Milton. Paradise Lost. Bisogna ammetterlo, leggerlo non è semplice, eppure è uno dei cult della letteratura, lo si deve conoscere, un po’ come la Commedia di Dante. La materia è simile eppure completamente opposta, mentre la Commedia narra l’ascesa di Dante che arriverà a contemplare Dio, pur non potendolo descrivere, Milton ci racconta la caduta, quella di Satana, quella dell’uomo, entrambi persi in quella che si può definire “la tremenda bontà divina”.

Paradise Lost, lost per perduto, perduti come si sentono Adamo ed Eva quando sono cacciati dall’Eden, perduto come si sente il Diavolo quando vede il volto di Dio ma sa che è l’ultima volta, prima di sprofondare nell’abisso. Abbiamo definito tutto ciò bontà: ma è davvero così? Si può definire buono qualcuno che scaglia i figli prediletti e il suo angelo più bello, giù dal paradiso? Eppure quel qualcuno è Dio!

Milton sembra infatti non accettare tutto ciò e rovescia la situazione, in maniera “leggiadra” appare quasi inconsapevole, ma ha speso tutta la sua vita per questo capolavoro, qui tutto è calcolato. Il suo poema in versi sciolti ci porta volontariamente verso la completa partecipazione alla causa del personaggio Satana.

Quello che dovremmo chiederci non è tanto il perché di questo titolo dunque, ma il motivo della scelta: perché un uomo come Milton avrebbe dovuto scegliere un argomento così pericoloso?

L’autore prova quella che si può definire come una poesia dell’impossibile, perché cerca di descrivere le agitazioni celesti: è un autore che si proietta in avanti.

Sappiamo bene che la perdita dell’Eden era un tema particolarmente caro a Milton: sia come una visione nostalgica del passato aureo, sia per una speranza futura di rivedere questa condizione restaurata, una possibilità di vivere la gloria originale perduta dopo il peccato originale.

Il Paradiso Perduto affronta la realtà della felicità perduta. Mancanza che la Bibbia non smette di sottolineare e che Milton sentiva profondamente. Forse il motivo nascosto è cercare appoggiando Satana, un motivo valido della perdita della felicità.

“La mente è il proprio luogo, / e può in sé fare un cielo dell’inferno, un inferno del cielo. / Che cosa importa dove, se rimango me stesso;[…] meglio regnare all’Inferno che servire in Cielo.”

“Meglio regnare all’Inferno che servire in Cielo”: il motto del Diavolo di Milton. Non è possibile condividerlo almeno un po’? Satana riesce a convincere i demoni suoi alleati, che in realtà sono angeli caduti con lui, a compiere una nuova azione, stavolta di vendetta nei confronti di Dio, colpendo la creatura che ha fatto a sua immagine e somiglianza: l’uomo. Allora Satana diviene serpente, Satana corrompe l’uomo tramite la curiosità, quella voglia di intelligenza che renderà l’uomo più simile a Lucifero che non a Dio, suo Creatore.

Il desiderio di rivalsa, la vendetta che il Diavolo, e adesso anche l’uomo, non può fare a meno di provare, porta alla luce quella che, in realtà, è l’eterna lotta tra fede e conoscenza.

E Satana diviene uno dei personaggi  più affascinanti della letteratura mondiale proprio perché è l’incarnazione della conoscenza: ma anche l’uomo si è visto sempre così! D’altronde, Ulisse viene punito per la sua sete di conoscenza, ma tutti lo ammiriamo da sempre. Dunque la scelta luciferina di perseguire questa via, quella della mente e dell’intelligenza, non è molto differente da quella dell’altro paladino dell’intelletto che, in uno strano parallelismo, farà quello che Dante aveva chiamato il “folle volo” (“…e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo…”). Perché ammirare dunque Ulisse e condannare Lucifero? Impariamo a rivalutarlo: la conoscenza e l’orgoglio, un po’ come succede anche agli uomini, sono ciò che da sempre contrappongono Satana a Dio, il cui potere deriva invece dalla Fede.

Fondamentale ricordarlo in una società come quella di oggi, improntata più sull’importanza dell’intelligenza che non sulla fede; oggi questo tipo di lettura del Diavolo di Milton potrebbe renderlo ancora più attraente e condivisibile.

La propensione dell’autore è chiara ai lettori più attenti, ma la scelta rimane nostra: la via della conoscenza porta alla dannazione, la fede salva. Dipende tutto dal tipo di coraggio che preserviamo.

Sembra giusto quindi, a parte le divergenze che possono esistere sulla malia più o meno forte del diavolo miltoniano, ridare dignità ad un argomento affascinante che invece rimane poco trattato dalle istituzioni scolastiche italiane. L’articolo non può avere più che uno scopo puramente illustrativo, di quello che è, in realtà, un argomento lungamente discusso, ma può essere uno spunto da cui partire per rileggere in chiave “ribelle” un poema di quattrocento anni fa. Per tifare, almeno un po’, il Diavolo. D’altra parte,

“Serviamo liberamente
perché amiamo liberamente,
giacché dipende dalla nostra volontà
amare o meno;
da essa dipende se stiamo in piedi o cadiamo”.

 

 

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