Alpinismo da leggenda: Walter Bonatti sulla vetta del Cervino

È il 1965 quando Walter Bonatti stupisce il mondo dell’alpinismo con un ennesimo estremo colpo da maestro: la scalata invernale in solitaria e diretta della parete Nord del Cervino. Un’impresa mai tentata e  destinata a diventare leggenda.

L’alpinista è ormai a tutti gli effetti un ex del mestiere, ha infatti deciso di chiudere con le grandi scalate. Ha conquistato tutte le vette più alte e ha già scritto alcune delle migliori pagine della storia dell’alpinismo. È salito in alto, lassù dove pochi osano. Ma quell’anno ricorre il centesimo anniversario dell’apertura della via nella parete Nord del Cervino, impresa portata a termine dal gruppo capitanato da Edward Wimper che ha conquistato la vetta e la gloria perdendo però quattro amici.

Wikimedia commons/ Di Sven Scharr (Opera propria) Lato est e nord del monte Cervino [CC BY 3.0]

Bonatti ripensa alla tragedia mascherata da vittoria. Ripensa a Wimper e ai compagni. Ripensa al Cervino. Ripensa alla parete Nord. Decide di ripartire, di tentare la scalata diretta e in invernale. È inizio gennaio quando parte con i compagni Panei e Tassotti, ma la montagna non è clemente con loro e quando settantadue ore dopo la partenza arrivano alla Traversata degli Angeli, un passaggio chiave per la buona riuscita dell’impresa, una tempesta li blocca per una notte intera attaccati a una parete. Il rischio è troppo alto, non resta che la fuga e la rinuncia.

Bonatti non ci sta. Si decide di ritentare a febbraio, a causa di altri impegni Panei e Tasotti non possono partire; ma Bonatti è Bonatti: non ha intenzione di rinunciare all’impresa e il 18 febbraio parte in solitaria. Lo fa in segreto, si fa accompagnare da tre amici che ai piedi della parete Nord lo salutano. La montagna lo attira a sé, non è prevista nessuna bufera: rimangono solo l’alpinista e la solitudine della vetta sopra di lui.

Walter Bonatti al campo base dopo la salita al K2, 1954

Il primo bivacco è in piena parete e all’alba inizia l’impresa: picchiare un chiodo, assicurare lo zaino e poi salire per un tiro di corda. Fissare la corda a un secondo chiodo, calarsi fino allo zaino, caricarlo sulle spalle e poi salire di nuovo. Movimenti calcolati, ritmici, pericolosi. Cala la sera, il secondo bivacco è sempre arroccato sulla parete. Il secondo giorno è lo specchio del primo: chiodo, corda, zaino. Corda, secondo chiodo, zaino sulle spalle e salita.

Bonatti è determinato, lancia razzi agli amici a valle per comunicare che sta bene. Il terzo giorno il peso dello zaino è insopportabile, abbandona marmellata, formaggio e bombole a gas. È solo ad affrontare una muraglia verticale, la mente gioca brutti scherzi, ma il corpo reagisce e sembra andare avanti da solo. Un nuovo bivacco, il quarto ormai: Bonatti sa che deve essere per forza l’ultimo, il termometro segna meno trenta gradi, le scorte di cibo e ossigeno scarseggiano.

È il 22 febbraio, il sole splende e il cielo è azzurro come sa esserlo solo in montagna. Il freddo è tenace, l’alpinista di più. Alleggerisce ancora il suo carico, abbandona tutto, ma non il suo casco; l’aria è leggera e il respiro si fa pesante. Passo dopo passo, roccia dopo roccia sono le tre del pomeriggio quando vede la croce della vetta, la raggiunge, la abbraccia. È una grande impresa, è Walter Bonatti, è leggenda.

 


Fonte: www.ilsole24ore.com ; http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=3257&biografia=Walter+Bonatti

Credits: Immagine di copertina

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