Lungomare Paranoia: Mecna è tornato

Mecna, al secolo Corrado Grilli, non è uno di quelli che piace a qualcuno e non convince gli altri. La distinzione, più semplice e più radicale, è tra fan (sfegatati) ed haters (ancora più sfegatati). Tra amore e odio. Non a caso questi sono due cardini della sua musica, e non è detto che non sia proprio questa, una volta tanto, a fare la differenza.

Corrado è un uomo schivo e un artista strafottente. Parla solo con la musica: una manciata di pezzi ogni due anni che servono più a lui come strumento terapeutico che come mezzo per arrivare agli ascoltatori. Per questo, trovandovi ad ascoltare qualcosa di suo per la prima volta, il messaggio vi risulterà probabilmente criptico ed il genere musicale tetro e quasi fuori luogo; ma non temete, ci si fa l’orecchio.

Se invece il vostro primo ascolto sarà di un pezzo dell’ultimo album, Lungomare Paranoia, siete giustificati: il livello dei testi è decisamente sotto le aspettative.

Lungomare Paraonia, cover

Lungomare Paranoia è un album singolare per il panorama musicale italiano, e in ciò a Mecna va riconosciuta una certa dose di caparbietà. In Laska, album del 2015 si aveva già avuto un ampio assaggio di sonorità soul/R’n’B nettamente ispirate ad alcuni lavori di Frank Ocean, ma decisamente non in linea con i canoni del genere all’italiana. In Lungomare Paranoia il taglio malinconico si fa più marcato, restituendo pezzi più simili a colonne sonore di nicchia che a brani veri e propri. Insomma, per gli amanti della svolta chill dell’hip-hop d’oltreoceano, qualcosa di interessante qui c’è, e conta più di tutto.

Senza dubbio più dei testi, in questo album delegati a semplice contorno ad-hoc per la cornice musicale, e dunque privi di qualsiasi ricerca di significato. Mecna ha sacrificato i temi a lui più cari (la solitudine, le delusioni e le passioni amorose) per assoggettarli alle metriche e alle sonorità da lui cercate. Il messaggio è chiaro: questa è la mia musica, che vi piaccia o meno.

La caparbietà, si diceva.

 

 

Il terzo album studio di Mecna si apre con “Acque profonde”, intro notevole dalle sonorità marcatamente anni ’80, che ricordano molto l’ultimo lavoro di Andrea Nardinocchi, un altro emergente della musica italiana e autore di qualche featuring con Grilli. A seguire “Malibu”, possibile singolo radiofonico, e “71100″, dedica dal sapore amarcord all’amata Foggia. Il vero e unico spartiacque di questo disco è però “Superman”, un pezzo a suo modo molto moderno, in cui ad un giro di chitarra si accompagna la sola voce di Mecna, armonizzata da un vocoder. A chiudere arrivano “Il tempo non ci basterà” e “Buon compleanno”, brani molto più simili ai primi lavori dell’artista e di buona fattura. L’ordine dei pezzi importa poco in questo disco; la linea sonora è omogenea, tanto da rendere i pezzi quasi indistinguibili ad un ascolto disattento.

Nell’ottica di un artista, l’indipendenza è tutto. Tuttavia l’impressione che si ha a volte ascoltando Mecna è che quello che è nato come uno sfogo sia rimasto tale. Non che si debba assecondare il pubblico, sia chiaro, ma chi fa musica ha quasi l’obbligo di trasmettere un messaggio di qualità. Tanto più se ne si è in grado. Credere nella propria musica è importante; farlo quando pochi oltre a te ci credono è fondamentale. Il problema è solo uno: nella musica di Mecna ci crederebbero in molti di più, se il primo a farlo davvero fosse lui.

Un tuo fan, sfegatato.

 


Credits: Img 1, Img 2, Img 3

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