“Collateral beauty”: solo una suggestione?

Howard è un agente pubblicitario che, dopo la morte della figlia di 6 anni, entra in depressione e annulla completamente la sua personalità, evitando ogni contatto con il mondo esterno. L’unica attività in cui trova conforto è il gioco del domino: crea enormi composizioni con le tessere che, sistematicamente, fa crollare. Per alleviare la sua sofferenza scrive anche lettere a tre entità astratte: Amore, Tempo e Morte. Howard è anche socio di maggioranza della sua azienda, ormai in fallimento, e i suoi tre colleghi (e amici), preoccupati per le sorti dell’azienda e per la condizione personale di Howard, assumono un investigatore privato che accerti l’impossibilità di Howard di gestire l’attività. Scoperte le lettere, i tre assumono anche tre attori che interpretino Amore, Tempo e Morte: il loro scopo è cercare il protagonista e spingerlo ad avere reazioni eclatanti in pubblico, documentate in un video dall’investigatrice, per  dimostrare il suo squilibrio mentale. All’azione degli amici si contrappone quella di Howard, che tenta di accettare la morte della figlia.

Il nuovo film di David Frankel si presenta come una storia dalle grandi aspettative, dal titolo evocativo, “Collateral beauty” e un cast eccezionale: Will Smith interpreta Howard, Edward Norton, Kate Winslet e Micheal Peña i colleghi, Keira Knightley è Amore, Helen Mirren è Morte e il giovane Jacob Latimore è Tempo.

Parliamo di aspettative, perché la realizzazione lascia non pochi dubbi: Frankel con l’intenzione di sviscerare il rapporto tra un padre e una figlia, i problemi psicologici che ne derivano, l’accettazione del dolore e del cambiamento e la speranze di rinascere e cominciare una nuova vita, realizza un film drammatico, con la lacrima assicurata, che vuole mandare un messaggio di speranza. Ma, nel mentre, lascia molte situazioni irrisolte: le reali intenzioni degli amici (vogliono aiutarlo o vogliono salvare l’azienda?); l’assimilazione del dolore stesso (si può davvero sperare che invocare tre concetti astratti e scagliarvisi contro sia la soluzione migliore?); la  personificazione stessa di Amore, Morte e Tempo (è più di aiuto ai tre amici, che probabilmente non comprendono la loro reale presenza, o ad Howard, con il quale hanno solo delle conversazioni fugaci e dettate dall’intendo dei tre colleghi?). Appunto, ci lascia dei dubbi.

Sia chiaro, non è un film che pretende di essere un capolavoro o di vincere un Oscar, ma per le attese con cui è stato presentato, il cast e il grande ritorno di Will Smith sullo schermo faceva sicuramente sperare la critica. Non è stato, invece, un film indimenticabile, come le interpretazioni degli attori, prima fra tutte Keira Knightley, al di sotto dei suoi standard.

Da salvare l’idea di scrivere lettere alle tre astrazioni che racchiudono l’essenza stessa della vita: una suggestione interessante quella di dialogare e confrontarsi con chi contribuisce, in positivo e negativo, a tessere la nostra presenza nel mondo. Per il protagonista, la Morte è «una patetica impiegatuccia», «una tigre di carta» che distrugge «in cenere tutto ciò che c’è di buono al mondo»; il Tempo è «un legno fossile» e «una condanna a vivere»; per l’Amore riserva solo tre parole «caro amore addio». Suggestiva anche la frase che la Morte rivolge alla moglie di Howard in ospedale: «l’importante è trovare la bellezza collaterale». Sarebbe stato sicuramente interessante, ai fini del film stesso, sviluppare questo concetto.

 

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