Mentre gli industriosi et egregii spiriti col lume del famosissimo Giotto e de gli altri seguaci suoi si sforzavano dar saggio al mondo de ‘l valore che la benignità delle stelle e la proporzionata mistione degli umori aveva dato a gli ingegni loro […] il benignissimo Rettor del Cielo volse clemente gli occhi a la terra e, veduta la vana infinità di tante fatiche, gli ardentissimi studii senza alcun frutto e la opinione prosuntuosa degli uomini, assai piú lontana da ‘l vero che le tenebre da la luce, per cavarci di tanti errori si dispose mandare  in terra uno spirito, che universalmente in ciascheduna arte et in ogni professione fusse abile, operando per sé solo a mostrare che cosa siano le difficultà nella scienza delle linee, nella pittura, nel giudizio della scultura e nella invenzione della veramente garbata architettura.

Questo il Michelangelo di Giorgio Vasari, pittore e architetto aretino, nonché autore de Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, una raccolta di biografie di artisti a cavallo tra Medioevo e Rinascimemto.

Contesto innanzitutto, altrimenti poi ci si perde ed è un peccato. Firenze. La Firenze in cui hanno lavorato i più grandi artisti del tempo -forse di tutti i tempi: Brunelleschi, Leonardo, per citarne alcuni-, la Firenze dei Medici. La prima edizione de Le Vite, infatti, è dedicata proprio a Cosimo I de’ Medici, come d’altronde quasi tutto in quegli anni.

Impossibile parlare de Le Vite in maniera organica, impossibile toccarle tutte con mano, saltare da una città all’altra, da un artista all’altro rimanendo con la mente concentrati sul punto, sul centro: ci perderemmo e, cosa ben più grave, vi perdereste anche voi. Qui parleremo di una vita in particolare, di un artista, di molte città. Questo perché siamo di parte. E perché Michelangelo merita questo e molto, molto altro.

Michelangelo, Michele Agnolo -così lo chiama Vasari-, figlio di Lodovico Simoni Buonarroti. Dopo aver fatto le dovute celebrazioni, Giorgio Vasari inizia a raccontare dell’esperienza dell’artista presso la bottega del Ghirlandaio: i primi disegni, i primi abbozzi, i primi esperimenti. Poi, la corte. Lorenzo de’ Medici e il suo amore per l’arte, la letteratura, la cultura e un giovanissimo Michelangelo a corte.

Ancora Firenze, quindi: un crocifisso e l’Ercole, la famosa statua in marmo purtroppo oggi perduta.

Firenze, poi Roma. Roma e il papa, Roma e San Pietro, Roma e la Pietà vaticana. Concedeteci un minuto sulla Pietà. Davvero, solo un minuto.

Alla quale opera non pensi mai scultore né artefice raro potere aggiugnere di disegno, né di grazia, né con fatica poter mai di finitezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michele Agnolo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte.

Queste le parole di Vasari, che si perdono un po’ all’interno de Le Vite, così piene di celebrazioni da risultare addirittura ridondanti, a volte non del tutto sincere, forse. Ma comunque, provate a estrapolare queste parole dal contesto e a considerarle vere in assoluto, a prescindere da qualsiasi variabile spazio-temporale.  La Pietà di Michelangelo è un capolavoro. E su questo non ci sono dubbi. È un capolavoro perché il corpo di Cristo è perfetto, bellissimo, morbido, armonioso. Perché il volto della Vergine ha una bellezza tutta giovanile che toglie il fiato. Perché il chiaroscuro reso dai panneggi dona completezza all’immagine, intrecciando i due corpi in un’intimità disperata che solo una madre e un figlio possono avere. E fa venire i brividi, davvero.

Minuto scaduto, proviamo ad andare avanti. Di nuovo Firenze, di nuovo i Medici. La “Battaglia di Cascina” nel Salone dei Cinquecento, dove Michelangelo lavora nello stesso periodo, negli stessi giorni di Leonardo. Il “Mosè”, la scalinata della Biblioteca Laurenziana, annessa a San Lorenzo, la Sagrestia Nuova. Una Firenze tutta michelangiolesca potremmo dire, forzando un po’ la mano e con un pizzico di soggettività. Ma non vogliamo essere di parte -non più del dovuto, almeno-, quindi ci limiteremo a parlare di una Firenze artistica, letteraria, ricca, fertile.

