meglio, non è stato compreso fino in fondo (anzi, spesso è frainteso e usato impropriamente). Su tutte le poesie una in particolare è sempre citata e ogni volta che succede mi sale una forte indignazione per come viene banalizzata e ristretta a concetti che in realtà non voleva significare Pasolini: Il PCI ai giovani. Questa poesia è passata di bocca in bocca per la provocazione che ha lasciato, ovviamente in negativo, essendo una poesia che non era esattamente lusinghiera nei confronti dei movimentisti che si erano scontrati a Valle Giulia contro i poliziotti. In realtà Pasolini ha colto un grande ossimoro: i poliziotti, il simbolo del potere, in realtà sono tutto ciò che va contro il potere, in quanto figli di contadini, proletari veri e propri; mentre invece gli studenti sono il potere costituito, figli di borghesi, appartenenti ad una classe che, schizofrenicamente, tendono a combattere ossessivamente. Con questa poesia ha colto un’aporia fondamentale della politica di allora (e di oggi): l’incapacità cronica di andare a fondo nelle questioni, l’uso spasmodico di slogan, l’esilio totale della parola e l’uso reiterato di frasi precostituite, frasi di partito. Pasolini detestava tutto questo e ne coglieva gli esiti, perché come tutti i grandi poeti è riuscito a vedere oltre la questione contemporanea: ha visto l’annichilimento della cultura popolare, il dilagare dei media di massa, la banalizzazione dell’informazione, la corruttela diffusa e endemica… tutto in tempi che spesso rimpiangiamo.

Moravia l’ha definito uno dei Poeti italiani, di quelli che nascono due, tre volte in un secolo. Aveva ragione: Pasolini era prima di tutto Poeta. Noi lo ricordiamo come opinionista, saggista, cineasta, romanziere, persino pittore, ma ci siamo dimenticati del Pasolini poeta. Con i suoi versi ha colmato un’assenza forte: è riuscito a riprodurre il disagio civile che ancora non aveva preso le forme che ha tuttora. Lui le aveva previste. Per avere il maggior riscontro possibile, per essere compreso, ha rivisto il concetto di poemetto, rendendolo un urlo di protesta contro un mondo che non può parlare fino in fondo. E lui, da solo, è riuscito a dire quello che molti temevano anche solo di accennare.

In un programma di Enzo Biagi, III B Facciamo l’Appello, disse che non poteva dire tutto, proprio perché in un mezzo che non permette la libertà di parola. Infatti Pasolini ne aveva visto la rapidità, l’incapacità di dire fino in fondo, la sua superficialità. Visto che lì s’era accorto di non poter parlare, fu con la poesia che ha stratificato la società, dando un nome a tutti i suoi dispiaceri, senz’alcuna censura; era nei versi che più di tutto ha parlato, Pasolini, ed è col poemetto, una struttura di per sé narrante, che ha scalfito a fondo un modo di vivere incipiente. Ad esempio, ne Le Ceneri di Gramsci vi sono 11 poemetti, di una bellezza sconsolante. A colpire è il linguaggio: netto, preciso, ma colto, un linguaggio che a prima lettura pare poco scelto, molto istintivo. In realtà è un modo di scrivere fortemente calcolato. Pasolini usava strutture e lessemi esatti, perché riconosceva forte il valore della parola, come fondamento dell’Essere. Spesso è proprio di questo che parla nel mondo dei media. Sosteneva che il nuovo linguaggio della tecnica ci ha destrutturati e ci ha resi ancora analfabeti, analfabeti di ritorno.

Dalle colonne del Corriere spesso scriveva anche di questo, ma non solo… Resta famosa la sua critica sociale ai capelloni, una critica intelligente, fondata sul fatto che i capelloni esprimevano un concetto di destra:

«(…) essi volevano evidentemente dire due cose: 1) «La nostra ineffabilità si rivela sempre più di tipo irrazionalistico e pragmatico: la preminenza che noi silenziosamente attribuiamo all’azione è di carattere sottoculturale, e quindi sostanzialmente di destra.» 2) «Noi siamo stati adottati anche dai provocatori fascisti, che si mescolano ai rivoluzionari verbali (il verbalismo può portare però anche all’azione, soprattutto quando la mitizza): e costituiamo una maschera perfetta, non solo dal punto di vista fisico – il nostro disordinato fluire e ondeggiare tende a omologare tutte le facce – ma anche dal punto di vista culturale: infatti una sottocultura di Destra può benissimo essere confusa con una sottocultura di Sinistra.» (…)»¹

(P. P. Pasolini, Scritti Corsari, Garzanti, 2010)

Queste poche parole sono comparse sul Corriere il 7 Gennaio 1973. E definisce, appunto, i capelloni di Destra, quando nel mito comune sono ed erano di Sinistra. Questa definizione non è un insulto, non è nemmeno una forzatura: segue un ragionamento molto logico. E non è contro cultura, bensì Cultura propriamente detta quella che ha praticato. Pasolini non si è mai posto in antitesi rispetto a nulla: ha sempre, categoricamente, dimostrato come il suo pensiero seguisse una logica. Ed è qui che ha fatto vera Informazione.

Pasolini ci ha anche avvertiti più e più volte della necessità di una cultura proletaria, della tutela del dialetto. Faticavo a capirlo fino a poco tempo fa, ma leggere Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi, mi ha illuminato: avevo finalmente compreso che voleva dire Pasolini… Voleva avvertirci di come chi non sa non è da considerarsi incolto, o stupido: la cultura non è solo il libro, è anche tutto un tessuto sociale che permette di contraddistinguere le stagioni dando uno sguardo al cielo, o di tramandare racconti oralmente (operazione che ci ha dato l’inizio della letteratura occidentale con Omero). Perdere questa dimensione significa perdere quel poco di umano che c’è rimasto addosso. E Pasolini lo sapeva… Ma soprattutto intravide come la società del Capitale proponesse uno pseudo-individualismo spinto, che, nei fatti, omologava tutti, portando ad avere medesimi desideri, espressi con linguaggi identici e generici. Questo è un delitto contro la pluralità di idee e riflessioni. Anche in questo Pasolini ha tanto da insegnarci.

Molto si è speculato sul suo Io so. A mio avviso non c’è alcun sotterfugio politico: Pasolini sapeva, sì, ma non solo chi aveva ammazzato Mattei ecc… Pasolini sapeva a che cosa stavamo andando incontro ed era uno dei pochi, pochissimi, che lo diceva a pieni polmoni, con tutti i mezzi possibili. Non voglio entrare nel merito del suo assassinio, ma mi viene da dire, dal profondo, che Pasolini con i suoi versi è riuscito a dirci la verità, più di tutti gli articoli di fondo, giornali, riviste, reportage: ci ha restituito una poesia che rappresentasse anche il profondo del sociale e non solo l’individualismo cinico di certa Lirica. Pasolini ha saputo vedere davvero quello che gli stava intorno. E credo che questo basti per elogiarlo e amarlo incondizionatamente, come poeta e come uomo.

¹Qui l’articolo completo:
http://www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=98

credits

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