Michelangelo non amava stare a lungo in un posto, non voleva dipendere da nessuno, aveva bisogno di muoversi, di spostarsi. In quegli anni era difficile essere autonomi, la cultura era strettamente legata agli organi di potere, alle grandi famiglie, alla Chiesa. Gli artisti lavoravano su commissione e quello era l’unico modo per produrre la propria arte. Purtroppo o per fortuna, questo non possiamo saperlo. Certamente Michelangelo ha prodotto dei capolavori su commissione, ma non possiamo dire se, lasciato libero di creare, avrebbe realizzato qualcosa di ancora più grande. Ma comunque: autonomia, movimento, spostamento, da Firenze a Roma, da Roma a Firenze e poi di nuovo a Roma. E di nuovo a San Pietro. E, di nuovo, un capolavoro: la Cappella Sistina. Non ci lanceremo in descrizioni stilistiche, non parleremo della resa perfetta dei corpi né della bellezza dei colori e delle forme, saremmo inutilmente prolissi. Quello che ci interessa è delineare un personaggio, capire la sua indole, il suo comportamento rispetto a tutto ciò che si trovava al di fuori della sua produzione artistica. Ora, immaginiamo un Michelangelo immerso nel lavoro, perennemente insoddisfatto, incapace di fermarsi, intento a delineare perfettamente ogni singolo tratto del volto di ciascun personaggio. E immaginiamo un papa curioso, impaziente. Un papa che vorrebbe vedere il frutto del lavoro commissionato, che vorrebbe entrare nella Cappella Sistina, guardarsi intorno e sentirsi appagato. Un Michelangelo geloso della sua arte, che non vuole nessuno. Un papa potente, che a San Pietro -e ovunque- si muove come meglio desidera e che continua a fargli pressione.

Michelangelo finge una partenza, dice che si sarebbe allontanato per qualche giorno, ma in realtà si chiude nella Cappella e continua a lavorare, instancabile. Il papa, convinto della sua assenza, decide di entrare:

 Il papa, andato per entrar nella cappella, fu il primo che la testa ponesse dentro, et appena ebbe fatto un passo, che da l’ultimo ponte su ‘l primo palco cominciò Michele Agnolo a gettar tavole. 

E Michelangelo lo colpisce. Accecato dalla rabbia, geloso della sua arte, disposto a proteggerla da chiunque anche a costo di compromettersi in maniera definitiva, irreparabile, anche a costo di gettar tavole contro il papa in persona. Forse è questo l’aspetto interessante, l’aspetto che più rende l’indole di Michelangelo, che ci fa toccare con mano la totale dedizione che questo artista avesse nei confronti delle sue opere. E di se stesso. Un artista che è costretto a fare i conti con il potere e ad accettare di realizzare delle opere su commissione ma che continua ad avere un profondo rispetto di sé e della sua arte, un artista che rifiuta l’invito offertogli dalla corte Estense, a Ferrara.

Firenze-Roma-Firenze-Roma-Ferrara-Firenze. E molto altro in realtà, ma noi ci fermiamo qui, nella culla del Rinascimento.

Firenze e ancora i Medici. La Sagrestia Nuova, costruita sulla falsariga della Sagrestia Vecchia del Brunelleschi. Le sepolture di Giuliano e Lorenzo stavolta, circondate da quattro statue magnifiche rappresentanti l’Aurora, il Crespuscolo, il Giorno e la Notte. Quattro allegorie che Michelangelo realizza con la solita cura e il solito amore. L’Aurora così malinconica, il Crepuscolo così introspettivo, il Giorno così vitale. E poi la Notte, a nostro parere la più bella, così sensuale, pensosa e armoniosa. La Notte che rappresenta il buio, l’unica risposta plausibile ai disordini che imperversavano nella Firenze medicea: il sonno, l’oblio, il silenzio.

Ed è proprio Michelangelo che di fronte a tutto questo e di fronte a una statua a cui manca solo e unicamente la parola per essere completa, decide di non donargliela, di lasciarla lì, un pezzo di marmo pieno di vita ma privo di slancio vitale, una Notte che non vuole diventare giorno e preferisce non vedere, non sentire quello che succede intorno a sé. Addormentata, buia, di sasso:

 

Caro m’è il sonno, e piú l’esser di sasso

Mentre che il danno e la vergogna dura,

Non veder, non sentir m’è gran ventura:

Però non mi destar, deh, parla basso.

Michelangelo Buonarroti, Caro m’è il sonno, e più l’esser di sasso.

 

 

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